Fonte: Climate&Capitalism - 27.11.2025
Il clima più caldo aumenta la tossicità della plastica, avvelenando soprattutto i grandi mammiferi.

Una nuova ricerca pubblicata su Frontiers in Science afferma che i cambiamenti climatici rendono la plastica un inquinante più mobile, persistente e pericoloso. Ciò avviene con l'accelerazione della decomposizione della plastica in microplastiche - frammenti microscopici di plastica - che si diffondono a distanze considerevoli, aumentando l'esposizione e l'impatto sull'ambiente.
La situazione è destinata a peggiorare con l'aumento sia della produzione di plastica che degli effetti climatici. La produzione globale annuale di plastica è aumentata di 200 volte tra il 1950 e il 2023.
Gli autori della ricerca, dell'Imperial College di Londra [una prestigiosa università britannica], esortano ad eliminare la plastica monouso non essenziale (che rappresenta il 35% della produzione), a limitare la produzione di plastica vergine[1] e a creare norme internazionali per rendere la plastica riutilizzabile e riciclabile.
«L'inquinamento da plastica e il clima generano crisi che si intensificano a vicenda. Hanno anche origini e soluzioni comuni», ha affermato l'autore principale, il prof. Frank Kelly, dell’Imperial’s School of Public Health. «Abbiamo urgente bisogno di un approccio internazionale coordinato per impedire che la plastica a fine vita si accumuli nell'ambiente».
Crisi congiunte
I ricercatori hanno condotto una revisione completa delle prove esistenti che evidenzia come la crisi climatica aggravi l'impatto dell'inquinamento da plastica.
L'aumento delle temperature, dell'umidità e dell'esposizione ai raggi UV favorisce la degradazione della plastica. Inoltre, tempeste, inondazioni e venti estremi possono aumentare la frammentazione e la dispersione dei rifiuti di plastica - sei miliardi di tonnellate, e in aumento - nelle discariche, negli ecosistemi acquatici e terrestri, nell'ambiente atmosferico e nelle reti alimentari.
Cresce la preoccupazione per la persistenza, la diffusione e l'accumulo di microplastiche che possono alterare i cicli dei nutrienti negli ecosistemi acquatici, ridurre la salute del suolo e il rendimento dei raccolti. Se i livelli superano le soglie di sicurezza, le microplastiche influenzano negativamente l'alimentazione, la riproduzione e il comportamento degli organismi che le ingeriscono.
Le microplastiche possono agire come “cavalli di Troia” per trasferire altri contaminanti come metalli, pesticidi e PFAS, le cosiddette “sostanze chimiche eterne”. Le condizioni climatiche possono anche aumentare l'aderenza e il trasferimento di questi contaminanti, nonché la lisciviazione di sostanze chimiche pericolose come ritardanti di fiamma o plastificanti.
C'è anche la cosiddetta plastica storica da considerare. Quando il ghiaccio si forma nel mare, assorbe le microplastiche e le concentra, rimuovendole dall'acqua. Tuttavia, con lo scioglimento dei ghiacci marini a causa del riscaldamento globale, questo processo potrebbe invertirsi e diventare un'importante fonte aggiuntiva di rilascio di plastica.
La coautrice della ricerca, la dottoressa Stephanie Wright della Imperial School of Public Health ha dichiarato: «C'è la possibilità che nel corso del tempo la microplastica, già presente in ogni angolo del pianeta, abbia un impatto maggiore su alcune specie. Sia la crisi climatica che l'inquinamento da plastica, causati dall'eccessivo ricorso ai combustibili fossili da parte della società, potrebbero combinarsi per peggiorare un ambiente già sotto stress nel prossimo futuro».
I predatori al vertice della catena alimentare sono particolarmente vulnerabili
Gli effetti combinati di entrambi questi fattori di stress sono particolarmente evidenti in molti organismi marini. Ricerche su coralli, lumache di mare, ricci di mare, cozze e pesci dimostrano che la microplastica può renderli meno capaci di far fronte all'aumento delle temperature e all'acidificazione degli oceani.
Le cozze che si nutrono filtrando l'acqua possono concentrare la microplastica estratta dall'acqua e trasferire questo inquinante ai predatori: effetti come questo possono aumentare i livelli di microplastica più in alto nella catena alimentare.
Le specie che si trovano a livelli trofici superiori sono già vulnerabili a una serie di altri fattori di stress, i cui effetti possono essere amplificati dalla plastica. Ad esempio, uno studio recente ha scoperto che la mortalità dei pesci indotta dalla microplastica è quadruplicata con l'aumento della temperatura dell'acqua. Un altro studio ha dimostrato che l'aumento dell'ipossia oceanica, anch'essa causata dal riscaldamento, ha portato il merluzzo a raddoppiare l'assunzione di microplastica.
I predatori al vertice della catena alimentare, come le orche, possono essere particolarmente sensibili al doppio impatto delle microplastiche e dei cambiamenti climatici. Questi mammiferi longevi sono destinati a subire una significativa esposizione alle microplastiche nel corso della loro vita.
La potenziale perdita di specie chiave (keystone species) che determinano il funzionamento dell'ecosistema più ampio potrebbe avere implicazioni di vasta portata.
il coautore della ricerca, il Prof. Guy Woodward dell’Imperial’s Department of Life Sciences ha affermato che «I predatori al vertice della catena alimentare, come le orche, potrebbero essere i canarini nella miniera di carbone, in quanto particolarmente vulnerabili all'impatto combinato dei cambiamenti climatici e dell'inquinamento da plastica». È noto che le microplastiche influenzano anche gli ecosistemi terrestri, ma queste interazioni sono ancora più complesse e difficili da prevedere rispetto a quelle che riguardano la vita acquatica.
Necessità di un intervento urgente sulle microplastiche
Le prove che dimostrano l'aumento della quantità, della diffusione e della nocività delle microplastiche danno ulteriore forza alle richieste di un intervento urgente sull'inquinamento da plastica.
I ricercatori sostengono che dobbiamo ripensare l'intero approccio all'uso della plastica. «L'ideale sarebbe un'economia circolare della plastica. Deve andare oltre la riduzione, il riutilizzo e il riciclaggio, per includere la riprogettazione, il ripensamento, il rifiuto, l'eliminazione, l'innovazione e la circolazione, allontanandosi dall'attuale modello lineare ‘prendi-produci-spreca’», ha affermato la coautrice Julia Fussell della Imperial School of Public Health.
Questa revisione dimostra pure che l'integrazione degli effetti interattivi dell'inquinamento da plastica e dei fattori di stress climatico offre un modo per dirigere, coordinare e dare priorità alla ricerca e al monitoraggio, insieme alle politiche e alle azioni.
Secondo Wright: «Il futuro non sarà privo di plastica, ma possiamo cercare di limitare l'ulteriore inquinamento da microplastiche. Dobbiamo agire ora, poiché la plastica che scartiamo oggi minaccia di causare in futuro un disturbo su scala globale agli ecosistemi».
«Le soluzioni richiedono un cambiamento sistemico: ridurre la plastica alla fonte, una politica globale coordinata come il Trattato globale delle Nazioni Unite sulla plastica, e innovazioni responsabili e basate su dati concreti nella gestione dei materiali e dei rifiuti», ha ribadito Kelly.
Nota
[1] [N.d.T.] La plastica vergine è un tipo di plastica che non proviene da altri materiali che vengono riciclati e che danno vita alla plastica riciclata, più rispettosa dell’ambiente.
Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org
Fonte: Climate&Capitalism 27.11.2025


