Fonte: Climate&Capitalism - 20.05.2024

Una conversazione con Ashley Dawson, autore di Environmentalism from Below (Ambientalismo dal basso), che così definisce i movimenti che combinano le lotte per la protezione dei “beni comuni” in senso materiale, con la difesa dei loro legami culturali con l'ambiente che li circonda.



Ashley Dawson è professore presso la City University di New York, il più grande sistema universitario metropolitano degli Stati Uniti con circa 400.000 studenti, la maggior parte dei quali di colore di prima generazione, provenienti da ambienti della classe operaia. Qui dialoga con Ian Rappel, un ecologista socialista del Galles che lavora per il Real Farming Trust e il Black Mountains College.

Originario del Sud Africa, Ashley Dawson si è trasferito a New York per dedicarsi agli studi postcoloniali con Edward Said, Rob Nixon e Anne McClintock. Mentre lavorava alla sua tesi di laurea sull'antirazzismo in Gran Bretagna, dall'epoca della "Generazione Windrush"[1] al nuovo millennio, è stato attratto dal modo in cui il Regno Unito è stato caratterizzato da un movimento contrappuntistico tra sfruttamento ed espropriazione nelle colonie, processo che si è verificato contemporaneamente in Inghilterra.

L'interesse di Ashley Dawson per le questioni ambientali è nato mentre viveva a New York, dove ha subito l’influenza degli emergenti movimenti per la giustizia ambientale nelle comunità di colore della classe operaia di New York, che erano, e sono tuttora, colpite in modo sproporzionato dagli inquinanti progetti energetici e infrastrutturali della città. Attraverso la partecipazione e l'attivismo, Dawson ha sviluppato un interesse per le connessioni tra i movimenti locali per la giustizia ambientale e quanti lavorano per la giustizia climatica internazionale. Scrivendo su questi collegamenti, è stato invitato nel 2010 alla "Conferenza mondiale dei popoli sui cambiamenti climatici e i diritti della madre Terra" a Cochabamba, in Bolivia, dove i delegati hanno presentato un appello generale per la ricostruzione ecologica per e da parte del Sud del mondo, comprese le richieste di risarcimento climatico ai paesi inquinanti del Nord del mondo. Il suo ultimo libro, Environmentalism from Below: How Global People's Movements are Leading the Fight for Our Planet (Haymarket 2024), si apre con le riflessioni su quest'esperienza basandosi su molti anni di analisi dell'ambientalismo di base.





Cosa intende per «ambientalismo dal basso»? E come lo contrapporrebbe al tipo di «ambientalismo dall’alto» a cui forse siamo più abituati nel Nord del mondo?

L'«ambientalismo dal basso» definisce il tipo di movimenti popolari che reagiscono alle minacce agli ecosistemi da cui dipendono per il loro sostentamento, e anche per il loro patrimonio culturale. Si tratta di movimenti che combinano le lotte per la protezione dei “beni comuni” in senso materiale, con la difesa dei loro legami culturali con l'ambiente che li circonda.

Per questa definizione faccio riferimento alla tradizione di analisi che proviene da storici e critici del Sud del mondo. Ramachandra Guha, ad esempio, scrisse ampiamente sui movimenti che difendevano le foreste indiane dal servizio forestale nazionale, un organismo burocratico avviato in India dall’Impero britannico. Quel dipartimento forestale fu incaricato di impossessarsi delle terre controllate dalla comunità e di trasferirne la proprietà, inizialmente al potere coloniale e in seguito,  dopo l’indipendenza, allo stato indiano. Negli anni ’70 era diventato evidente che lo stato indiano stava disboscando queste foreste in un modo del tutto insostenibile. In risposta, la popolazione locale, in particolare le donne, si recò nelle foreste e difese gli alberi con i propri corpi, mettendosi fisicamente tra le motoseghe e gli alberi, sia perché essa stessa viveva in modo sostenibile di alcuni prodotti della foresta, ma anche perché, in qualche modo, le foreste erano viste dalle comunità locali come sacre e facevano parte della loro identità collettiva. L'esempio del Movimento Chipko, in India[2], è ciò che intendo quando uso la frase “ambientalismo dal basso”.

Possiamo contrapporre questo concetto all'“ambientalismo dall'alto”, che ha due espressioni diverse. In primo luogo, nel contesto del colonialismo negli Stati Uniti, abbiamo un approccio di conservazione storica. In questo caso, quando i coloni arrivano in un territorio di frontiera, cacciano gli indigeni ed iniziano a modificare la terra attraverso l’agricoltura e poi l’industrializzazione. Poi, si cerca eventualmente di risparmiare una parte di quella terra, che viene riconosciuta come particolarmente bella e come parte del patrimonio nazionale. Attraverso questo percorso assistiamo all'invenzione del sistema dei Parchi Nazionali che negli USA si esprime attraverso Yellowstone e tutti gli altri 'grandi' parchi nazionali.

