Fonte: Climate&Capitalism - 26.06.2024

Sesta parte di un articolo sulle cause e le implicazioni dell’entrata del capitalismo globale in un'epoca in cui le malattie infettive sono sempre più diffuse. Le mie opinioni sono soggette a continui dibattiti e verifiche pratiche. Attendo vostri commenti, critiche e correzioni.

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La rivoluzione degli allevamenti in Cina


Quindici mesi prima della pandemia da COVID-19, in Cina è scoppiata un'altra pandemia.

La peste suina africana (PSA)[1] è stata endemica nei cinghiali e nei maiali dell'Africa subsahariana per secoli. All'inizio del 1900 è passata dai cinghiali selvatici ai maiali domestici importati dall'Europa in Kenya dai colonizzatori. Da allora si sono verificate epidemie in varie parti del mondo, causate in alcuni casi da maiali selvatici e cinghiali, in altri dall'uomo che trasportava maiali infetti o mangimi contaminati. Non esistono cure o vaccini e quasi il 100% degli animali infetti muore.

Quando nell'agosto 2018 è stata diagnosticata la PSA negli allevamenti di suini nel Nord-Est della Cina, il governo cinese ha immediatamente ordinato l'abbattimento di tutti i suini dell'area, 38.000 in tutto. Purtroppo, come hanno dimostrato le successive analisi genetiche, la malattia circolava già inosservata da diversi mesi, per cui l'abbattimento è arrivato troppo tardi. Il virus era già in movimento. In breve tempo si sono registrati focolai in ogni provincia e la peste si è diffusa in altri quattordici paesi della regione Asia-Pacifico. Ufficialmente, tra il 2018 e il 2019 il numero di suini d'allevamento in Cina è diminuito del 28%, passando da 428 milioni a 310 milioni. La produzione di carne suina è crollata e il prezzo al dettaglio della carne di maiale, la più popolare in Cina, è più che raddoppiato.[2]

La rapida diffusione della peste suina africana è stata il risultato diretto di cambiamenti radicali nelle industrie zootecniche cinesi. L'adozione quasi universale della produzione di massa in strutture confinate ha reso quasi inevitabile una pandemia di PSA. Gli stessi cambiamenti hanno contribuito alla rapida diffusione del COVID-19.

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Nella Sinistra è in corso un dibattito sul fatto se la società cinese nel suo complesso sia socialista, capitalista o qualcosa di nuovo e unico. Non cercherò di risolvere o anche solo di affrontare la questione in questa sede, ma credo che non ci siano dubbi sul fatto che negli ultimi decenni il settore agricolo cinese sia diventato nettamente capitalistico. Questo è particolarmente vero per il bestiame, dove il modello di produzione sviluppato da Tyson Foods e da altre società agroalimentari statunitensi è stato quasi universalmente adottato.

La trasformazione è iniziata nel 1978, quando le comuni agricole dell'era Mao sono state smantellate, sostituite prima da singole aziende familiari e poi da un sistema di mercato largamente non regolamentato in cui milioni di piccole aziende agricole sono state estromesse dalle corporazioni agroalimentari. Nel settore zootecnico questo cambiamento ha riguardato in primo luogo il pollame.

«Fino alla metà degli anni ‘80, la produzione di pollame era un'attività secondaria per le famiglie rurali, a integrazione di altre attività agricole. Milioni di piccoli agricoltori producevano, al massimo, alcune decine di polli. Ad eccezione di alcune aziende statali che operavano al di fuori delle grandi città, non esistevano allevamenti di pollame su larga scala. Tra il 1985 e il 2005, 70 milioni di piccoli allevatori di pollame hanno abbandonato il settore. In un periodo di quindici anni (1996-2011), il numero totale di allevamenti di polli da carne in Cina è diminuito del 75%».[3]

La maggior parte degli allevamenti avicoli in Cina è ancora di piccole dimensioni, ma la maggior parte dei polli da carne è ora allevata al chiuso, con migliaia di volatili confinati in piccoli spazi. Anche la produzione di uova si è concentrata: alla fine del 2022, Beijing Deqingyuan, che allora produceva 20,6 milioni di galline ovaiole, ha annunciato l'intenzione di triplicare tale cifra, il che la renderebbe il più grande produttore di uova al mondo.[4]

Anche la produzione di carne suina ha subito una trasformazione simile.

