Fonte: Monthly Review - 01.01.2025
In questa intervista con Claudia Antunes della rivista brasiliana Sumaúma, Ian Angus parla delle idee esposte in Facing the Anthropocene [trad. it. Anthropocene. Capitalismo fossile e crisi del Sistema Terra, Asterios Editore] e spiega l'origine del suo pensiero.
L'intervista ha avuto luogo a fine marzo 2024, poco dopo che la Sub-commission on Quaternary Stratigraphy - parte dell'International Union of Geological Sciences - aveva respinto la proposta di approvare formalmente l'idea che ci troviamo in una nuova epoca geologica, l'Antropocene. Il termine, che deriva dalla parola greca ánthropos, ovvero uomo, è già ampiamente utilizzato da scienziati e ambientalisti per designare un'era in cui le attività umane interferiscono direttamente con la struttura della Terra accelerando il cambiamento climatico.
Claudia Antunes: Molte persone hanno messo in dubbio la decisione della Sottocommissione dell'International Union of Geological Sciences di non sostenere l'idea che siamo entrati nell'Antropocene. Questa decisione potrebbe dare sostegno ai negazionisti del cambiamento climatico?
Ian Angus: Devi capire che questo processo formale ha avuto luogo all'interno dell'organizzazione geologica, che è sempre stata storicamente molto conservatrice. Fin dall'inizio di questa discussione sull'Antropocene, molti geologi della vecchia generazione sono stati ostili a tale proposta. Primo, perché la discussione non è iniziata tra i geologi; è iniziata con gli scienziati del Sistema Terra, quindi è arrivata dall'esterno. Secondo, questa è una crisi sociale ed economica, oltre che una crisi naturale, e molti oppositori del concetto di Antropocene hanno trascorso tutta la loro vita lavorando per compagnie petrolifere o minerarie. Poiché questo è ciò che i geologi fanno principalmente, c'è resistenza a qualsiasi cambiamento, così come a questa particolare proposta. Inoltre, le correnti politiche che sono fortemente contrarie al cambiamento sociale hanno influenzato il processo. Quindi, non sorprende che ciò sia accaduto.
C.A.: Quali saranno gli effetti politici?
I.A.: Sospetto che le persone che negano il cambiamento climatico useranno questa decisione. Diranno: «Guarda, i geologi non sono d'accordo con te». Ma in realtà, il concetto di Antropocene, che i geologi lo approvino formalmente o meno, è stato ampiamente accettato nel mondo delle scienze della terra. La maggior parte delle altre discipline e un numero molto elevato di geologi hanno già accettato il concetto.
C.A.: Alcuni sostengono che il punto critico sia stato quando è iniziato l'Antropocene. Altri sostengono che, più in generale, si possa affermare che il Sistema Terra ha iniziato a cambiare con l'agricoltura. Questa argomentazione ha senso?
I.A.: Questa argomentazione ignora la distinzione tra cambiamento e cambiamento qualitativo del sistema. Non c'è dubbio che gli esseri umani hanno cambiato i loro ambienti per migliaia di anni. Ciò che non abbiamo avuto prima degli ultimi settant'anni è un cambiamento che altera effettivamente il modo in cui funziona il Sistema Terra, una vera e propria rottura con le condizioni che sono state dominanti sulla Terra per circa dodicimila anni.
Non credo che la maggior parte di queste persone siano negazioniste del cambiamento climatico. Direbbero, sì, il clima sta cambiando, ma la tecnologia risolverà questo problema. L'argomento di base è: abbiamo cambiato il pianeta in passato, abbiamo inventato nuovi modi di fare le cose e continueremo a farlo. In un certo senso, hanno preso la parola Antropocene, che deriva dal greco "uomo", e dicono che gli umani modificano da sempre l’ambiente, rifiutando l'idea che la nuova epoca sia il risultato di cambiamenti radicali nella società umana che stanno modificando la Terra.
C.A.: In Facing the Anthropocene, offri una spiegazione chiara del ruolo svolto in passato dal carbonio nell'atmosfera e di come questo sia cambiato negli ultimi decenni a causa delle attività umane. Potresti riassumere un po' questa spiegazione?