L'idea centrale, alla base di questo approccio, è che si debbano conservare i luoghi “selvaggi”. Ma tale preservazione della natura selvaggia si basa sul rafforzamento di una sorta di dicotomia tra le persone e la natura. La natura deve essere vista come una cosa “là fuori”, separata dalle comunità umane. E la natura, in quella condizione presupposta, deve essere preservata in qualche modo dallo Stato. In questo atteggiamento nei confronti della natura selvaggia, è necessario assicurarsi che non ci siano esseri umani che vivano all’interno delle aree protette. Negli Stati Uniti questo processo richiese l’espropriazione dei nativi americani, che furono violentemente espulsi dai parchi nazionali come Yellowstone.

È possibile tollerare la presenza di esseri umani in queste aree di conservazione, ma la preferenza è stata data ai bianchi benestanti - storicamente i cacciatori come Theodore Roosevelt e, oggi, soprattutto gli abitanti delle città che viaggiano da San Francisco, o da qualsiasi altro luogo, fino al Parco Nazionale di Yosemite. Questa visione ambientale neocoloniale è un prodotto diretto del colonialismo. Rafforza la falsa dicotomia, sintomo dell'alienazione tra uomo e natura, che il capitalismo accresce. È anche una potente illustrazione della «frattura metabolica» che il sistema crea tra società ed ecologia. Dal punto di vista dell'ambientalismo dal basso, ritengo che la costruzione neocoloniale della natura selvaggia sia una tradizione altamente razzista, sia storicamente che nel presente. In un capitolo del libro esamino la lunga storia e la genealogia di questo tipo di costruzione e conservazione della natura selvaggia, nonché i suoi impatti e il modo in cui le persone resistono al colonialismo dei colonizzatori.

Dal punto di vista dell'ambientalismo dal basso, c'è una seconda eredità problematica che deriva dallo sviluppo del movimento ambientalista stesso. Il movimento ambientalista occidentale, a partire dagli anni Sessanta e Settanta, è stato molto importante e d'impatto, e naturalmente aveva una componente molto populista. Rachel Carson, ad esempio, testimoniò davanti al Congresso degli Stati Uniti per chiedere con successo la messa al bando dei pesticidi come il DDT. Ciò portò alla creazione di varie agenzie governative di regolamentazione, come l'Environmental Protection Agency, e di una legislazione positiva, come il Clean Air Act. Tutti questi sviluppi sono stati vittorie straordinarie che rieccheggiano ancora oggi, ma si basano essenzialmente sullo Stato per proteggere i beni ambientali.

Con l'elezione di Ronald Reagan negli Stati Uniti e di Margaret Thatcher nel Regno Unito, molti decenni fa, si è avuto un consistente attacco allo Stato da parte della destra, che ha mobilitato molte persone che vedono, in qualche modo, lo Stato ostile ai loro interessi. Ora, parte di questa avversione è fondata sul razzismo, ma penso anche che non sia del tutto immotivato essere scettici nei confronti dello Stato borghese e, per estensione, dell'insufficente "ambientalismo dall'alto" che punta tutto sulla regolamentazione statale. Penso che sia certamente un progetto problematico, rispetto a ciò che implica l'ambientalismo dal basso: la mobilitazione di massa di persone che vogliono difendere i beni ambientali da cui dipendono.

Oggi, l’importanza dell’ambientalismo dal basso non è limitata ai più poveri del Sud del mondo – quelli che lo storico Ramachandra Guha chiamava «persone dell’ecosistema» – ma a tutti noi. Ad un certo livello oggi siamo tutti “persone dell’ecosistema” che si trovano ad affrontare l’ecocidio, il cambiamento climatico e l’estinzione di massa. Quindi, quello che sostengo, e che scrivo nel libro, è che c'è molta forza politica nell'idea di ambientalismo dal basso e nei movimenti che lo sostengono e si diffondono oggi in tutto il mondo. Dobbiamo prestare attenzione ad essi e a ciò che stanno facendo, soprattutto perché le principali istituzioni che secondo noi caratterizzano la cosiddetta civiltà occidentale – il capitalismo, lo Stato e l’urbanizzazione – al momento attuale sono tutte inadatte.

