Fonte: Climate&Capitalism - 19.04.2024

Quarta parte di un articolo sulle cause e le implicazioni dell’entrata del capitalismo globale in un'epoca in cui le malattie infettive sono sempre più diffuse. Le mie opinioni sono soggette a continui dibattiti e verifiche pratiche. Attendo vostri commenti, critiche e correzioni.

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Gli assalti dell'agrobusiness alle foreste tropicali stanno determinando l'emergere di nuove malattie ed epidemie


Nel 1998, i maiali di un allevamento nel nord della Malesia hanno sviluppato una malattia respiratoria, caratterizzata da tosse molto forte. Alcuni animali non presentarono altri sintomi, altri ebbero febbre e spasmi muscolari, ma la maggior parte guarì. Poi la malattia, precedentemente sconosciuta, si è diffusa tra i lavoratori agricoli ed è diventata più virulenta: 265 persone hanno sviluppato un'encefalite grave e 105 di queste sono morte, con un tasso di mortalità paragonabile a quello dell'Ebola.


Gli investigatori medici hanno scoperto che la fattoria in cui è iniziata l'epidemia teneva circa 30.000 maiali in recinti all'aperto vicino agli alberi di mango. I pipistrelli della frutta, provenienti dalle profonde foreste del vicino Borneo, erano migrati di recente verso quegli alberi quando i loro habitat naturali erano stati rasi al suolo per far posto alle piantagioni di palma, e i maiali mangiavano la frutta parzialmente mangiata che i pipistrelli lasciavano cadere. La saliva dei pipistrelli conteneva un virus allora sconosciuto – poi chiamato Nipah dal nome di un villaggio vicino – che era innocuo per loro, ma faceva ammalare i maiali e uccideva le persone. L'epidemia in Malesia fu contenuta con l'abbattimento di oltre un milione di suini, ma, sfuggito alla sua origine forestale, il virus si è diffuso: Il Nipah è ora endemico in Bangladesh e in alcune parti dell'India, dove i focolai annuali uccidono ancora dal 40% al 75% delle persone infette. Non esiste un vaccino né una cura.

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Il disboscamento che ha distrutto l'habitat naturale dei pipistrelli non è un fatto nuovo o isolato. Infatti, come scrisse Karl Marx, «lo sviluppo della civiltà e dell'industria in generale si è sempre mostrato così attivo nella distruzione dei boschi, che, al paragone, tutto ciò che invece essa fa per la loro conservazione e produzione è di una grandezza assolutamente infinitesimale».[1]

Dopo l'ultima era glaciale e prima dell'invenzione dell'agricoltura, le foreste coprivano circa sei miliardi di ettari della superficie terrestre abitabile. Oggi la superficie forestale è di appena quattro miliardi di ettari, con un calo del 33% in circa diecimila anni. Ma più della metà del declino si è verificato dopo il 1900, e la maggior parte si è verificata a partire dal 1950.[2]

Nella scienza del Sistema Terra, sia i grafici della Grande Accelerazione che il progetto Planetary Boundaries [Limiti Planetari] considerano la perdita di foreste tropicali come fattori determinanti nel passaggio globale dalle condizioni relativamente stabili dell'Olocene a quelle più precarie dell'Antropocene dalla metà del XX secolo.[3] L'aggiornamento 2023 del quadro di riferimento dei Limiti Planetari ha rilevato che il cambiamento del sistema terrestre è entrato nella zona di pericolo intorno al 1988, e «da allora è entrato in una zona di crescente rischio di disgregazione sistemica».[4]

Nella sua storia della deforestazione, Michael Williams descrive il periodo dal 1945 come il Grande Assalto [Great Onslaught].

«Gli eventi catastrofici della Seconda Guerra Mondiale hanno modificato le foreste del mondo in modo più evidente di qualsiasi “fine secolo” di circa 50 anni prima. Ma, per quanto devastanti, non sono stati i cinque anni di conflitto a causare la deforestazione; piuttosto, sono state le conseguenze del cambiamento che hanno scatenato, che è stato rapido, di vasta portata e che ha causato uno sconvolgimento dei biomi globali. La natura e l'intensità del cambiamento hanno raggiunto livelli preoccupanti di rapidità, ampiezza e rilevanza ambientale rispetto a tutto ciò che era avvenuto in precedenza».[5]

Si sostiene, a volte, che la deforestazione sia causata dagli alti tassi di natalità nei Paesi tropicali – che troppe persone povere stiano ricavando piccole fattorie dalle foreste tropicali per sfamare le proprie famiglie. In realtà, mentre la colonizzazione dell'agricoltura contadina sponsorizzata dallo Stato è stata, fino a circa il 1980, un fattore determinante nella distruzione delle foreste in America Latina e nel Sud-Est asiatico, «la maggior parte della deforestazione globale di oggi è causata dalle multinazionali, tra cui Cargill, JBS e Mafrig, così come dai loro creditori BlackRock, JPMorgan Chase e HSBC».[6] I giganti del settore agroalimentare disboscano aree immense per produrre prodotti monocolturali per i mercati globali. Solo quattro prodotti – carne bovina, soia, olio di palma e legno – sono responsabili di oltre il 70% della deforestazione del XXI secolo[7] e le aree disboscate non vengono sostituite da aziende agricole a conduzione familiare, ma da enormi allevamenti e piantagioni.