I.A.: Se torniamo indietro di circa due miliardi di anni, ci sono stati periodi in cui la Terra era completamente ghiacciata e altri periodi in cui l'intera Terra era tropicale e persino più che tropicale. Questi cambiamenti si sono verificati naturalmente, come risultato del modo in cui funziona l'orbita terrestre e di altri fattori. Ma sappiamo che negli ultimi due o tre milioni di anni almeno, il livello di anidride carbonica nell'atmosfera è variato solo entro limiti molto ristretti.
Qualcuno ha descritto l'anidride carbonica come il nostro termostato: alzandone un po' il livello, [la Terra] diventa più calda; abbassandone un po' il livello, [la Terra] diventa più fredda. Possiamo vedere la registrazione dell'anidride carbonica, conservata principalmente nel ghiaccio in Antartide e Groenlandia, e possiamo mostrare come il clima della Terra sia cambiato in stretta corrispondenza con la variazione della quantità di anidride carbonica. La gamma di cambiamenti è stata molto piccola. Durante l'ultima era glaciale, che si è conclusa dodicimila anni fa, un periodo molto breve nella storia della Terra, la quantità di anidride carbonica nell'atmosfera non era molto inferiore a quella che è stata fino a poco tempo fa. È bastato un piccolo spostamento perché si verificasse la transizione all'Olocene.
Negli ultimi 11.700 anni, il clima della Terra è stato relativamente stabile. Tutte le grandi civiltà umane si sono sviluppate durante questo periodo, quando il clima era abbastanza caldo per l'agricoltura, quando il ghiaccio era ristretto a certe parti limitate della Terra e così via. Abbiamo avuto delle variazioni, ma piccole.
Poi, nel secolo scorso, e in realtà solo negli ultimi quaranta o cinquant'anni, la quantità di anidride carbonica nell'atmosfera è aumentata vertiginosamente. Sta quasi raddoppiando rispetto a quel lungo periodo. Possiamo già vedere le conseguenze di tutto ciò. Il clima sta cambiando in tempo reale, molto, molto più velocemente di quanto sia mai accaduto a causa di processi naturali. Cambiamenti che in passato hanno richiesto centinaia di migliaia o milioni di anni, ora si verificano in anni o decenni.
C.A.: Hai detto che alcune persone credono che gli esseri umani inventeranno la tecnologia per gestire questa situazione. Ma persino l'International Energy Agency, costituita da trentuno paesi membri e tredici paesi associati, non la pensa così. Secondo l'agenzia, le tecnologie di cattura del carbonio sono ben lontane da ciò che è necessario per controllare il riscaldamento globale e gli eventi meteorologici estremi.
I.A.: Esatto. Parte dell'ideologia capitalistica è che, indipendentemente dal problema, esiste una soluzione tecnica. Perché se non esiste una soluzione tecnica, allora c'è qualcosa che non va nella società, e i difensori della società non vogliono crederci.
Anche se domani inventassimo una tecnologia di cattura del carbonio che rimuove la CO2 dall'atmosfera in modo rapido ed efficace, probabilmente ci vorrebbero secoli prima che abbia un effetto significativo. Oggi, un numero molto esiguo di progetti di cattura del carbonio sta rimuovendo l'anidride carbonica dall'atmosfera, e la quantità raccolta è equiparabile a qualche centinaio di automobili tolte dalle strade. Non è niente in confronto alle dimensioni del problema.
C.A.: Vorrei inquadrare le idee sull'Ecosocialismo che hai esposto nel tuo libro, compresa l’importanza che riservi al concetto di frattura metabolica nella storia del pensiero anticapitalista. Che tipo di corrente di pensiero rappresenti e chi sono i tuoi predecessori? Chi ha ispirato il tuo pensiero?