Nei prossimi decenni, è probabile che supereremo una serie di "punti critici": dal collasso della Corrente del Golfo ai livelli di riscaldamento che provocheranno migrazioni da un terzo fino a metà dell’umanità. E non si tratta di speculazioni azzardate, ma di aggiornate valutazioni scientifiche. Quindi, stiamo superando tutti questi "punti critici", e tutte le istituzioni che la modernità occidentale ha creato ed esportato nel resto del mondo – come lo Stato nazione – sono totalmente inadeguate. Le persone dovranno essere in grado di spostarsi, di impegnarsi in forme di mutuo soccorso dal basso verso l’alto, in un "comunismo dei disastri". Il mio libro Environmentalism from Below analizza proprio questo: come le persone stiano già facendo cose di questo genere in una varietà di forme organizzative, su scala diversa, e stiano prendendo molto sul serio questo progetto.


Proveniendo dall'Occidente, una delle cose che si notano dell'ambientalismo dall'alto è che ci sono versioni ufficiali sancite dallo Stato, come lei dice. Queste possono esprimersi attraverso i cosiddetti enti ambientali indipendenti ma finanziati dallo Stato (l'EPA negli Stati Uniti, o il Natural Resources Wales da dove parlo io). Probabilmente, negli ultimi decenni questi organismi sono stati disarmati dalla “cattura della regolamentazione” e sono passati dall'altra parte. Ma accanto a questi organismi, l'altra forma accettata di ambientalismo sembra essere quella basata sulle ONG. La maggior parte di esse trae origine dagli sconvolgimenti degli anni Sessanta – come Friends of the Earth, Greenpeace e WWF – ma, anche quando sono organizzazioni di massa, si ha l'impressione, a volte, che siano intrappolate in una forma di ambientalismo dall'alto e sostituzionista. Il loro approccio nei confronti della base sembra essere quasi transazionale: i membri forniscono denaro, ma l'attivismo diretto e l'impegno politico sono intrapresi dalle ONG – dal lobbismo politico alla scalata di un grattacielo o di una piattaforma petrolifera. Il tipo di ambientalismo dal basso che lei delinea nel libro offre un approccio più forte e una tradizione più ricca per la politica ambientale?

Direi di sì, ma non sto cercando di sostenere che non possa esserci un ruolo per le organizzazioni no-profit che esercitano pressioni sullo Stato, o per gli ambientalisti che si mobilitano attraverso alcune di queste organizzazioni no-profit esistenti. Ma se queste ONG, gruppi di pressione e movimenti politici progressisti non sono collegati alle persone che si stanno realmente mobilitando sul terreno, rischiano di diventare entità cooptate dall’alto.

Ho iniziato il libro riflettendo sulla "Conferenza mondiale dei popoli sui cambiamenti climatici e i diritti della madre Terra" tenutasi a Cochabamba, in Bolivia, nel 2010, ma mentre scrivevo pensavo anche alla promozione del Green New Deal, perché Cochabamba si svolgeva dopo la Grande Recessione del 2008, in un momento di eccitazione per l'economia ambientale. Si è discusso molto di un Green New Deal proveniente dalla Gran Bretagna e dall'Europa, che ha preso piede, in una certa misura, anche qui, nel ventre della bestia, negli Stati Uniti, ma poi si è ridimensionato con l'elezione di una serie di governi di destra in tutto il mondo. Questo ha portato all'attuazione di una maggiore economia di austerità e tutte le discussioni sul Green New Deal sembrano essere finite.

Avevo dei dubbi e stavo scrivendo sul Green New Deal ancora prima che venisse ritirato, preoccupandomi del keynesianesimo dall'alto in basso e della mancanza di qualsiasi necessità di frenare la crescita capitalistica. Il problema del keynesianesimo deriva dall'aver avuto origine in un momento storico diverso, quando non si pensava alla precarietà degli ecosistemi planetari come facciamo oggi. Mi preoccupava anche il modo in cui i piani del Green New Deal tendevano a essere inquadrati entro i confini e i presupposti dello Stato nazione. Di conseguenza, i loro approcci e le loro soluzioni non erano solo limitati e calati dall'alto, ma anche di stampo neocoloniale.

Le proposte del Green New Deal sono riemerse negli anni dal 2017 al 2019, quando i politici progressisti si sono mobilitati attorno alla campagna di Bernie Sanders, qui negli Stati Uniti, e Jeremy Corbyn nel Regno Unito. Queste campagne hanno prodotto alcune interessanti proposte politiche. Ma sentivo che ancora una volta non stavano affrontando i problemi ambientali in termini di sistema planetario e, soprattutto, non erano orientate verso ciò che è necessario per il Sud del mondo e per le comunità in prima linea nella crisi climatica.