Gli ambientalisti hanno giustamente focalizzato l'attenzione sul legame tra deforestazione e cambiamento climatico – si stima che il cambio di destinazione d'uso dei terreni sia responsabile del 15% delle emissioni di gas serra. Si tratta ovviamente di una questione di importanza cruciale, ma come sottolinea l'epidemiologo socialista Rob Wallace, dobbiamo anche conoscere e sfidare il ruolo degli investitori con sede a Londra, New York e Hong Kong che stanno trasformando le foreste tropicali in zone di riproduzione di pandemie globali.

«Il capitale sta guidando l'accaparramento delle ultime foreste primarie e dei piccoli terreni agricoli in tutto il mondo. Questi investimenti causano la deforestazione, lo sviluppo e la comparsa delle malattie. La diversità funzionale e la complessità di questi enormi appezzamenti di terreno sono stati razionalizzati in modo tale che agenti patogeni, che prima vivevano confinati, finiscono per diffondersi negli allevamenti locali e nelle comunità umane».[8]

 

Il vasto bacino di biodiversità delle foreste tropicali comprende un numero incalcolabile di virus che hanno abitato e si sono adattati alle “specie serbatoio” nel corso di milioni di anni di evoluzione. La massiccia distruzione e il degrado delle foreste aumentano i contatti tra gli esseri umani e i loro animali domestici da un lato e gli animali selvatici dall'altro – contatti che creano nuove opportunità per virus e batteri di infettare ospiti precedentemente sconosciuti. Come scrive Andreas Malm, la deforestazione è uno dei principali fattori di diffusione zoonotica e di malattie infettive emergenti.

«È in un certo senso logico che strane e nuove malattie emergessero dalla natura selvatica: gli agenti patogeni hanno sede al di fuori del regno dell’uomo. Ma bisognerebbe che quell’altro regno fosse lasciato in pace. Se non fosse per l'economia degli umani, che assale di continuo la natura, invadendola, azzannandola, spezzettandola, distruggendola con uno zelo che confina con la brama di sterminio, cose del genere non accadrebbero ....

«La deforestazione non solo riduce la biodiversità, ma è anche fattore diretto di salti di specie [zoonotic spillover]. Quando costruiamo strade che attraversano la foresta tropicale, abbattiamo alberi, erigiamo avamposti sempre più addentro, veniamo in contatto con le brulicanti forme di vita che fino allora avevamo lasciato in pace. Irrompiamo o occupiamo spazi in cui dimorano schiere di agenti patogeni. Le due parti s’incontrano con maggiore frequenza lungo i bordi di foreste frammentate, dove il contenuto dei boschi può svignarsela e venire in contatto con le propaggini dell'economia umana; e proprio in quelle zone attecchiscono organismi generalisti come i topi e le zanzare, tagliati per fare da «ospiti ponte». ...

«è la deforestazione a provocare i salti di specie».[9]

«Di conseguenza», scrive Wallace, «le dinamiche delle malattie forestali, le fonti primordiali degli agenti patogeni, non sono più limitate al solo entroterra. Le epidemiologie associate sono diventate esse stesse relazionali, percepite attraverso il tempo e lo spazio. Una SARS può improvvisamente riversarsi sugli esseri umani nella grande città, in pochi giorni dalla sua grotta dei pipistrelli».[10]

Oltre a creare nuove opportunità di diffusione del virus, la deforestazione fornisce habitat più estesi per i vettori, le zanzare e altri insetti, che trasportano gli agenti patogeni dagli animali infetti all'uomo. Un rapporto pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente, dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e dalla Convenzione sulla Diversità Biologica, avverte che:

«I cambiamenti degli habitat, anche attraverso l'alterazione della composizione delle specie (influenzata da condizioni che possono supportare più favorevolmente i vettori di malattie, come si è visto con i vettori che portano la malaria nelle aree bonificate dell'Amazzonia) e/o la [loro] abbondanza in un ecosistema (e quindi la potenziale dispersione e prevalenza di agenti patogeni), e l'instaurarsi di nuove opportunità per la trasmissione di malattie in un determinato habitat, hanno importanti implicazioni per la salute. I cambiamenti del paesaggio mediati dall'uomo sono accompagnati dall'invasione umana in habitat un tempo incontaminati, e spesso, anche dall'introduzione di specie animali domestiche, che consentono nuovi tipi di interazioni tra le specie e quindi nuove opportunità di trasmissione di agenti patogeni».[11]

L'uso massiccio di pesticidi ha ridotto drasticamente l'incidenza delle malattie trasmesse dagli insetti nell'ultima metà del XX secolo, ma da allora, queste sono ritornate con prepotenza. La più letale, la malaria, uccide da uno a tre milioni di persone ogni anno, soprattutto nell'Africa subsahariana. Gli insetti che la trasportano e altri agenti patogeni trovano terreni di coltura attrattivi nelle aree recentemente disboscate.