I.A.: Negli anni '60 e '70, quando ho iniziato a interessarmi ai movimenti socialisti, eravamo soliti dire che il socialismo avrebbe risolto tutto, una specie di equivalente socialista dell'idea capitalista che la tecnologia avrebbe risolto tutto. La questione ambientale non era considerata un grosso problema. Ma affermare questo non è giusto nei confronti di tutta la sinistra. John Bellamy Foster, in The Return of Nature: Socialism and Ecology, mostra che ci sono stati scienziati radicali dall'epoca di Karl Marx fino alla fine del XX secolo che stavano seriamente esaminando tali questioni e dimostrando come il cambiamento economico ed ecologico fossero correlati e dovessero essere affrontati insieme. Dagli anni '80 in poi, un gruppo crescente di socialisti ha iniziato a richiamare l'attenzione sulla distruzione ambientale. Inizialmente, non parlavano tanto di riscaldamento globale, ma di inquinamento, perdita di biodiversità e sfruttamento eccessivo della natura.
C.A.: Ma Marx ne ha parlato nelle sue opere?
I.A.: C'è stata una tendenza a pensare che il marxismo non avesse nulla da dire a riguardo. A volte penso che sia perché le persone hanno letto solo tre o quattro libri di Marx. Ma Marx ha scritto un'enorme quantità di cose, così come Friedrich Engels. In questo dibattito, le persone che mi hanno influenzato di più sono stati due studiosi statunitensi. Uno è Foster, che ho appena menzionato, professore all'Università dell'Oregon e direttore di Monthly Review. L'altro è Paul Burkett, che era professore all'Università Statale dell'Indiana.
Quasi contemporaneamente, ma lavorando separatamente, pubblicarono due libri molto potenti. Quello di Foster era Marx's Ecology: Materialism and Nature, quello di Burkett Marx and Nature: A Red and Green Perspective. Ciò che fecero, fu di tornare all'opera di Marx per vedere cosa Marx avesse effettivamente detto, non cosa la gente pensava che avesse detto.
Non dimenticate che molto di ciò che la gente pensava che Marx avesse affermato in realtà rifletteva le politiche di produzione intensiva dell'Unione Sovietica, che tendevano a copiare ciò che avevano fatto i paesi capitalisti. Le persone che erano attente all'ambiente guardarono a ciò e conclusero che non c'era differenza tra capitalismo e socialismo. Screditarono il marxismo a causa delle attività di uno specifico gruppo di marxisti.
Ciò che fecero Burkett che Foster, da angolazioni molto diverse, fu dimostrare che il lavoro di Marx conteneva una profonda analisi ecologica, anche se la parola "ecologia" non era stata inventata e Marx non aveva mai scritto "Sono un ecologista".
Marx era un materialista. Il suo punto di partenza era che le persone devono mangiare prima di poter fare qualsiasi altra cosa. Dobbiamo mangiare, dobbiamo soddisfare i nostri bisogni fisici. Per fare ciò, dobbiamo produrre, e in generale, è l'economia che in realtà crea gli esseri umani. È la nostra interazione con la natura che rende tutto questo possibile. Tutto questo si trova nelle opere di Marx e di Engels, ma le persone non lo cercavano perché non pensavano alla questione ambientale. Foster, Burkett e poi altre persone che li hanno seguiti, lo hanno fatto.
Un aspetto importante emerso da questa ricerca, e che Foster ha sottolineato in modo particolare, è l'uso che Marx ha fatto del concetto di metabolismo, che era un'idea del tutto nuova.
La parola apparve originariamente in tedesco come Stoffwechsel, nel 1815. Intorno al 1840, iniziò a diventare un concetto importante nella scienza. Gli scienziati scoprirono la cellula, scoprirono come funzionava il suolo e si resero conto che tutta la vita dipendeva da uno scambio e un'interazione costanti di energia e materia. La vita non era possibile senza prendere materia ed energia dalla natura e restituirle in forme modificate. Questi processi erano ciclici; se la natura non avesse riciclato costantemente tutto, la vita non sarebbe durata.[1]
C.A.: Marx seguì questo dibattito?