Quello che cerco in questo libro, è di rimediare a questo squilibrio esplorando una serie di questioni che sono di primaria importanza nel Sud del mondo, a partire dall'agricoltura – di cui, come sapete, non si parla quasi mai nei piani di Green New Deal occidentali – seguita dall'urbanizzazione, dalla transizione energetica, dalla conservazione della biodiversità e dalle migrazioni. In questi capitoli cerco di esaminare una varietà di forme di organizzazione su scale diverse. Ad esempio, nel capitolo sulla Decolonizzazione del cibo analizzo il movimento contadino mondiale, La Via Campesina, che è un'organizzazione transnazionale con proprie forme di governance rappresentativa. Questo movimento non sembra soffrire del sostituzionalismo che lei descrive in relazione al settore ambientale no profit in Occidente. Cerca davvero di mobilitare le persone in modo democratico e diretto, includendo una forte componente di uguaglianza di genere.

La Via Campesina si colloca probabilmente all'estremità più organizzata dello spettro dei movimenti che analizzo nel libro. Guardo anche a gruppi che alcuni potrebbero considerare “disorganizzati”, nel senso che non utilizzano strutture rappresentative gerarchiche e modelli di governance transnazionali. Mi riferisco ad esempio ai gruppi di squatter nei quartieri delle città del Sud del mondo, dove le persone lottano contro lo sfratto.

Nell'applicare questo approccio dal basso verso l'alto, sono molto interessato a esplorare il tipo di tradizioni nate con la storiografia radicale britannica incarnata, per esempio, da The Making of the English Working Class di E.P. Thompson. Ho cercato di imitare l'idea di fare storia dal basso, prendendo sul serio le forme di organizzazione delle persone, come ha fatto lui. In un luogo come l'India, questa tradizione ha portato ai Subaltern Studies, un approccio alla storia che ha messo in luce come i contadini si sono mobilitati e hanno resistito alle incursioni nelle loro terre da parte delle forze imperiali britanniche. Nella storiografia mainstream, dall'alto verso il basso, non avremmo mai potuto ascoltare queste voci, perché erano sempre i funzionari imperiali a scrivere delle “rivolte” popolari.

Il tipo di mobilitazioni che analizzo richiede un approccio dal basso verso l'alto. Sarebbero difficili da comprendere senza questo approccio, perché hanno una modalità di organizzazione molto flessibile e, si potrebbe dire, spontanea. Nel libro ho cercato di rivelare questo più ampio spettro di movimenti che si stanno sviluppando nel contesto del Sud globale.


Nel contesto di questo ampio spettro di mobilitazioni e delle loro forme, pensa che ci siano dei punti di forza organizzativi condivisi che si rivelano attraverso l'ambientalismo dal basso? Ad esempio, che siano esplicitamente consapevoli della classe (nel caso de La Via Campesina) o più spontanee, queste mobilitazioni hanno una maggiore resilienza democratica e quindi, principi guida più forti? In caso affermativo, si trovano in una posizione migliore per resistere alle pressioni perché si mettano ufficialmente al servizio del neoliberismo, a differenza di alcune cooptate ONG ambientaliste occidentali?

I movimenti popolari sono luoghi di fermento e contestazione politica. Se da un lato questi movimenti lottano per difendere i beni comuni ambientali, dall'altro sono sempre sottoposti alla pressione degli interessi delle élite e dello Stato. A volte i leader possono essere comprati e le persone possono essere costrette al silenzio. Ma quello che ho trovato, in una sorta di insieme di principi, è che molti di questi movimenti pensano all'ambientalismo in un senso molto esteso. Al contrario, gli interessi delle élite cercano di restringere la lente dell'ambientalismo. Le élite potrebbero ammettere l'esistenza di una crisi climatica, ma ne restringono la portata concentrandosi esclusivamente sull'anidride carbonica. In questo modo possono sostenere che la crisi può essere affrontata attraverso soluzioni tecnologiche come la cattura e lo stoccaggio del carbonio. Oppure possono proporre i meccanismi neoliberali di compensazione delle emissioni di carbonio come soluzioni mirate. Questo ridimensionamento del problema da parte delle élite nasconde la verità della nostra crisi ambientale e la miriade di sfaccettature diverse che si intrecciano e si intersecano.

Credo che l'effettiva complessità delle questioni ambientali sia meglio compresa dalle "persone sul campo", dove, ad esempio, la crisi climatica sta colpendo davvero. Proprio in virtù delle loro circostanze materiali, esse e i loro movimenti hanno una comprensione più veritiera.

Come esempio specifico, nel capitolo del libro sulla transizione energetica, esploro il caso del Sudafrica, dove il governo dell'ANC ha perlomeno accettato l'obiettivo di una «giusta transizione energetica». Ma il modo in cui sta cercando di realizzarla è molto limitato: si limita a coinvolgere imprese private per la costruzione di energia rinnovabile. Molte di queste imprese provengono dal Nord globale, in particolare dall'Europa, e quindi i movimenti popolari si pongono molte domande sull'equità – una considerazione importante visti gli altissimi livelli di disoccupazione in un luogo come il Sudafrica. Quindi, la domanda cruciale è: quali sono le implicazioni di una transizione energetica gestita da un gruppo di consulenti aziendali e ingegneri provenienti dall'Unione Europea?

