Fonte: Science for the People - 04.12.2025

Per le comunità indigene di tutto il mondo, la conoscenza dell'ambiente non è una questione accademica, è un'abilità fondamentale per la sopravvivenza. I sistemi di conoscenza indigeni stanno riemergendo come strutture fondamentali per affrontare le sfide della sicurezza alimentare e preservare gli ecosistemi fragili. Non si oppongono all'innovazione né rifiutano le tecnologie moderne. Piuttosto, stanno trovando il modo di integrare la saggezza tradizionale con le nuove metodologie.






Mentre molte aree dell'Africa orientale entrano nella tradizionale prima stagione annuale delle piogge, gli agricoltori esprimono insicurezza, soprattutto dopo le inondazioni che hanno colpito il Kenya nell'aprile 2024.[1] L'economia agricola in Kenya impiega il 40% della popolazione generale e il 70% della popolazione rurale.[2] I sistemi di conoscenza indigeni stanno riemergendo come strutture fondamentali per affrontare le sfide della sicurezza alimentare e preservare gli ecosistemi fragili, a causa dei mutamenti meteorologici che stanno influenzando i cicli stagionali delle colture consolidate. Queste pratiche collaudate nel tempo e sviluppate nel corso di secoli di attenta osservazione e adattamento, offrono alternative sostenibili ai metodi agricoli convenzionali che spesso esauriscono le risorse e contribuiscono al degrado ambientale.

Per le comunità indigene di tutto il mondo, la conoscenza dell'ambiente non è una questione accademica, è un'abilità fondamentale per la sopravvivenza. Come spiega Monicah Yator, agropastora e fondatrice dell'Indigenous Women and Girls Initiative (IWGI), «All'interno della nostra comunità, abbiamo una profonda conoscenza della conservazione dell'acqua. Durante le recenti siccità, questi metodi si sono rivelati essenziali per garantire almeno un po' di raccolto mentre altri, intorno a noi, hanno perso tutto».[3]

Nella pratica, la scienza indigena differisce fondamentalmente dagli approcci scientifici occidentali. Mentre la scienza occidentale spesso separa gli esseri umani dalla natura e si concentra sulla verifica sperimentale formalizzata, i sistemi di conoscenza indigeni considerano gli esseri umani parte integrante degli ecosistemi e costruiscono la conoscenza attraverso generazioni di osservazione e pratica. Questo approccio olistico crea sistemi alimentari resilienti che lavorano con i processi naturali piuttosto che contro, o aggirandoli. Entrambi i sistemi osservano e verificano, ma attraverso lenti metodologiche e relazioni con il mondo naturale diverse.

Previsioni del tempo leggendo i segni della natura

I modelli meteorologici sono una parte importante dell'agricoltura pluviale. Senza una tempistica adeguata, la qualità e la quantità dei raccolti possono essere influenzate. Uno degli aspetti più notevoli della conoscenza indigena è la capacità di previsione meteorologica attraverso l'osservazione di indicatori naturali. In molte comunità, tra cui quella di Yator, le persone «si affidano all'osservazione della natura per le previsioni meteorologiche... al comportamento di certi uccelli, alla fioritura di specifici alberi e anche alla direzione del vento». Questi bioindicatori hanno guidato la pianificazione agricola per generazioni.

La comunicazione di queste osservazioni rappresenta una forma sofisticata di trasferimento di conoscenze scientifiche che avviene principalmente attraverso la dimostrazione, l'apprendistato e la tradizione orale, piuttosto che attraverso la documentazione formale. Gli anziani della comunità osservano i mutamenti metereologici  e li comunicano alle generazioni più giovani attraverso momenti di insegnamento strutturati.

In tutta l'Africa, gli insetti svolgono un ruolo importante nelle previsioni del tempo. Le termiti diventano particolarmente attive prima delle piogge, tagliando l'erba e raccogliendo cibo, un segnale per gli esseri umani che forse dovrebbero raccogliere provviste prima dell'arrivo delle piogge. Il comportamento delle cicale indica l'andamento della temperatura; il loro continuo "stridìo" durante la stagione calda segnala condizioni di siccità, mentre quando iniziano a placarsi, indica pioggia imminente.