I.A.: Le scienze della vita si svilupparono rapidamente negli anni '40 e '50 dell'800, nello stesso periodo in cui Marx scriveva. Probabilmente prese il termine metabolismo da Roland Daniels, un comunista che aveva partecipato alle rivolte del 1848 in Germania. Daniels era un medico e uno scienziato, e scrisse un libro intitolato Mikrokosmos, che riprendeva il concetto di metabolismo e lo applicava alla società. Marx aveva già utilizzato il concetto, ma senza l'uso di questo termine. Negli anni '50 dell'800, tuttavia, iniziò a integrarlo nella sua analisi più generale della società e dell'economia. Ciò appare nei testi che scrisse negli anni '50, nei Grundrisse, e in particolare negli anni '60, quando scrisse Il capitale.
Marx fu particolarmente influenzato da Justus von Liebig, un chimico tedesco noto come il padre della Chimica organica. Gli agricoltori inglesi, che avevano riscontrato un calo della produttività agricola, invitarono Liebig a esaminare il problema. Ed egli disse loro: «State sottraendo tutti i nutrienti al terreno e non ne state reintegrando nessuno. Non potete farlo per sempre. C'è un metabolismo che dovete mantenere». Marx lesse Liebig attentamente e mentre stava lavorando al Capitale scrisse a Engels che aveva imparato di più leggendo Liebig, di [quanto avesse fatto leggendo] tutti gli economisti messi insieme.
C.A.: In che modo [Marx] ha utilizzato le osservazioni di Liebig nei suoi scritti?
I.A.: Marx ha affermato che esiste un metabolismo universale. Tutta la natura funziona in questo modo, non solo l'agricoltura, e ciò che vediamo nell'agricoltura è una frattura, una rottura [differenza] tra i nutrienti che preleviamo e quelli che reintegriamo. Nel mondo naturale, le piante crescono, muoiono, gli animali mangiano le piante, muoiono e i loro corpi ritornano alla terra, che poi li usa per far crescere di nuovo le piante, ma quando l'agricoltura è diventata un'industria di massa, quel ciclo si è interrotto. Il cibo veniva spedito nelle grandi città e poi, tutti i rifiuti venivano scaricati nei fiumi. Tutti quei nutrienti, invece di tornare alla terra, inquinavano i fiumi e finivano nell'oceano.
Questa è l'origine del concetto che si è giunti a chiamare «teoria della frattura metabolica». L'idea che molti dei nostri problemi ambientali derivino da rotture e interruzioni dei normali cicli che rendono possibile la vita sulla Terra. Per centinaia di milioni di anni, abbiamo respirato ossigeno, abbiamo espirato anidride carbonica e le piante hanno fatto l'opposto. Quello era un ciclo abbastanza stabile, ma ora stiamo producendo molta più anidride carbonica di quanto la natura possa assorbirne con i suoi processi naturali. Qualcos'altro è cambiato, ed è la temperatura del pianeta.
C.A.: Marx scriveva in un ambiente intellettuale in cui si stava sempre più separando il mondo degli umani dal mondo della natura, esaltandone il controllo su di essa. Nel libro Less Is More: How Degrowth Will Save the World, l'antropologo Jason Hickel definisce questo come: «dualismo». Marx e altri socialisti dell'epoca si erano fatti un'idea simile?
I.A.: Il termine "dualismo" può essere un po' complicato da usare, però Marx scrisse in una delle sue prime opere che dire che gli umani cambiano la natura equivale semplicemente a dire che gli umani cambiano se stessi perché sono parte della natura. Ma disse anche che siamo qualcosa di nuovo: prima del nostro arrivo, non esisteva nessuna specie che avesse la capacità di cambiare l'ambiente nella misura in cui noi l'abbiamo fatto. Quindi, sebbene siamo parte della natura, stiamo anche cambiando la natura, che sta cambiando anche noi. Da un punto di vista marxista, il problema non è il "dualismo" o il "monismo", ma la "dialettica", ovvero la relazione tra la parte e il tutto. Siamo parte del tutto, ma siamo anche una parte unica che sta cambiando il tutto.