È una domanda importante perché, nel frattempo, ci sono movimenti popolari sul territorio che bloccano le strade perché le loro comunità subiscono continui brownout – improvvisi cali di tensione nelle reti elettriche. Queste gravi interruzioni riflettono il fatto che l'autorità energetica nazionale, l'Eskom, è in una crisi politica. La gente del posto vede minacciata la propria abitazione perché non può permettersi di pagare le tariffe imposte dall'ente statale. Vede la povertà e l'approvvigionamento energetico come questioni di vita o di morte nel contesto di un aumento delle temperature legato alla crisi climatica. Questi movimenti vedono una connessione tra le questioni di alloggio, accesso all'energia, clima e povertà. Inoltre, a causa dell'approccio del governo dell'ANC alla transizione energetica, sono consapevoli della conquista dello Stato da parte delle imprese. Tutte queste questioni sono viste come interconnesse e quindi essi [i movimenti popolari] combattono questi problemi attraverso l'azione diretta. È importante notare che, a causa di questa interconnessione, fanno pressione anche sui sindacati e cercano di portarli dalla loro parte e nelle loro lotte.

I movimenti per la giustizia nella transizione energetica sono solo una delle tante lotte, in contesti molto diversi, che analizzo nel libro. Se c'è un insieme di principi unificanti in tutte queste lotte, è il tipo di ambientalismo intersezionale, in cui le persone fanno davvero collegamenti perché sono direttamente esposte a queste molteplici crisi sul campo. Questo tipo di ambientalismo contrasta nettamente con quello, limitato, dall'alto verso il basso – in cui gli sforzi vengono spesi per salvare una parte o un aspetto dell'ambiente – che è, in questo modo, facilmente cooptabile dal discorso neoliberale.


Sembra che l'ambientalismo dal basso verso l'alto presupponga un approccio più olistico. Quanto di questo è dovuto al radicalismo – nel senso che, per mantenere l'olismo, è necessario scavare fino alle radici, alle cause di una crisi, e poi risalire per trovare le connessioni con altre tendenze, fattori, questioni e movimenti di massa?
Se questa valutazione è pertinente, in che modo il radicalismo olistico è in grado di contrastare il tipo di ambientalismo monotematico che abbiamo ereditato dalla scienza occidentale e dalle scelte politiche derivanti dal Summit della Terra di Rio '92 – quando i leader politici mondiali hanno promosso un'agenda che ha scomposto l'emergente crisi ambientale
in una serie di “questioni” ambientali discrete – biodiversità, clima, desertificazione, inquinamento e così via?
Il tipo di approccio dal basso verso l'alto e radicalmente olistico che lei esplora è la chiave per infondere negli ambientalisti seri un nuovo senso di ottimismo radicale? Questa prospettiva sarebbe utile soprattutto ai giovani che si definiscono “l'ultima generazione”?

Vinceremo la lotta ambientale solo se coinvolgeremo i movimenti di massa. Questo è l’unico modo per agire perché l’ambientalismo dall’alto, nonostante alcuni dei suoi successi, sarà sempre vulnerabile alle reazioni politiche. E, naturalmente, il pericolo di una reazione politica diventa sempre più forte man mano che il clima e l’ambiente in generale entrano in una crisi più profonda.

I principali politici “liberali” del Nord del mondo stanno affrontando la crisi climatica promettendo di accelerare la transizione energetica dall’alto, versando denaro pubblico a società private come Ørsted, il grande sviluppatore eolico offshore. Negli Stati Uniti, questo è ciò che sta facendo l’Inflation Reduction Act sotto il presidente Biden, e so che cose simili stanno accadendo con il Green Deal nell’UE. Il problema è che, anche se queste iniziative vengono sviluppate dall’alto verso il basso, ci troviamo in un boom senza precedenti per i combustibili fossili. I politici, compresi i “liberali” come Joe Biden, non stanno facendo nulla di serio riguardo a questa contraddizione perché, da un lato, dicono agli ambientalisti: stiamo facendo ciò che è necessario promuovendo i Green New Deals; ma, d’altro, il messaggio che stanno inviando agli interessi [delle multinazionali] dei combustibili fossili e agli speculatori finanziari ad essi associati è: non preoccupatevi, il vostro capitale sarà al sicuro, continueremo ad estrarre combustibili fossili e voi starete bene.

Mentre in Occidente ci troviamo in questo pericoloso momento, nel Sud del mondo c'è una sorta di situazione parallela. Politici come il Primo Ministro indiano, Narendra Modi, affermano che l'India deve rafforzare la propria indipendenza energetica e la propria sovranità energetica per lo sviluppo economico. A tal fine, il governo indiano sta costruendo importanti progetti di energia solare, ma intende anche aprire giacimenti di carbone per miliardi di sterline, e costruire nuove centrali elettriche a carbone.

