Fonte: Climate&Capitalism - 07.09.2025

È stato pubblicato recentemente sulla rivista One Earth, uno studio condotto dal Potsdam Institute for Climate Impact Research - in collaborazione con l'Università BOKU di Vienna -  che rivela che la maggior parte della superficie terrestre si trova in uno stato di precarietà ambientale.





Un nuovo studio ha mappato in forma spazialmente dettagliata (e nel corso dei secoli) i limiti planetari dell'“integrità funzionale della biosfera”. Lo studio ha rilevato che il 60% delle aree terrestri globali si trova già al di fuori della zona di sicurezza definita a livello locale, e che il 38% si trova addirittura nella zona ad alto rischio.

L'integrità funzionale della biosfera si riferisce alla capacità del mondo vegetale di co-regolare lo stato del sistema Terra. Ciò richiede che il mondo vegetale sia in grado di acquisire energia sufficiente attraverso la fotosintesi per mantenere i flussi di carbonio, acqua e azoto che sostengono gli ecosistemi e i loro numerosi processi interconnessi, nonostante l’enorme interferenza umana odierna. Insieme alla perdita di biodiversità e al cambiamento climatico, l'integrità funzionale costituisce il nucleo del quadro analitico dei Planetary Boundaries [Limiti Planetari] per uno spazio operativo sicuro per l'umanità.

«La nostra civiltà ha un enorme bisogno di utilizzare la biosfera – per il cibo, le materie prime e, in futuro, anche per la protezione del clima», afferma Fabian Stenzel, autore principale dello studio e membro del gruppo di ricerca Terrestrial Safe Operating Space del PIK. «La domanda umana di biomassa continua a crescere – e la coltivazione di erbe o alberi a crescita rapida per la produzione di bioenergia con cattura e stoccaggio del carbonio è considerata da molti un'importante strategia di supporto per stabilizzare il clima. Diventa quindi ancora più importante quantificare lo stress che stiamo già esercitando sulla biosfera – in modo differenziato a livello regionale, e nel tempo – per identificare i sovraccarichi. La nostra ricerca sta aprendo la strada a questo obiettivo».

 

Due indicatori per misurare lo stress e il rischio

Lo studio si basa sull'ultimo aggiornamento del quadro dei Planetary Boundaries [Limiti Planetari], pubblicato nel 2023. «Il quadro pone correttamente i flussi di energia derivanti dalla fotosintesi della vegetazione mondiale al centro di quei processi che co-regolano la stabilità planetaria», spiega Wolfgang Lucht, capo del dipartimento di Earth System Analysis [Analisi del Sistema Terra] del PIK e coordinatore dello studio. «Questi flussi di energia alimentano tutto il vivente, ma ora gli esseri umani ne stanno dirottando una parte considerevole per i propri scopi, disturbando i processi dinamici della natura».

Lo stress che questo provoca nel sistema Terra può essere misurato dalla percentuale di produttività naturale della biomassa che l'umanità destina ai propri usi – attraverso raccolti, scarti e legname – ma anche dalla riduzione dell'attività fotosintetica causata dalla coltivazione e dall'impermeabilizzazione del suolo. Lo studio ha aggiunto a questa misura un secondo importante indicatore dell'integrità della biosfera: un indicatore del rischio di destabilizzazione dell'ecosistema che registra complessi cambiamenti strutturali nella vegetazione e nei bilanci idrici, di carbonio e di azoto della biosfera.

 

Europa, Asia e Nord America sono particolarmente colpiti

Basandosi su un modello globale della biosfera che simula i flussi di acqua, carbonio e azoto su base giornaliera, con una risoluzione di mezzo grado di longitudine/latitudine, lo studio fornisce un inventario dettagliato per ogni singolo anno a partire dal 1600, fondato sui cambiamenti climatici e sull'uso del suolo da parte dell'uomo. Il gruppo di ricerca non solo ha calcolato, mappato e confrontato i due indicatori dell’integrità funzionale della biosfera, ma li ha anche utilizzati per fare un confronto matematico con altre misure tratte dalla letteratura scientifica per le quali sono note le “soglie critiche”. Ciò ha portato all'assegnazione di diversi status ad ogni area, basato sui limiti di tolleranza ai cambiamenti da parte degli ecosistemi locali: Spazio operativo sicuro, Zona a rischio crescente o Zona ad alto rischio.

Le elaborazioni del modello mostrano che sviluppi preoccupanti iniziarono già nel 1600 alle latitudini medie. Nel 1900, la percentuale di superficie terrestre globale in cui i cambiamenti dell’ecosistema superavano la zona di sicurezza definita a livello locale, o addirittura rientravano nella zona ad alto rischio, era rispettivamente del 37% e del 14%, rispetto al 60% e al 38% che osserviamo oggi. L'industrializzazione stava iniziando a farsi sentire; l'uso del suolo influiva sullo stato del sistema Terra molto prima del riscaldamento climatico.

Attualmente, questo limite della biosfera è stato superato su quasi tutta la superficie terrestre - principalmente in Europa, Asia e Nord America - per effetto della forte conversione della copertura del suolo, dovuta principalmente all’agricoltura.


Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org

Fonte: Climate&Capitalism 07.09.2025


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