Alla fine di giugno si è svolto a Jena un importante convegno di tre giorni – dal 24 al 27 del mese – interamente dedicato all’Antropocene. Crossing Boundaries 2024: The Anthropocene - Addressing its challenges for humanity - crossing the boundaries of science ha riunito alcuni tra i più importanti studiosi che hanno lavorato negli ultimi anni sul tema dell’Antropocene (e, più in generale, della crisi ecologica), con l’obiettivo di avviare un dialogo fra scienze naturali e scienze umane per delineare un paradigma adatto ad inquadrare, nella sua complessità, l’Antropocene.
La linea teorica del convegno rispecchia quella dell’istituto che ne ha finanziato la realizzazione, il Max Planck Institute of Geoanthropology di Jena. Inaugurato a Jena all’incirca due anni fa, il prestigioso Max Planck Institute of Geoanthropology si propone di
«integrare le scoperte di differenti discipline circa le pressanti questioni umane del cambiamento climatico, della crisi della biodiversità, dello sfruttamento eccessivo delle risorse naturali e della persistenza sostenibile delle comunità umane. […] Attraverso approcci basati su modelli e interpretazioni, l’istituto esamina le dinamiche e i dilemmi fondamentali che hanno portato alle molteplici crisi dell’”Antropocene”, l'epoca geologica proposta dall'umanità, ed esplora le loro condizioni reciproche»[1].
Come ben si evince da queste righe, la geoantropologia, quale approccio metodologico e teorico, è votato all’interdisciplinarità. E questo per una ragione precisa: l’Antropocene riunisce sotto un unico nome molteplici “crisi”, ciascuna delle quali richiede un particolare tipo di orientamento disciplinare per essere inquadrata. Orchestrare tali prospettive e convergere sugli «obiettivi per l’azione»[2] utili a fronteggiare, o al limite invertire, l’intensificazione dei processi di degrado ambientale, è quanto tenta di fare tale nuova disciplina.
“Geoantropologia”, tuttavia, non è un concetto nuovo: una sua prima elaborazione si trova nei testi dell’odierno co-direttore (insieme a Ricarda Winkelmann) del MPI di Jena, Jürgen Renn, storico della scienza di formazione marxista, il quale ha dedicato all’Antropocene non solo un voluminoso saggio ora tradotto in italiano[3], ma anche una decina di anni di lavoro al MPI for the History of Science di Berlino, che è stato fra maggiori centri di avallo del concetto di Antropocene all’interno del dibattito scientifico attuale. In dialogo, e opposizione, con Peter Haff[4], scrive Renn:
«abbiamo bisogno di una nuova scienza, transdisciplinare e trasformativa, per comprendere il sistema tecno-terrestre [techno-Earth System], nella sua congiunzione col sistema tec, da una prospettiva integrata. Questa nuova scienza della “geoantropologia” deve studiare la tecnosfera come una parte del Sistema tecno-terrestre, integrando diverse prospettive disciplinari»[5].
All’idea haffiana di tecnosfera, Renn contrappone il concetto di “ergosfera”, ribadendo la centralità del lavoro e della prassi quali radici materiali non solo della tecnologia, ma anche della conoscenza umana – e perciò, della scienza stessa.
In Renn, l’aspirazione transdisciplinare è dunque forte, ed è questa l’impronta teorica che dovrebbe guidare i futuri sviluppi del MPI for Geoanthropology di Jena. La conferenza jenese tentava, nelle intenzioni, di riunire tale molteplicità di approcci per inquadrare le varie crisi raccolte sotto il nome di Antropocene. Nei fatti, tuttavia, lo spazio lasciato alle scienze umane e sociali è stato nettamente inferiore rispetto a quello dedicato alle scienze naturali. Su un totale di circa venti presentazioni, solo due – quella di Dipesh Chakrabarty, intervenuto da remoto per rileggere la questione kantiana della pace perpetua alla luce del cambiamento climatico, e quella di Giulia Rispoli, studiosa della scienza sistemica russa d’inizio ‘900, che ha tracciato una genealogia delle Scienze del Sistema Terra – solo due presentazioni, si diceva, hanno toccato questioni d’impronta storico-filosofica, problematizzando cioè i presupposti teorici che articolano i discorsi sull’Antropocene. E anche gli interventi di matrice socio-politica, gli ultimi tre della seconda giornata, hanno mantenuto un approccio fondamentalmente legato alla modellistica, trascurando invece la critica ai quadri di gestione economica e industriale a livello globale.