Sto usando Modi e l'India come esempio, ma questo è un problema che riguarda tutto il Sud globale, perché questi paesi sentono che il loro spazio di sviluppo è stato precluso dall'inquinamento che nel passato l'Occidente ha immesso nell'atmosfera. C'è rabbia nel senso che le élite di alcuni paesi del Sud del mondo sostengono che ora è il loro momento di svilupparsi economicamente e non hanno intenzione di ridurre l’uso di combustibili fossili che ritengono necessari per raggiungere questo obiettivo.

La terribile ironia è che il potere economico prodotto in questo modo dai combustibili fossili va a beneficio di una percentuale limitata della popolazione di un paese come l'India, anche se il paese stesso è uno dei luoghi del pianeta più vulnerabili all'apocalisse ambientale che si sta preparando. Ritengo che queste contraddizioni siano uno degli enormi pericoli che corre l'attuale establishment politico, con i suoi approcci dall'alto verso il basso.

A peggiorare le cose, c'è la minaccia dell'estrema destra e dei fascisti che utilizzano la xenofobia esplicita per demonizzare alcune popolazioni e i migranti. Questo eco-fascismo è più evidente nei paesi ricchi come quelli dell'UE, ma si riflette anche nel Sud del mondo, dove un leader come Modi prende di mira i musulmani in modi esplicitamente modellati all'islamofobia occidentale.

Credo che, se vogliamo pensare seriamente in modo ottimistico, dobbiamo essere in grado di organizzare un'opposizione significativa dal basso verso l'alto ad entrambe le tendenze politiche: la doppiezza liberale che incoraggia contemporaneamente il capitale fossile e la transizione energetica, e la risposta fascista alla crisi climatica che attacca sempre più i migranti.

Ci sono alcuni buoni segnali che indicano che la necessità di un'azione radicale sta risuonando in Occidente e che le persone si stanno radicalizzando dal punto di vista ambientale. Come indicatore possiamo pensare al libro di Andreas Malm How to Blow up a Pipeline[3], che è diventato un bestseller, è stato adattato per diventare un film, ed è stato analizzato dal New York Times, raggiungendo così un pubblico molto più ampio. Contemporaneamente c'è Extinction Rebellion nel Regno Unito, che è stato all'avanguardia in questo tipo di protesta radicale giovanile dal basso. Il tipo di radicalizzazione e le prospettive olistiche di cui abbiamo parlato si stanno indubbiamente manifestando, ma anche la repressione che ne deriva è un problema serio.

Ovviamente, questo fenomeno si sta verificando da molto tempo nel Sud del mondo. Nel libro sostengo che i movimenti del Sud globale già da tempo fanno esplodere gli oleodotti e difendono i beni ambientali. L'azione militante, compresa la resistenza armata delle popolazioni il cui ambiente è stato minacciato, è in corso da decenni nei paesi del Sud del mondo. Questa resistenza non viene sempre etichettata come “ambientalismo”, ma è spesso una forma di difesa dei beni comuni ambientali. La repressione che ne deriva da parte delle forze postcoloniali, compresi gli attori statali borghesi e gli interessi internazionali come le imprese di combustibili fossili, si svolge attraverso la politica ambientale da molto, molto tempo.

Le principali forze politiche all'opera nell'attuale situazione internazionale si stanno manifestando in un momento in cui tutto ciò che abbiamo dato per scontato, nella relativa stabilità climatica dell'Olocene, viene stravolto. Guardando al futuro, tutte le certezze politiche a cui ci siamo abituati – gli Stati nazione, i confini nazionali e le megalopoli del mondo – stanno per essere buttate all'aria, probabilmente nel corso della nostra vita, ma certamente entro il 2100. Prepararsi a questa imponente riconfigurazione – pur cercando di costruire dal basso ciò di cui abbiamo bisogno per sopravvivere, per far sì che la transizione energetica avvenga il più possibile – è, a mio avviso, l'elemento chiave delle lotte ambientali che abbiamo davanti a noi.


In questo mondo incerto, quanto sono importanti i principi tradizionali delle lotte politiche e della mobilitazione di massa? Per esempio, che ruolo ha l'internazionalismo in termini di creazione della massa critica dell'ambientalismo dal basso, unendo tutte le lotte che avete descritto e rendendole politicamente olistiche collegando l'ambientalismo a lotte più ampie per la giustizia sociale e la pace?

Inoltre, in relazione a questo internazionalismo e sempre provenendo da tradizioni di lotta, quanto sono significativi i principi di coscienza di classe e di solidarietà di classe? L'ambientalismo dal basso ha buoni esempi di organizzazioni con coscienza di classe come La Via Campesina, ma quanto è importante che si creino connessioni tra questi movimenti ambientalisti e la classe operaia urbana?