C.A.: Stai proponendo una "società ecologica" o una "civiltà ecologica". Perché pensi che una società ecologica debba essere socialista?
I.A.: Cominciamo con il capitalismo. La principale forza motrice del capitalismo è fare profitto, aumentare la ricchezza di un piccolo strato di persone. Questo è il suo obiettivo principale. Da tutto ciò derivano molte cose, e una di queste è una società con una visione a breve termine di tutto. Dal punto di vista di un capitalista, se oggi posso fare soldi, questo è meglio che farli domani, e sono sempre in competizione con altri capitalisti per aumentare la mia ricchezza o il mio reddito, o anche solo per rimanere in affari. Devo costantemente trovare modi per generare più capitale, più entrate per aumentare il mio capitale. È una società che in ultima analisi non può pianificare, se non per guadagni di ricchezza a breve termine.
Solo eliminando il movente del profitto come motore dell'economia sarà possibile fermare la distruzione progressiva dell'ambiente, perché in ultima analisi, ci si arricchisce distruggendo l'ambiente, prendendo il mondo naturale e convertendolo in denaro. Questo è ciò che il socialismo mira a cambiare, eliminando il movente del profitto come motore centrale dell'economia.
Molte altre cose, ovviamente, vanno di pari passo con il socialismo, ma questa è fondamentale: spostare i driver delle decisioni economiche e sociali, per usare le parole di Burkett, verso uno «sviluppo umano sostenibile». Il nostro obiettivo è un mondo migliore, sostenibile nel lungo termine, in cui gli esseri umani possano vivere.
Marx dice che non possediamo la terra, ne siamo solo i possessori temporanei e dobbiamo lasciarla in buone condizioni alle generazioni future. Basta solo guardare il mondo attuale per riconoscere che siamo in un sistema sociale ed economico per il quale le generazioni future semplicemente non contano. È l'oggi che conta. Non vedi mai un politico fare un discorso che non parli di crescita economica. Dicono che abbiamo bisogno di più, ma non di più tempo libero, né di maggiori e migliori cure mediche per tutti. Né di più letteratura o di un migliore stile di vita. Solo di più ricchezza, nello specifico, più capitale.
C.A.: Quando dici che una società ecologica deve essere socialista, che dobbiamo eliminare profitto e crescita dall’equazione, ti identifichi anche con il movimento che chiede la "decrescita"?
I.A.: È importante capire che il movimento ecosocialista iniziato negli anni Novanta si è sviluppato parallelamente al movimento per la decrescita, che si stava affermando principalmente in Europa. Gran parte dei lavori iniziali sulla decrescita davano per scontato che tutta questa crescita fosse solo un problema di cattive idee; bastava dire a tutti: «No, fallo in quest'altro modo», e tutti l'avrebbero fatto. Tendevano a non avere un'analisi sociale o economica. Alcuni di loro hanno fatto un ottimo lavoro descrivendo quali fossero i problemi, ma non spiegandoli.
Ciò è cambiato nel tempo. Non sono d'accordo con tutto ciò che scrive Hickel, ma penso che stia cogliendo i punti giusti. Foster ha scritto di recente un importante articolo sulla necessità di pianificare la decrescita. Ha assunto l'idea che abbiamo bisogno della decrescita, ma l'ha inserita nel contesto dei cambiamenti sociali ed economici necessari per arrivarci. Non accadrà perché lo desideri. Accadrà solo quando avremo una società che romperà con la logica del profitto e si muoverà verso la pianificazione per uno sviluppo umano sostenibile.
Dobbiamo considerare la decrescita come una questione sociale e riflettere sulla pubblicità, sulle spese militari e su altre cose che producono profitto ma hanno anche un effetto negativo sulla vita delle persone comuni, che se ne rendano conto o no.
C.A.: Ne parli ampiamente nel tuo libro.
