Fonte: The Ecologist - 02.05.2025
La saggezza indigena fornisce una critica essenziale dei concetti moderni di scienza e tecnologia che può favorire la nostra tutela della biodiversità.
I “sette peccati capitali della modernità in relazione alla natura e alla conservazione” presentano una profonda critica della visione dominante del mondo moderno e delle sue conseguenze distruttive per il pianeta.
Traendo spunto dalla saggezza indigena, dall'ecologia spirituale e dall'ecologia profonda, questa presentazione dei “peccati” mette in luce le supposizioni errate della modernità che hanno portato all'attuale crisi ecologica.
Questi sette peccati sono:
1 - Separazione degli esseri umani dalla natura.
2 - Supremazia umana sulla natura.
3 - Negazione degli spiriti in tutti gli esseri.
4 - Negazione del fatto che i diritti umani iniziano dai diritti della natura.
5 - Conservazione come atto “umanitario”, non come dovere sacro.
6 - Fede nella scienza e nella tecnologia come salvezza.
7 - Leggi ambientali che cancellano i “focolai spirituali”.
Separazione
Il primo peccato, la separazione dell'uomo dalla natura, è forse la radice di tutti gli altri peccati. Nella modernità, gli esseri umani sono spesso visti come separati e superiori al mondo naturale, il che porta allo sfruttamento e alla distruzione delle risorse naturali, senza considerare l'interconnessione di tutti gli esseri viventi.
Gli insegnamenti indigeni ci ricordano che siamo parte integrante della natura, non separati da essa, e che il nostro benessere è intimamente legato alla salute del pianeta. Siamo interrelati, interconnessi e interdipendenti. Pertanto, qualsiasi cosa pensiamo e facciamo alla natura ci influenzerà direttamente e indirettamente.
Supremazia
Il secondo peccato, la supremazia umana sulla natura, è strettamente correlato al primo. Questa convinzione, che gli esseri umani siano superiori a tutti gli altri esseri, ha portato alla convinzione che abbiamo il diritto di dominare e sfruttare la natura per il nostro beneficio economico e altri guadagni materiali.
Questa visione ha portato gli esseri umani a ritenere che non ci siano limiti alla possibilità di usare e sfruttare la natura per soddisfare i loro bisogni e desideri materiali.
Ritengono che il disboscamento per lo sviluppo economico, la trasformazione delle montagne in valli per le attività minerarie, la recinzione degli animali in recinti di allevamenti intensivi per guadagno economico e l'eliminazione delle popolazioni indigene dal territorio per il bene dello sviluppo economico siano conseguenze della modernizzazione.
Questo senso di diritto umano ha portato al consumo eccessivo, alla distruzione dell'habitat e all'estinzione di innumerevoli specie. È indispensabile adottare un atteggiamento di umiltà e rispetto per tutte le forme di vita sulla Terra.
Materialismo
Il terzo peccato, la negazione degli spiriti in tutti gli esseri, riflette una visione materialistica del mondo che nega l'essenza spirituale del mondo naturale. Le culture indigene riconoscono la presenza degli spiriti in tutti gli esseri: dagli esseri invisibili al più piccolo insetto all'albero più alto. Questo non va confuso con la visione secondo cui lo spirito può esistere solo nella materia.
Quando riconosciamo e onoriamo questa sacralità di ogni forma di vita, siamo più propensi ad agire in armonia con la Terra. La visione più inquietante che la modernità - e persino il classico movimento protezionistico - hanno finora mostrato è la noncuranza dei valori spirituali, ignorando il fatto che dietro la biodiversità ci sono spiriti, spiriti che fanno sì che queste diverse forme di vita si evolvano, esistano e vengano riciclate.
Gli spiriti esistono, parlano, cantano, rispondono agli stimoli e persino piangono quando gli esseri umani ignorano questa conoscenza e consapevolezza esistenziale basilare. È tempo di tornare a questa verità dell'esistenza spirituale.
Diritti
Il quarto peccato, negare che i diritti umani derivino dai diritti della natura, sottolinea l'importanza di riconoscere il valore intrinseco del mondo naturale. Se non rispettiamo e non proteggiamo i diritti dello spirito e della natura, che hanno avuto origine ben prima dell'uomo, stiamo in definitiva compromettendo il nostro benessere.
Il movimento ambientalista deve dare priorità alla salute degli spiriti, degli ecosistemi e delle specie rispetto al guadagno economico a breve termine. Presumere che qualsiasi cosa facciamo alla natura e a tutti gli altri esseri viventi non ci tocchi è un errore che l'umanità moderna commette da sempre.