Credo che su entrambi i fronti - internazionalismo e solidarietà di classe - si tratti di questioni importanti. Inizio il libro con la mia esperienza a Cochabamba per la "Conferenza mondiale dei popoli sui cambiamenti climatici e i diritti della madre Terra". L'evento è stato convocato dai movimenti in risposta alla COP sul clima del 2009 a Copenaghen, dove le élite mondiali si sono sostanzialmente rifiutate di accettare tagli obbligatori alle emissioni di gas serra, l'inizio del percorso fallimentare che ci ha portato all'Accordo di Parigi. Evo Morales e altri, provenienti da varie nazioni del Sud del mondo, erano così disgustati da quella direzione, che hanno concluso che avevamo bisogno di un movimento popolare – una sorta di risposta globale di classe, basata sull'ambientalismo di base – una "Internazionale Verde". Mi sento molto fortunato ad essere stato lì e ad aver partecipato alle deliberazioni prese a Cochabamba. Avrei desiderato che questo progetto continuasse, ma le circostanze politiche sono cambiate. L'arretramento dei governi della Marea Rosa in America Latina e l'elezione di fascisti in luoghi come il Brasile hanno fatto sì che il progetto si sia arenato. Ma credo sia un movimento che vale la pena sostenere e per il quale vale la pena lottare, quindi continuo a partecipare agli sforzi per contribuire all'organizzazione di questa sorta di "Internazionale Verde".

Perché abbia successo, questo sforzo deve essere coerentemente ancorato alla maggioranza globale, in modo da riflettere le richieste dei movimenti popolari del Sud del mondo. Dobbiamo assicurarci che la storia delle tradizioni di giustizia globale – le lotte contro il neoliberismo che hanno avuto luogo contro tutti gli accordi commerciali internazionali degli anni Novanta e l'OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) – siano fortemente intrecciate con le forme emergenti di solidarietà ambientale internazionale.

In termini di coscienza di classe, è essenziale coltivare i legami e la solidarietà tra persone che si trovano in parti diverse del sistema mondiale capitalistico. Dobbiamo tornare alla lezione di Antonio Gramsci, che ha lottato per collegare il proletariato industriale del Nord Italia con i contadini del Sud. Quel livello di solidarietà di classe è un paradigma che dobbiamo continuare a costruire per i tempi e le lotte attuali. È un elemento vitale per sviluppare il tipo di lotta olistica di cui abbiamo già parlato. Ma nello sviluppo dell'olismo penso che dobbiamo includere anche altre lotte che si orientano attorno a diversi elementi di identità. Ciò include il tipo di elementi anticoloniali e antirazzisti che sono emersi in modo particolare a Cochabamba, dove sono state avanzate argomentazioni molto chiare sul fatto che l'inquinamento globale dei beni comuni atmosferici era un prodotto del colonialismo. Ciò ha portato a comprendere che capitalismo e colonialismo dovrebbero essere visti come intrecciati, con la conclusione che l’ambientalismo deve essere anche una sorta di movimento decoloniale che abbia come fulcro l’antirazzismo.

Spingendoci a considerare altre lotte, dobbiamo ovviamente iniziare ad analizzare quelle di genere. Le donne sono in prima linea nelle lotte ecologiche in tutto il mondo e dobbiamo essere consapevoli del fatto che la crisi climatica si abbatte in modo sproporzionato sulle donne. Le donne sono fondamentali per la riproduzione sociale e quello a cui stiamo assistendo è essenzialmente il crollo, in tutto il mondo, della capacità delle società di riprodursi. Per riflettere l'urgenza di queste lotte, dobbiamo rendere il femminismo e la mobilitazione femminista transnazionale parti fondamentali delle lotte ambientali in cui siamo impegnati. A sua volta, perché ciò sia efficace, l'elemento di genere deve essere chiaramente collegato alla coscienza di classe ed alle iniziative internazionali anticoloniali.

L'ambientalismo dal basso, come movimento, deve essere affrontato in modo olistico, ma so che può essere difficile farlo. La sinistra politica e i movimenti sociali si arenano spesso quando cercano di tenere in gioco tutti questi elementi di lotta e si impegnano ad essere i più giusti possibile. Ma credo che l'unità e l'olismo siano ciò per cui dobbiamo lottare, e guardo a organizzazioni come La Via Campesina come ottimi esempi di come si possa fare.


Ha trovato motivi per sperare che l'ambientalismo dal basso possa aiutarci nelle tradizionali lotte per l'unità che dobbiamo affrontare? Infine, il piano ecologico ha un potenziale per migliorare l'unità attraverso il movimento dal basso? Quali benefici derivano dall'introduzione di elementi radicali della lotta ecologica come l'agroecologia?