«Fino al 1985, il 95% di tutta la carne di maiale in Cina era prodotta da piccoli agricoltori che allevavano meno di cinque maiali all'anno negli appezzamenti di casa. ... Nel 2015 il settore della carne suina era composto per lo più da allevamenti domestici di media grandezza (fino a 500 suini all'anno), da allevamenti commerciali di grandi dimensioni (500-10.000 suini all'anno) e da mega-imprese (più di 10.000 suini all'anno)».[5]

A differenza dei produttori di carne statunitensi, le aziende cinesi non hanno dovuto sperimentare diversi approcci all'industrializzazione: hanno rapidamente adottato i metodi di maggior successo praticati dall'industria agroalimentare occidentale. Le Concentrated Animal Feeding Operations (CAFO) [Operazioni di alimentazione animale concentrata] cinesi sono «costruite con gli stessi materiali, disegnate dagli stessi progettisti e costruite con la stessa idea di produzione moderna delle fattorie industriali di tutto il mondo; una CAFO in Cina assomiglia a una CAFO in Iowa, anche se a volte su scala più ampia e con più edifici collegati».[6]

L'industria agroalimentare cinese ha utilizzato i metodi sviluppati negli Stati Uniti per superare i produttori originari. Oggi la Cina produce più della metà della carne di maiale e delle uova del mondo e l'agroalimentare cinese si sta espandendo a livello globale. Nel 2013, la società cinese ShuangHui International ha acquistato il colosso agroalimentare statunitense Smithfield Foods per 4,7 miliardi di dollari: il gruppo WH Foods, è la più grande azienda di carne suina al mondo.

La produzione di carne in Cina non è (ancora) così concentrata come in Nord America, ma il modello di business più comune è stato direttamente copiato dal sistema di contratti sviluppato dai giganti dell'agroalimentare occidentale. Le aziende integrate verticalmente – conosciute ufficialmente in Cina come Dragonhead Enterprises, nome che evoca la posizione di comando nelle danze cerimoniali del drago – forniscono pulcini, maialini, mangimi, antibiotici e altri contributi produttivi agli allevatori a contratto, che ospitano e allevano gli animali secondo i dettami dell'azienda. Come sostiene Richard Lewontin, in questi accordi l'agricoltore a contratto sembra indipendente, ma in realtà «non ha alcun controllo sul processo di lavoro o sul prodotto alienato». Il sistema Dragonhead trasforma l'allevatore «da produttore indipendente... in un proletario senza scelta».[7]

Il consolidamento della produzione di carne in grandi strutture centralizzate è stato accompagnato da una rapida espansione delle infrastrutture di trasporto. «Nel 2000, ad esempio, la Cina aveva 1,4 milioni di chilometri di strade asfaltate; nel 2019, questo numero è più che triplicato, raggiungendo i 4,8 milioni di chilometri. Lo sviluppo delle ferrovie è stato ancora più rapido, passando da 10.000 a 139.000 chilometri tra il 2000 e il 2019».[8] Queste reti di trasporto consentono di spostare rapidamente gli animali e i prodotti di origine animale dagli allevamenti ai mercati urbani; inoltre, come hanno dimostrato le pandemie di peste suina africana e COVID-19, permettono alle malattie infettive di diffondersi rapidamente, ben oltre il loro punto di origine, superando le misure di salute pubblica.

Alcune delle più grandi aziende Dragonhead stanno costruendo impianti di produzione ancora più grandi. Il New Hope Group, ad esempio, è in grado di allevare fino a 120.000 maiali all'anno in tre «hotel per maiali» a cinque piani recentemente completati vicino a Pechino, mentre il complesso a più piani della Guangxi Yangxiang, vicino a Guigang, sarà presto il più grande ente ibridatore di allevamento di suini al mondo, ospitando 30.000 scrofe e producendo oltre 800.000 suinetti all'anno.