Moralmente parlando, qualsiasi cosa noi umani facciamo agli altri esseri viventi ha un impatto sugli esseri umani. Allo stesso modo, considerare le popolazioni indigene parte del problema nelle attività di conservazione, ed escluderle dagli sforzi di conservazione è stato un errore nel nostro paradigma e nei nostri sforzi di conservazione moderni.
Doveri
Il quinto peccato, ovvero considerare la conservazione un atto umanitario anziché un dovere sacro, rivela una mancanza di rispetto per la Terra e una comprensione superficiale della nostra interconnessione con tutte le forme di vita.
La conservazione non significa solo salvare animali graziosi e teneri per il nostro divertimento o proteggere specie specifiche sulla Terra grazie al nostro amore.
Si tratta di onorare la diversità e la bellezza del mondo naturale e di garantirne la sopravvivenza per le generazioni future. Si tratta della nostra responsabilità in quanto esseri umani che hanno causato così tanta distruzione sulla Terra.
Si tratta di agire con umiltà verso i nostri simili e di riconoscere, con riverenza, la realtà che non siamo qui da soli, non siamo qui grazie a noi stessi; altri esseri erano qui prima di noi, sono la nostra origine, coloro che ci hanno nutrito, i nostri insegnanti, i nostri protettori, i nostri sostenitori e, infine, la nostra casa a cui ritorniamo dopo questa vita.
Salvezza
Il sesto peccato, la fede nella scienza e nella tecnologia come salvezza, evidenzia la dipendenza della nostra società dalle soluzioni tecnologiche per i problemi ambientali. Sebbene la scienza e la tecnologia possano svolgere un ruolo cruciale negli sforzi di conservazione, non sono una panacea.
Dobbiamo anche iniziare a coltivare una connessione spirituale più profonda con la Terra e adottare pratiche sostenibili che diano priorità al benessere di tutti gli esseri viventi.
La maggior parte della distruzione ambientale si è verificata da quando sono iniziate le rivoluzioni scientifiche e tecnologiche, meno di trecento anni fa; pertanto, l'approccio indigeno alla conservazione guidata dallo spirito dovrebbe diventare il nostro paradigma complementare.
Cancellazione
Il settimo peccato, le leggi ambientali che cancellano gli spirit-hotspots [focolai spirituali], richiama l'attenzione sui modi in cui i quadri giuridici spesso non riescono a tenere conto del significato spirituale dei luoghi e dei paesaggi sacri, così come dei nomi e delle storie sacre.
I focolai spirituali generano biosfere o campi biologici che mantengono la vita in evoluzione, nutrita e riciclata, che attraggono e trattengono certi esseri (la biodiversità) e ne spingono altri a cercare altri focolai.
I focolai spirituali sono l'essenza della biodiversità. I conservazionisti indigeni sostengono che i I focolai spirituali siano responsabili della biodiversità e della diversità culturale. Quando diamo priorità allo sviluppo economico rispetto alla protezione degli spazi sacri, stiamo cancellando il patrimonio spirituale dei popoli indigeni e minando il benessere della Terra.
Promemoria
In conclusione, questi “sette peccati capitali della modernità in relazione alla natura e alla conservazione” servono come un potente promemoria della necessità di rivalutare il nostro rapporto con il mondo naturale.
Riconoscendo i difetti della nostra moderna visione del mondo e adottando una prospettiva più olistica e spiritualmente fondata, possiamo impegnarci per creare un futuro più sostenibile, rigenerativo e armonioso per tutti gli esseri viventi sulla Terra.
Lo sviluppo scientifico e l'innovazione tecnologica possono offrire alcune approssimative pratiche di sviluppo sostenibile, delle economie green, delle tecnologie appropriate, delle app dedicate alla tutela come parte integrante degli sforzi di conservazione.
Tuttavia, escludere l'aspetto spirituale della conservazione è una grave incrinatura che richiede una riconciliazione tra i due contesti: quello moderno e quello indigeno.
L’autore
Jhon Kwano è un anziano della tribù dei Lani, che vive sugli altopiani della Nuova Guinea. Jhon Kwano appartiene all'ultima generazione del suo popolo che ha ricevuto un’iniziazione tradizionale. Fin da piccolo è stato identificato per il ruolo di messaggero, condividendo i messaggi della sua tribù con gli estranei, riportando ciò che vedeva nel mondo esterno. È l'unico riconosciuto a svolgere questo ruolo al di fuori della Melanesia. In quanto tale, è autorizzato a rappresentare non solo i Lani, ma anche altre culture sia nel resto della Melanesia che in Nuova Guinea.
Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org
Fonte: The Ecologist 02.05.2025