Grandi sciami di farfalle bianche, che volano da ovest a est e ritornano verso ovest, segnalano l'avvicinarsi delle piogge. Anche l'attività delle api funge da indicatore. Se si notano api che costruiscono i loro alveari, ciò suggerisce che sta per arrivare una buona stagione delle piogge, mentre un minor numero di api potrebbe indicare siccità.[4]

Alcuni di questi indicatori variano a seconda della regione e dell'ecosistema. Ciò che funge da indicatore di siccità in Tanzania potrebbe segnalare qualcosa di completamente diverso in Kenya o in Zimbabwe, evidenziando come le conoscenze indigene siano specificamente adattate alle tribù e alle condizioni locali. Tuttavia, come osserva Yator, «con il cambiamento climatico, questi indicatori stanno diventando meno prevedibili», creando nuove sfide per le comunità che tradizionalmente vi hanno fatto affidamento.

Gestione e conservazione dell'acqua

Le comunità indigene hanno sviluppato sofisticati sistemi di gestione dell'acqua adattati alle condizioni locali. Yator descrive come la sua comunità utilizzi "micro-bacini" o "zai pits" [fosse zai]*, piccole depressioni posizionate strategicamente per raccogliere l'acqua piovana e convogliarla verso le colture.[5] Queste tecniche, semplici ma efficaci, si sono rivelate preziose nelle regioni aride e semi-aride, dove ogni goccia d'acqua è importante.

Oltre a questi bacini idrografici, i terrazzamenti prevengono l'erosione del suolo nei terreni collinari, preservando sia il suolo che le risorse idriche. Queste pratiche non richiedono attrezzature costose o input esterni, rendendole accessibili anche alle comunità prive di risorse. Ma ancora più importante, queste pratiche si integrano con il paesaggio naturale anziché imporre sistemi artificiali che potrebbero alterare gli equilibri ecologici.

Nella contea di Baringo, in Kenya, le donne indigene della comunità Pokot hanno perfezionato le tecniche tradizionali di raccolta dell'acqua chiamate "korir".[6]  Le contadine scavano trincee poco profonde posizionate strategicamente lungo le curve di livello dei terreni in pendenza, rinforzandole con pietre ed erbe resistenti alla siccità. Durante gli eventi piovosi, queste strutture rallentano il flusso dell'acqua, consentendo un maggiore assorbimento del suolo e riducendo l'erosione. Durante la stagione di siccità del 2022, una cooperativa femminile nell'area di Tangulbei ha utilizzato questi metodi e ha riscontrato un aumento delle rese dei raccolti rispetto ai terreni vicini privi di sistemi di raccolta dell'acqua. Le donne anziane insegnano tecniche specifiche per misurare i gradienti di pendenza utilizzando strumenti tradizionali realizzati con materiali locali, trasmettendo precise conoscenze ingegneristiche attraverso dimostrazioni pratiche piuttosto che manuali scritti.[7]

Conservazione dei semi e agrobiodiversità

Forse uno dei contributi più significativi delle comunità agricole indigene è la tutela dell'agrobiodiversità attraverso pratiche di conservazione dei semi. «Conserviamo i semi delle colture indigene essiccandoli accuratamente al sole e conservandoli in contenitori ermetici, spesso mescolati con cenere particolare o determinate foglie per proteggerli dai parassiti», spiega Yator. «Abbiamo anche banche comunitarie dei semi dove condividiamo e scambiamo semi diversi».

A Gilgil, nella contea di Nakuru, un gruppo di donne gestisce localmente un sofisticato sistema di conservazione dei semi per varietà di colture resistenti alla siccità. Queste donne hanno una conoscenza specialistica di oltre sessanta varietà di colture, tra cui fagioli, miglio, sorgo, fagioli dall'occhio e ortaggi indigeni, ciascuna adattata a specifici microclimi. I loro metodi di conservazione richiedono il rivestimento dei semi con specifici preparati botanici (una miscela di foglie di neem** essiccate e in polvere, cenere di legno di particolari alberi indigeni e determinati terreni argillosi) che prevengono l'infestazione da parassiti senza l'utilizzo di prodotti chimici.