I.A.: Sì, parlo delle cose che potremmo facilmente smettere di fare. Non sarebbe un problema per nessuno se non ci fossero gli spot televisivi. Tranne, ovviamente, per le persone che vendono prodotti in televisione. La parte dell'economia interamente dedicata alla vendita di prodotti e alla creazione di nuovi desideri è straordinariamente ampia. Naturalmente, anche la quota dell'economia che è dedicata all'uccisione di persone attraverso le industrie militari è straordinariamente ampia. Si potrebbe tagliarla del 50, 90 o 100 %, e l'impatto sulla gente comune sarebbe minimo.
C.A.: Il linguista e intellettuale di sinistra Noam Chomsky non ama il termine "decrescita" perché spaventa le persone, soprattutto nel Sud del mondo, dove molti non possiedono nulla. Non è un modo per evitare di dire direttamente "postcapitalismo"?
I.A.: Non sono un fan del termine ma, come "Antropocene", è la parola che abbiamo. Il problema non è la semplice decrescita, ma piuttosto come reindirizzare le risorse al 90 % della popolazione mondiale che non ne ha a sufficienza. Dobbiamo pianificare l'uso globale delle risorse per creare il minor sconvolgimento ambientale possibile.
C.A.: Lo storico Adam Tooze, che non è un marxista, ha tenuto alla fine del 2023 una lezione sull'Antropocene alla Princeton University, dove ha affermato che nonostante le spese per il "pacchetto sul clima" proposto dal presidente Joe Biden , la crescita economica negli Stati Uniti è ancora alimentata dalla spesa militare. Allo stesso tempo, le emissioni di combustibili fossili dell'esercito statunitense devono ancora essere menzionate negli accordi globali sul clima. Questo è un problema che lei esplora anche nel suo libro.
I.A.: Il grande economista britannico John Maynard Keynes, sosteneva che l'economia capitalistica poteva essere tenuta in piedi solamente se il governo spendeva un sacco di soldi ogni volta che c'era una crisi economica. Ciò che abbiamo effettivamente ottenuto è quello che è stato chiamato "keynesismo militare". Dalla Seconda Guerra Mondiale, le economie dei principali paesi capitalistici sono state fortemente dipendenti dalla spesa militare. Spendono molto di più di quanto non risulti mai nei bilanci, perché non si tratta solo di ciò che è destinato alle forze armate o agli armamenti, ma di tutto ciò che supporta quelle attività. La spesa militare è stata responsabile di una buona parte di ciò che nel capitalismo è chiamato: crescita.
Tralasciando il vantaggio di non avere guerre, riorientare la spesa militare libererebbe molte risorse per risolvere il problema della disuguaglianza nel Sud del mondo, per sconfiggere la povertà in tutto il mondo, per sconfiggere le malattie e così via. Ci darebbe la possibilità di decidere che "non prenderemo più questo alla natura" e usare i soldi per riforestare, pulire gli oceani, ecc. Sono solo una manciata di Paesi ad avere budget militari così elevati: gli Stati Uniti, secondo alcune stime, spendono più per l'esercito di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme. Se si vuole definire da dove iniziare con la decrescita, questo è il punto da cui iniziare.
C.A.: Molte persone che sostengono un'economia postcapitalistica mettono in evidenza qualcosa chiamata "economia della cura", in cui ci sarebbero maggiori investimenti in persone, comunità e servizi che si prendono cura della natura, degli anziani, dei bambini e dei malati. Cosa ne pensi?
I.A.: Senza nemmeno addentrarmi in una specifica analisi economica, penso che il concetto sia importante. The Big Fail: What the Pandemic Revealed about Who America Protects and WhoIt Leaves Behind, di Joe Nocera e Bethany McLean, mostra brillantemente come in questa società i benefici vadano sempre a una piccola minoranza. Immagino che questo sia vero in Brasile, e so che è vero anche in Canada, dove vivo. Qui in Ontario, una delle province più ricche del Canada, quando è iniziato il COVID-19, c'erano cartelli ovunque che dicevano "Grazie!" a infermieri e dottori. I politici facevano discorsi su quanto gli operatori sanitari in prima linea fossero così essenziali e importanti. Ma allo stesso tempo, il governo dell'Ontario ha approvato una legge che impedisce agli infermieri di negoziare salari più alti. Quindi, in realtà, ai politici questo non importava davvero. Penso che un grande motore della società socialista sarà garantire che nessuno cada nel dimenticatoio.