Ebbene, come ho scritto nel mio libro, le persone non hanno altra scelta che continuare a lottare. Nello scrivere Environmentalism from Below ho imparato molto sui motivi di questa reale determinazione a non arrendersi. Da un lato è un libro incredibilmente ampio, perché mi sono seduto a riflettere su come i principali temi ambientali illustrino le crisi che si stanno manifestando e come i movimenti si stiano mobilitando in risposta. I capitoli tematici del libro iniziano diagnosticando l’insieme dei problemi che la dinamica di sfruttamento capitalistico sta creando riguardo al tema ambientale, per poi esplorare le alternative dal basso.

Per esempio, nel capitolo Decolonizzare il cibo, mi sono proposto di analizzare la crisi dell'agricoltura e del sistema alimentare per poi descrivere le alternative che provengono dall'agroecologia. Per questo capitolo – secondo un approccio che ho seguito per ogni tema – ho cercato di imparare il più possibile sugli ecosistemi del suolo parlando con il maggior numero di esperti e leggendo il più possibile. In questo caso, la ricerca mi ha portato a riflettere sulla complessità dell'ecologia del suolo e sull'immensa varietà di vita che si trova in ogni singolo metro quadrato di suolo. Questa varietà di organismi è interconnessa attraverso un'interazione ecologica di una bellezza incredibile che, a sua volta, conserva l'immensa ricchezza del suolo. Questa è una straordinaria analogia per il tipo di politica olistica radicale di cui abbiamo parlato, ma è anche esattamente il tipo di sistema naturale di cui abbiamo bisogno per capire come sostenere la nostra politica radicale.

Le analogie ecologiche e politiche si espandono anche in altre direzioni. Il modello agroindustriale di trattare il suolo come un substrato neutro su cui si possono scaricare con disinvoltura prodotti chimici, è chiaro che non funziona più. Ma il predominio di questo approccio monoculturale rivela molto dello stile autoritario del sistema che il capitalismo sta esportando in tutto il mondo. La critica al comunismo è sempre stata quella di essere totalitario, ma se pensiamo al tipo di sistemi ecologici che derivano dal capitalismo industriale, essi sono tanto verticistici e distruttivi quanto qualsiasi forma di governo politico totalitario si possa immaginare.

Al contrario, se guardiamo agli ecosistemi naturali, come quelli che vediamo nei terreni sani, possiamo imparare molto su come potrebbe essere un ambientalismo diffuso dal basso. Ma possiamo anche ipotizzare i requisiti olistici che saranno necessari per dare forma al tipo di autentico "comunismo dei disastri" su cui dovremo fare sempre più affidamento. A questo proposito, verso la fine di Environmentalism from Below, discuto della necessità di abolire le frontiere e di come i paesi occidentali abbiano speso molto di più per militarizzare i loro confini, incoraggiando al contempo le nazioni del Sud del mondo a interdire i migranti, che per i risarcimenti climatici. La necessaria abolizione degli Stati nazione e dei confini razzisti è un ottimo modo concreto per pensare alla nostra risposta alla crisi ambientale, perché quasi tutti dovremo migrare in conseguenza dell'accelerazione del cambiamento climatico.

Environmental from Below si conclude con una discussione sulle questioni politiche di cui abbiamo parlato e su come gli attuali sistemi in vigore siano assolutamente insostenibili a causa delle crisi ambientali che stanno creando. Di fronte a tutte quelle realtà dobbiamo costruire altre forme di solidarietà e modi alternativi di essere in relazione con il pianeta. Con una netta inversione dello slogan thatcheriano: dobbiamo farlo perché non c’è alternativa.


Note

[1] Dopo la seconda guerra mondiale venne concesso agli abitanti delle ex colonie di trasferirsi in Gran Bretagna: nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta si verificò una immigrazione di massa dall'ex impero. Con l'espressione "Generazione Windrush" sono chiamati i bambini arrivati dai Caraibi, dal nome della nave che li portò in Gran Bretagna. N.d.R.

[2] Il Movimento Chipko è nato nel 1973 sotto la guida di due discepoli diretti di Gandhi, Mira e Sarala Bhen, e del leader ambientalista Sunderlal Bahuguna, e lotta contro il crescente e irrazionale sfruttamento delle risorse forestali sulle pendici dell’Himalaya e dell’India. N.d.R.

[3] Andreas Malm, Come far saltare un oleodotto. Imparare a combattere in un mondo che brucia, trad. di Vincenzo Ostuni, Ed. Ponte alle Grazie, Firenze, 2022.


Traduzione di Alessandro Cocuzza

Fonte: Climate&Capitalism 20.05.2024


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