Non che questo sia necessariamente un male. Se c’è un dato acquisito e, diremmo volentieri, ormai innegabile, è che le scienze ci mostrano come – per usare le parole di Johan Röckstrom, che ha presentato nel corso della prima giornata un interessante intervento dedicato al concetto di “Beni comuni planetari”[6] – l’Antropocene sia «una realtà. Su questo, non ci sono dubbi, checché ne dica il recente verdetto della IUGS»[7]. È da qui che occorre partire, se non si vuole fare come la colomba che, volando, pensa di non aver bisogno dell’aria. In altri termini, la realtà “sistemica” dell’Antropocene, il mutamento dei parametri che segnavano le condizioni dell’Olocene, è un dato di fatto. Ma, secondo Jan Zalasiewicz, intervenuto nella seconda giornata del convegno, è un dato di fatto anche la realtà “stratigrafica” dell’Antropocene, vale a dire la traccia materiale antropocenica che avrebbe dato origine ad una «nuova biosfera umana [uniquely human biosphere]». Le conseguenze in termini di degrado ambientale, cambiamento climatico, scioglimento dei ghiacciai, acidificazione degli oceani e innalzamento del livello dei mari e via dicendo, sono note. Jochem Marotzke, direttore del MPI for Metereology di Amburgo, ha mostrato senza ambiguità come gli accordi di Parigi del 2015 (limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2 °C, e sforzarsi di restare sotto i 1.5°C) siano poco plausibili, se non addirittura – com’è sembrato sostenere Marotzke, almeno agli occhi di chi scrive – irrealistici. Che fare, dunque?
Molto poco su questo fronte è venuto dagli scienziati. Se un generico “ridurre le emissioni” ha fatto capolino qua e là, associate al forte accento sulla modellistica, le soluzioni prospettate ruotavano fondamentalmente intorno a tre parole chiave: “management”, “stewardship”, “immaginazione”. Immaginare futuri alternativi, nuovi modelli di convivenza, possibilità, linee di fuga. Ma cosa significa “immaginare”? E chi dovrebbe farlo? E come tradurlo in pratica? Louis Althusser ci ha insegnato quanto sia intrisa di ideologia la categoria di “immaginazione”, e come essa, se non sottoposta al vaglio critico, si limiti a fare il gioco del padrone. Lo stesso vale per la categoria di “stewardship”. Lo “steward” è colui che tiene il comando, il pilota – ma le scienze del Sistema Terra ci mostrano esattamente come la Terra, nella sua complessità, non possa essere pilotata, governata, diretta come si conduce una navicella o un’automobile. E non è un caso che più volte, nel corso della conferenza, sia stata menzionata – quale possibile traduzione pratica di quest’idea di stewardship – la geoingegneria come ipotetica soluzione alla crisi ecologica: entrambe rispondono alla stessa concezione della Terra come qualcosa di non complesso. C’è qui, ci sembra, una contraddizione, tra l’idea di complessità, appunto, e quella di controllo planetario.
Se si escludono le tavole rotonde che hanno chiuso la conferenza, nella mattinata del 27, durante l’intero evento la parola “capitalismo” è stata nominata soltanto una volta. Anche gli interventi di impronta più strettamente politica ed economica non hanno toccato la questione, che, nella sua assenza, ha calato sull’intera conferenza un silenzio che riflette l’apparente, candida neutralità dei modelli e dei grafici statistici che descrivono e tentano di prevedere il funzionamento del Sistema-Terra[8]. Come detto, è da qui che bisogna partire: da un saldo realismo critico che trovi nella scienza la base descrittiva dell’odierno stato planetario, dei suoi parametri e delle sue traiettorie. E tuttavia, ciò che emerge da queste tre intense giornate è che manca ancora una visione davvero integrata del rapporto fra umanità e Sistema Terra[9], dove anche la componente economica legata al modo di produzione capitalistico, il vero protagonista di questa frattura metabolica planetaria, entri in gioco quale fattore determinante, intrinseco – e non estrinseco, al Sistema Terra nella sua totalità. “Geoantropologia”, direbbe Marx, ci mostra bene il fenomeno, ma non ancora l’essenza: qui, la strada a venire è ancora lunga, e tutta da fare.
Note
[1] https://www.gea.mpg.de/7481/profile. Ultima consultazione: 09/07/2024.
[2] Ibidem. Ultima consultazione: 09/07/2024.
[3] J. Renn, L’evoluzione della conoscenza. Dalle origini all’Antropocene, Carocci, Roma 2022.
[4] Peter Haff, Ingegnere e geologo americano, ha di recente portato alla ribalta il concetto di “tecnosfera”, incluso – quale evidenza stratigrafica – nella summa geologica dedicata all’Antropocene, J. Zalasiewicz et. al., The Anthropocene as a Geological Time Unit, Cambridge, Cambridge Univ. Press., 2019.
[5] J. Renn, From the History of Science to Geoanthropology, in “Isis”, vol. 3, n.2, 2022, pp. 377-385.
[6] Per l’articolo in questione, si veda https://doi.org/10.1073/pnas.2301531121.
[7] Si veda su questo https://antropocene.org/index.php/504-lo-iugs-il-massimo-organismo-di-geologia-respinge-lappello-bocciando-la-proposta-sullantropocene?highlight=WyJ6YWxhc2lld2ljeiJd.
[8] Sulla non-neutralità della scienza, rimandiamo al fondamentale e attuale G. Ciccotti, M. Cini, M. De Maria, G. Jona-Lasinio, L’ape e l’architetto. Paradigmi scientifici e materialismo storico, Feltrinelli, Milano 1976.
[9] Si veda su questo C. Soriano, “Epistemological limitations of Earth system science to confront the Anthropocene crisis”, in The Anthropocene Review, vol 9(11), pp. 111-125;
Giovanni Fava
12.07.2024