Durante ogni raccolto, queste donne selezionano i semi in base a criteri complessi, tra cui la resistenza alla siccità, la precocità, la resistenza ai parassiti e il valore nutrizionale. Il loro sistema di comunicazione include un vocabolario specializzato per descrivere le caratteristiche dei semi che non esiste in inglese o swahili, il che richiede una particolare conservazione della loro lingua madre per preservare questa conoscenza. Le custodi dei semi organizzano incontri stagionali di "racconti sui semi" in cui condividono la storia e le proprietà di ciascuna varietà con le donne più giovani, integrando informazioni tecniche agricole all'interno di narrazioni culturali che ne favoriscono la conservazione.[8]

Questa integrazione della scienza botanica con le pratiche culturali rappresenta una forma di comunicazione scientifica che preserva non solo i semi stessi, ma anche la conoscenza contestuale necessaria per coltivarli con successo. Le donne documentano i tassi di germinazione, i modelli di crescita e i dati sulla resa attraverso sistemi di registrazione orale e fisica che si sono dimostrati accurati se confrontati con altre misurazioni agricole convenzionali informali.[9]

Queste banche dei semi comunitarie fungono da biblioteche viventi della diversità genetica locale, proteggendo varietà che si sono adattate alle condizioni locali nel corso dei secoli. A differenza dei sistemi di sementi commerciali che promuovono l'uniformità genetica, i sistemi di sementi indigene esaltano la varietà come forma di resilienza. Colture e varietà diverse prosperano in condizioni diverse: alcune prosperano meglio negli anni secchi, altre in quelli umidi, alcune resistono a determinati parassiti mentre altre tollerano terreni poveri.

Le colture che si sono dimostrate più resistenti durante le recenti siccità nella comunità di Yator sono «varietà resistenti alla siccità di sorgo, miglio e alcuni tipi di fagioli». Quando aumentano gli stress ambientali, queste colture tradizionali - adattate alle condizioni locali attraverso generazioni di selezione - spesso superano le varietà introdotte dalle aziende sementiere. Esse rappresentano non solo delle fonti di cibo, ma anche riserve di tratti genetici che possono diventare sempre più preziosi con il cambiamento delle condizioni climatiche.[10]


Unire metodi tradizionali e moderni

Sebbene queste comunità indigene utilizzino molte tecniche antiche, non si oppongono all'innovazione né rifiutano le tecnologie moderne. Piuttosto, molte comunità stanno trovando il modo di integrare la sapienza tradizionale con metodi contemporanei. Yator descrive come la sua comunità «si avvale delle previsioni meteorologiche (quando disponibili e affidabili) insieme alle nostre osservazioni tradizionali per prendere decisioni più consapevoli sulla semina e sulla gestione delle risorse idriche».

Dal 2021, un'iniziativa di collaborazione tra i dipartimenti meteorologici e le comunità indigene di Kenya, Tanzania e Uganda ha creato un modello di comunicazione scientifica bidirezionale che verifica entrambi i sistemi di conoscenza. Nella regione di Laikipia, in Kenya, le "traduttrici meteorologiche comunitarie" - donne indigene con una riconosciuta conoscenza ambientale tradizionale - ricevono dati meteorologici dai servizi meteorologici nazionali e interpretano queste informazioni attraverso la lente della comprensione ecologica locale.

Queste donne creano previsioni integrate che combinano dati satellitari con osservazioni tradizionali sui modelli di fioritura delle piante, sul comportamento degli animali e sugli indicatori astronomici. Durante gli incontri mensili della comunità, presentano queste previsioni integrate utilizzando la lingua locale e i contesti culturali che concordano con gli agricoltori. Allo stesso tempo, queste donne documentano gli indicatori tradizionali che si dimostrano accurati e li condividono con gli scienziati meteorologi, creando un feedback che arricchisce entrambi i sistemi di conoscenza. Questo ponte di comunicazione ha aumentato l'adozione delle previsioni tra gli agricoltori locali e ha fornito preziosi dati di base per perfezionare i modelli climatici scientifici.[11]

Questo approccio riconosce che entrambi i sistemi di conoscenza presentano punti di forza e limiti. La conoscenza indigena fornisce la profondità della comprensione basata sul territorio e prospettive integrative, mentre la scienza occidentale offre strumenti tecnologici e capacità di raccolta dati più ampie. Insieme, possono creare strategie specifiche per affrontare le sfide della sicurezza alimentare.


Le sfide della trasmissione della conoscenza

Nonostante il loro valore, i sistemi di conoscenza indigeni incontrano dei problemi. Come spiega Yator, «una delle difficoltà maggiori è che molti giovani migrano verso le aree urbane in cerca di lavoro e stanno perdendo il contatto con queste pratiche tradizionali». Questo scollamento generazionale minaccia la continuità di conoscenze tramandate per secoli.