Come discusso nelle precedenti parti, la reclusione di migliaia di uccelli o animali geneticamente identici in strutture confinate crea le condizioni ideali per la mutazione, la comparsa e la diffusione di nuove malattie infettive. La macchina per le pandemie, inventata negli Stati Uniti, ha trovato un'altra dimora in Cina.

Gli inerventi all'interno delle fabbriche, gli ingenti investimenti di capitale, i controlli ambientali poco rigorosi e il sostegno dello Stato hanno contribuito a una crescita grandiosa della produzione di carne. Tra il 1980 e il 2010, il numero di animali e uccelli d'allevamento è triplicato e il numero di allevamenti industriali è aumentato di settanta volte.[9] La produzione di massa ha ridotto i prezzi al dettaglio, rendendo le proteine di elevata qualità accessibili a centinaia di milioni di persone che in precedenza mangiavano carne solo in occasioni speciali, se non mai. «Il consumo medio pro capite di carne, latte e uova è aumentato rispettivamente di 3,9, 10 e 6,9 volte tra il 1980 e il 2010, il che rappresenta di gran lunga l'aumento più consistente, nel corso di questo periodo, nel mondo».[10]

Ma, come scrisse Karl Marx, il sistema del profitto è come un «orrido idolo pagano che voleva bere il nettare solo dai teschi degli uccisi»[11]. La crescita capitalistica ha sempre dei costi mortali. Oltre ai gravi effetti sulla salute dovuti all'aumento dei grassi nella dieta, la mercificazione di maiali e pollame ha inquinato acqua, aria e suolo, ha modificato l'uso del terreno, dalla produzione di cibo per gli umani a quella di mangime per animali, ha aumentato le emissioni di combustibili fossili, ha costretto alla migrazione di milioni di contadini in bancarotta verso le baraccopoli urbane – e ha provocato gravi epidemie di malattie infettive, tra cui l'influenza aviaria, la SARS, la febbre suina e la COVID-19.

In breve, l'adozione dell'agricoltura industriale da parte della Cina sta provocando catastrofi ecologiche. La settima parte  [di questo lavoro] tratterà del suo ruolo in una delle peggiori pandemie dei tempi moderni.

 [Continua]


Note


[1] Non è un'influenza, non è correlata all'influenza suina.

[2] Fred Gale, Jennifer Kee e Joshua Huang (a cura di), How China’s African Swine Fever Outbreaks Affected Global Pork Markets, «Economic Research Report» Number 326, 2023, pp. 12, 25.

[3] Chendog Pi, Zhang Rou, Sarah Horowitz, Fair or Fowl? Industrialization of Poultry Production in China, «Global Meat Complex: The China Series», Institute for Agriculture and Trade Policy, Febbraio 2014, p. 21.

[4] Which Are Asia’s Largest Egg Producers?, WATTPoultry.com (https://www.wattagnet.com/), 27 Dicembre 2022.

[5] Brian Lander, Mindi Schneider e Katherine Brunson, A History of Pigs in China: From Curious Omnivores to Industrial Pork, «The Journal of Asian Studies» 79, no. 4, Novembre 2020, pp. 11-12.

[6] Mindi Schneider e Shefali Sharma, China’s Pork Miracle? Agribusiness and Development in China’s Pork Industry, «Global Meat Complex: The China Series», Institute for Agriculture and Trade Policy, Febbraio 2014, p. 31.

[7] Richard C. Lewontin e Richard Levins, Biology under the Influence: Dialectical Essays on Ecology, Agriculture, and Health, New York, Monthly Review Press, 2007, p. 340.

[8] Li Zhang, The Origins of COVID-19: China and Global Capitalism, Stanford, California,  Stanford University Press, 2021, p. 34.

[9] Zhaohai Bai et al., China’s Livestock Transition: Driving Forces, Impacts, and Consequences, «Science Advances» 4, no. 7, 6 Luglio 2018,p. 7.

[10] Bai et al., China’s Livestock Transition, op. cit.

[11] Karl Marx, The Future Results of British Rule in India, Marxist Internet Archive.Karl Marx, I risultati della dominazione britannica in India, New York Daily Tribune, n° 3840, 8 agosto 1853, https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1853/india.htm.


Ian Angus

Traduzione di Alessandro Cocuzza

Fonte: Climate&Capitalism 26.06.2024


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