C.A.: Una questione di grande importanza per il Brasile è come l'attuale sistema di produzione alimentare determini deforestazione e contaminazione del suolo. Ora si discute molto sulla necessità di cambiare il sistema che abbiamo adottato durante la cosiddetta Rivoluzione Verde. Nel tuo lavoro su una società ecologica, hai mai esplorato questo termine?
I.A.: Nel 2023 ho scritto un articolo sulla coltivazione della soia e il suo impatto gigantesco non solo sul Brasile, ma anche sul Sud America e sul mondo in generale. Si parla molto di “nutrire il mondo”, tranne per il fatto che i soldi non vengono investiti in cibo per le persone. Enormi distese del mondo naturale vengono utilizzate principalmente per nutrire polli e maiali. È una forma di produzione incredibilmente inefficiente perché si utilizza un prodotto ad alto contenuto energetico per nutrire animali domestici, che vengono poi utilizzati solo per nutrire le persone. Si perde energia a tutti i livelli.
È un modo davvero distruttivo di nutrire il mondo. I coltivatori di soia tagliano tutto e creano enormi appezzamenti per coltivare soia e nient'altro. Qui non stiamo parlando di singoli agricoltori come problema, ma di grandi corporazioni agricole. Molte persone che vivono della terra sono private dell'accesso ad essa.
Hai menzionato la Rivoluzione Verde, che avrebbe dovuto risolvere il cosiddetto problema della sovrappopolazione nel Sud del mondo sostituendo l'agricoltura contadina con un'agricoltura chimica su vasta scala basata su grandi input di fertilizzanti artificiali e su un massiccio prelievo d'acqua. Questo aumento della produzione di mais, grano o molti altri prodotti è stato reso possibile da una distruzione ambientale ad ampio raggio.
C.A.: Avremmo bisogno di una radicale riduzione dell'uso di combustibili fossili per limitare l'aumento della temperatura del pianeta a meno di due gradi Celsius entro la fine del secolo, rispetto ai livelli preindustriali. In questo contesto, come valuta a che punto siamo nel dibattito globale sull'Ecosocialismo?
I.A.: Il marxista italiano Antonio Gramsci parlava di «pessimismo dell'intelletto, ottimismo della volontà». Questo era il suo atteggiamento verso la vita, ed è l'atteggiamento che cerco di avere anch'io. Quando guardo alla situazione attuale e all'apparente totale riluttanza dei nostri governanti a fare cambiamenti sostanziali nella giusta direzione, mi sento molto infelice per il mondo che i miei figli e nipoti erediteranno. Non vedo come potremmo mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi o anche 2 gradi Celsius.
Tuttavia, la storia dimostra che il mondo può cambiare rapidamente. La domanda fondamentale è questa: Vedremo un gran numero di persone iniziare a muoversi per il cambiamento? Gli ecosocialisti intendono aiutare le persone a riflettere su questo e a capire cosa fare.
Qualche anno fa, c'era il progetto di far passare un oleodotto attraverso la città in cui vivo. Avrebbe trasportato notevoli quantità di petrolio da sabbie bituminose, petrolio davvero sporco. Anche se questa è una città molto conservatrice, abbiamo tenuto riunioni e raduni, e abbiamo fermato il progetto. Ora, questa è stata una piccola vittoria per una piccola città, ma dobbiamo investire su tali vittorie prima che scada il tempo.
[1] Per il dibattito sulla questione della frattura metabolica, si veda il volume Frattura metabolica e Antropocene. La distruzione capitalistica della natura (Edizioni Smasher, 2023), che riporta un’ampia rassegna di articoli pubblicati sull’argomento dalla Monthly Review e altre riviste scientifiche.
Ian Angus
Traduzione a cura di Alessandro Cocuzza
Fonte: Monthly Review 2025, vol. 76, n. 8 (01.01. 2025)