La svalutazione delle conoscenze indigene nei sistemi educativi formali aggrava questo problema. Quando le pratiche tradizionali vengono presentate a scuola come obsolete o non scientifiche, i giovani sono meno propensi a riconoscerne il valore. Questa erosione culturale si aggiunge alla perdita di pratiche che potrebbero contribuire ad affrontare le crescenti sfide ambientali.

Comunità come quella di Yator stanno rispondendo creando spazi intenzionali per la trasmissione della conoscenza: «Condividiamo la conoscenza indigena con le donne più giovani attraverso laboratori comunitari, incontri di narrazione e formazione pratica nelle fattorie. Gli anziani svolgono un ruolo cruciale nel trasmettere questa conoscenza». Queste iniziative riconoscono che la scienza indigena vive nella pratica e nella comunità.

Le comunità indigene devono essere considerate «partner alla pari nella lotta contro il cambiamento climatico, non semplici beneficiarie di interventi esterni». Le loro conoscenze rappresentano un patrimonio culturale e soluzioni pratiche alle urgenti sfide ambientali.


Possiamo usare le conoscenze indigene per migliorare la sicurezza alimentare?

Mentre i sistemi alimentari globali affrontano crescenti pressioni dovute al cambiamento climatico, alla crescita demografica e al degrado delle risorse, la conoscenza indigena offre sia strutture filosofiche che tecniche pratiche per creare alternative più resilienti. La sfida non sta nello scegliere tra approcci tradizionali e moderni, ma nel trovare modi rispettosi per integrare diversi sistemi di conoscenza attraverso un'efficace comunicazione scientifica.

Gli esempi più riusciti di questa integrazione hanno creato autentici canali di comunicazione bidirezionale in cui la scienza indigena e quella occidentale si informano a vicenda. Questo rappresenta la comunicazione scientifica nella sua forma più inclusiva: riconosce che la generazione e la trasmissione della conoscenza assumono forme diverse nelle diverse culture, ma perseguono scopi simili. Che si tratti di collettivi femminili per la conservazione dei semi, sistemi di apprendistato intergenerazionale o collaborazioni formali con istituti di ricerca, la chiave sta nel preservare l'integrità della conoscenza indigena creando al contempo dei ponti con altri sistemi di conoscenza.

L'efficacia delle pratiche indigene nel costruire la sicurezza alimentare e proteggere gli ecosistemi non è teorica. Nelle regioni del Kenya soggette a siccità, le tecniche tradizionali di raccolta dell'acqua hanno aiutato le comunità a mantenere la produzione alimentare nonostante la riduzione delle precipitazioni.[12] In Messico, l'antico sistema milpa (coltivazione consociata di mais, fagioli e zucca) continua a surclassare gli approcci monocolturali in termini di nutrizione totale per acro, e anche di resistenza agli eventi meteorologici estremi.

Nelle Filippine, i sistemi indigeni di terrazze di riso hanno funzionato in modo sostenibile per oltre 2.000 anni, creando non solo zone di produzione alimentare, ma anche ecosistemi complessi che supportano la biodiversità, prevenendo al contempo l'erosione e le inondazioni. Questi esempi viventi dimostrano che le conoscenze indigene sono vitali e possono essere utilizzate come soluzioni moderne alle sfide della sicurezza alimentare.

Raramente i sistemi alimentari indigeni separano la produzione alimentare dalla salute più ampia dell'ecosistema. Molte pratiche tradizionali rigenerano attivamente i sistemi naturali anziché impoverirli. Ad esempio, le pratiche indigene di gestione degli incendi in Australia hanno dimostrato di aumentare la biodiversità riducendo al contempo il rischio di incendi catastrofici.[13] Questi incendi controllati, guidati dalle conoscenze tradizionali su quando e dove bruciare, creano paesaggi a mosaico che mantengono specie diverse.

Allo stesso modo, i sistemi agroforestali indigeni in Amazzonia incorporano la produzione alimentare nella gestione forestale, mantenendo le funzioni dell’ecosistema e fornendo sostentamento.[14] Questi approcci contrastano nettamente con la tendenza dell’agricoltura industriale a semplificare gli ecosistemi e a ridurli a unità di produzione.