A volte si sostiene che le piantagioni di palme dovrebbero essere considerate un efficace sostituto delle foreste originarie, ma studi scientifici dimostrano sia che «le zanzare vettori di malattie umane sono sproporzionatamente rappresentate negli habitat deforestati», sia che esiste «un'associazione positiva tra il numero di focolai di malattie trasmesse da vettori e l'aumento delle aree convertite in piantagioni di palma da olio».[12]

Ciò dimostra che le foreste non sono soltanto alberi: sono ecosistemi immensamente complessi le cui funzioni ecologiche non possono essere riprodotte introducendo, semplicemente, altri alberi più redditizi. Una di queste funzioni è limitare la diffusione di malattie trasmesse da vettori e la propagazione virale. Come sostengono Roderick Wallace e i suoi collaboratori, per essere veramente sostenibili, le politiche e le azioni devono privilegiare «la conservazione di ciò che la foresta fa, rispetto a ciò che è».[13]

Continua



Note

[1] Karl Marx, Capital: A Critique of Political Economy. Vol. 2, trans. David Fernbach, vol. 2, The Pelican Marx Library, Penguin Books in association with New Left Review, Londra, 1985, p. 322 (trad. it. Il capitale. Critica dell’economia politica, Libro secondo, Roma, dicembre 1989 (Rist. anastatica della III ed., febbraio 1965), p. 255).

[2] Omri Wallach e Aboulazm, Zach, Visualizing the World’s Loss of Forests Since the Ice-Age, Visual Capitalist, 01.04.2022.

[3] Ian Angus, Facing the Anthropocene: Fossil Capitalism and the Crisis of the Earth System,Monthly Review Press, New York, 2016, pp. 44-45, 71-77 (trad. it. Anthropocene. Capitalismo fossile e crisi del sistema Terra, a cura di Giuseppe Sottile e Alessandro Cocuzza, Trieste, 2019, p. 75-76, 103-109).

[4] Katherine Richardson et al., “Earth beyond Six of Nine Planetary Boundaries,” Science Advances 9, n. 37, 15.09. 2023.

[5] Michael Williams, Deforesting the Earth: From Prehistory to Global Crisis: An Abridgment, University of Chicago Press, Chicago, 2006, p. 395.

[6] April Fisher, Deforestation and Monoculture Farming Spread COVID-19 and Other Diseases, Truthout, 12.05.2020.

[7] Hannah Ritchie e Max Roser, Cutting down Forests: What Are the Drivers of Deforestation?, Our World in Data, 18.03.2024.

[8] Robert G. Wallace, Dead Epidemiologists: On the Origins of COVID-19, Monthly Review Press, New York, 2020, pp. 30–31.

[9] Andreas Malm,
Corona, Climate, Chronic Emergency: War Communism in the Twenty-First Century, Verso, Londra New York, 2020, p. 35, 42, 43 (trad. it. Clima, Corona, Capitalismo. Perché le tre cose vanno insieme e che cosa dobbiamo fare per uscirne, Milano, 2021, pp. 43-44, 51, 53).

[10] Rob Wallace et al., COVID-19 and Circuits of Capital, Monthly Review 72, n. 1, 01.05.2020, pp. 1–15.

[11] World Health Organization and Convention on Biological Diversity, Connecting Global Priorities: Biodiversity and Human Health. S State of Knowledge Review, World Health Organization, Ginevra, 2015, p. 39.

[12] Nathan D. Burkett-Cadena e Amy Y. Vittor, Deforestation and Vector-Borne Disease: Forest Conversion Favors Important Mosquito Vectors of Human Pathogens, Basic and Applied Ecology 26, febbraio 2018, pp. 101–10; Serge Morand e Claire Lajaunie, Outbreaks of Vector-Borne and Zoonotic Diseases Are Associated With Changes in Forest Cover and Oil Palm Expansion at Global Scale, Frontiers in Veterinary Science 8, 24.03.2021, 661063.

[13] Rodrick Wallace et al., Clear-Cutting Disease Control: Capital-Led Deforestation, Public Health Austerity, and Vector-Borne Infection, Springer International Publishing, Cham, 2018, p. 55.



Ian Angus

Traduzione di Alessandro Cocuzza

Fonte: Climate&Capitalism 19.04.2024


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