Fonte: The Ecologist - 15.05.2025

È “molto probabile” che la temperatura sulla Terra aumenti di 2°C entro il 2050, con un miliardo di persone che necessitano di aiuti umanitari.






Le politiche climatiche devono tenere conto di un riscaldamento più rapido del previsto per «evitare le conseguenze catastrofiche derivanti dal mancato cambiamento di rotta», affermano gli esperti ideatori di un nuovo strumento sul rischio climatico.

Un team di esperti dell'Institute and Faculty of Actuaries (IFoA) e dell'Università di Exeter avverte che, con l'attuale andamento, è «altamente probabile» che il pianeta subisca un aumento della temperatura di 2°C entro il 2050, con una possibile perdita del 25% del PIL mondiale e con più di un miliardo di persone che necessiteranno di aiuti umanitari.

Nel rapporto Planetary Solvency pubblicato di recente, il team ha previsto una perdita del 50% del PIL tra il 2070 e il 2090 in assenza di misure politiche immediate.


Fondazione

Ora il team ha lanciato un nuovo strumento sui rischi climatici che affronta la discrepanza tra le proiezioni climatiche e i risultati delle politiche, fornendo una panoramica completa dei rischi attuali e previsti (fino al 2050) in quattro ambiti chiave: clima, natura, società ed economia.

Il Planetary Solvency Risk Dashboard consente di visualizzare e valutare i rischi derivanti dal proseguire sull'attuale rotta volta a superare i limiti planetari: dagli impatti della carenza globale di cibo e acqua sulle popolazioni, ai punti di non ritorno climatici che, una volta innescati, potrebbero limitare la nostra capacità di prevenire i peggiori esiti.

Ciò rafforza la “consapevolezza situazionale” dei decisori nei governi e nei mercati finanziari, che si trovano ad affrontare una crescente instabilità dovuta all'aumento dei rischi climatici e ai rapidi cambiamenti del contesto globale.

Il dashboard [pannello di controllo] include anche un nuovo commento riguardo ai rischi per la natura, la società e l'economia, nonché dati storici dal 1990 al 2025 per illustrare come i profili di rischio siano peggiorati nel tempo, a seguito di una lenta azione sul clima e di una migliore conoscenza di questi impatti. 

Sandy Trust, membro del Consiglio dell'IFoA e principale collaboratore del Planetary Solvency Risk Dashboard, ha dichiarato: «La natura è il nostro fondamento, ci fornisce cibo, acqua e aria, nonché le materie prime e l'energia che alimentano la nostra economia. Le minacce alla stabilità di questo fondamento rappresentano rischi per la futura prosperità umana, che dobbiamo evitare con misure concrete».


Nel caso peggiore

«Se implementata, questa metodologia basata sul rischio fornirebbe ai decisori politici uno strumento efficace per evitare gli impatti catastrofici che potrebbero verificarsi se non cambiamo rotta, sostenendo così la prosperità futura».

Il professor Tim Lenton, del Global Systems Institute dell'Università di Exeter, ha affermato: «Il nostro dashboard mostra come il rischio di insolvenza planetaria sia aumentato nel tempo. Vogliamo che questa sia una risorsa facilmente accessibile e regolarmente aggiornata a cui i decisori possano rivolgersi. Può aiutarci tutti a comprendere l'urgenza della situazione e ispirare azioni concrete per indirizzare l'umanità verso un percorso più sostenibile».

Il dott. Jesse Abrams, del team Green Futures Solutions dell'Università di Exeter, ha aggiunto: «Da quando, meno di due mesi fa, abbiamo pubblicato il rapporto Planetary Solvency, gli eventi globali non hanno fatto altro che rafforzare la traiettoria del pianeta verso impatti catastrofici che minacciano la natura, la società e la prosperità economica. Allo stesso tempo, gli eventi meteorologici estremi si stanno verificando in anticipo, con maggiore intensità e con una frequenza che supera la maggior parte delle proiezioni scientifiche di pochi anni fa. Ciò rende fondamentale 'attuazione di politiche che tengano conto dei rischi previsti più elevati, finché prove concrete non ci dimostreranno che questi impatti siano stati evitati».


Brendan Montague 

Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org

Fonte: The Ecologist 15.05.2025