Come osserva Yator, la conoscenza indigena «detiene la chiave per costruire sistemi alimentari resilienti e sostenibili di fronte a un mondo in cambiamento». Comprendere questa potenzialità richiede di andare oltre l’apprezzamento superficiale e di considerare i modi in cui entrambi i sistemi possono collaborare e sostenersi a vicenda. Le comunità indigene devono avere le risorse e i diritti per praticare e adattare i loro approcci tradizionali, avendo al contempo accesso alle innovazioni vantaggiose.[15]

Il percorso verso la sicurezza alimentare sostenibile e la protezione degli ecosistemi potrebbe dipendere dalla nostra capacità di imparare da coloro che hanno mantenuto relazioni sane con il loro ambiente per generazioni. Considerando la scienza indigena non come una reliquia del passato, ma come una conoscenza viva ed essenziale per il nostro futuro collettivo, c'è speranza per sistemi alimentari che nutrano sia le persone che il pianeta.


Note

* N.d.T. Zai pits: tecnica agricola tradizionale africana, in particolare del Sahel, che consiste nello scavare delle piccole buche nel terreno arido durante la stagione secca per raccogliere l'acqua piovana. I contadini aggiungono nelle buche letame e compost che attira le termiti, le quali scavano gallerie migliorando ulteriormente l'assorbimento dell'acqua e arricchendo il terreno.

** N.d.T. Neem: (Azadirachta indica) è un albero della famiglia delle Meliacee diffuso in India e nell'Asia meridionale. È anche conosciuto come margosa, margosier o amargosa in varie lingue europee. Ha numerose proprietà medicamentose. Vedi Wikipedia



[1]
Kenya: Floods – Apr 2024, ReliefWeb, ultima modifica aprile 2024.

[2] Agriculture Sector Survey of January 2024, Central Bank of Kenya, ultima modifica 9 febbraio 2024.

[3] Adaptation Measures Adopted by Pastoralist Livestock Farmers in Kenya in Response to Climate Change, Journal of Aquatic and Terrestrial Ecosystems, ultima modifica 5 maggio 2024; Yator, conversazione privata con l'autore, 26 febbraio 2025.

[4] Sebata, Sehlapi, et al., Indigenous Weather Forecast Systems: A Case Study of Weather Forecast Indicators for Chapo Village, Ward 17, in Matopo Zimbabwe, Journal of Khoisan Studies, 2024.

[5] Zai Pits in Arid Regions of Kenya, PlantVillage, ultima modifica 19 gennaio 2022.

[6] PS Julius Korir, I Collect Water from the Rain Which Contributes to 40–50% of My Needs, YouTube video, 3:00, posted by PS Julius Korir,1 aprile 2025.

[7] Tangulbei Women Thrive through Agroecology, Financial Inclusion, and Education, ActionAid Kenya, accesso 30 maggio 2025.

[8] Chironda, Melody. Kenya: Sowing Seeds of Change on Rocky Land; A Farmer’s Inspiring Journey.” AllAfrica, September 30, 2024,https://allafrica.com/stories/202409300417.html.

[9] Matsa, Winniefridah e Manuku Mukoni, Traditional Science of Seed and Crop Yield Preservation: Exploring the Contributions of Women to Indigenous Knowledge Systems in Zimbabwe, International Journal of Humanities and Social Science 3, n. 4, febbraio 2013.

[10] Food and Agriculture Organization of the United Nations. Indigenous Peoples’ Food Systems: Insights on Sustainability and Resilience from the Front Line of Climate Change. Roma, 2021.

[11] DARAJA,” Resurgence, ultima modifica 4 aprile 2024.

[12] Ifejika Speranza, C., et al. Indigenous Knowledge Related to Climate Variability and Change: Insights from Droughts in Semi-arid Areas of Former Makueni District, Kenya,” Climatic Change 100, n. 2, settembre 2009, pp. 295-315.

[13] Macdonald, Maryanne, Darren Garvey, Eyal Gringart e Ken Hayward, Fires and Droughts: How Indigenous Knowledge Can Offer Solutions, World Economic Forum, 18 luglio 2022.

[14] Prado, Avener, Ignacio Amigo e Sam Cowie, How Agroforestry Can Restore Degraded Lands and Provide Income in the Amazon.” Mongabay, 9 dicembre 2022.

[15] Arun Agrawal, Indigenous and Scientific Knowledge: Some Critical Comments, Indigenous Knowledge and Development Monitor 3, 1995.




Jecinta Pierra Nyaruai

Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org

Fonte: Science for the People 04.12.2025