Secondo Zygmunt Bauman, «nella società dei consumatori, l'homo consumens aspira alla gratificazione dei desideri più di qualsiasi altra società del passato ma, paradossalmente, tale gratificazione deve rimanere una promessa e i bisogni non devono aver fine, perché la piena soddisfazione sfocerebbe nella stagnazione economica».
Per dare una risposta sul perché gli ecologisti (o quelli che si definiscono tali) hanno uno scarso consenso politico non si può prescindere dall'assunto di Bauman e dall'invasivo indottrinamento commerciale rivolto alla massa di consumatori. Alla "vera lotta ecologista", quella, per intenderci, che ha coerentemente interiorizzato il principio del "limite" e del "ben-essere", spetta quindi un compito molto arduo. A rendere il compito ancora più complicato ci si mette pure l'affermarsi di un pensiero unico su come declinare, in modo scivoloso, la "sostenibilità": un termine saccheggiato semanticamente, ecologicamente e politicamente da tutta la "nomenclatura partitica" e da parte del mondo ambientalista.
Ad una coraggiosa lotta ecologista manca, a mio avviso, una "strategia", il cui perno, politico ed ecologico, dovrebbe essere una "radicalità" nella visione di un futuro diverso, dove la "lentezza" e il "contatto con la natura" diventino "valori" che possono riempire il vuoto esistenziale che sta dietro il culto edonistico dell'apparire, e del possesso ed esibizione di oggetti la cui produzione causa inquinamento, sfruttamento e ingiustizie sociali in Italia e nel mondo.
Una visione radicalmente, ecologicamente e spiritualmente diversa del futuro, che purtroppo verrà tacciata di utopia anche da molti "pseudo ecologisti", ma che potrebbe venire in soccorso delle forme di alienazione morale e spirituale indotte dallo stile di vita improntato sul "black friday".
La "radicalità nella visione di un futuro possibile" è necessaria per valorizzare la spinta rivoluzionaria dei giovani e delle migliaia di associazioni e comitati locali che lottano contro lo sperpero di risorse naturali e per favorire una lotta ecologista il cui obiettivo primario è, non tanto il consenso elettorale a breve, ma la presa di coscienza tra larghi strati della popolazione consumatrice. Per realizzare tale obiettivo, in un'epoca basata anche sul consumismo dell'informazione, la vera lotta ecologista deve essere supportata da una comunicazione efficace, dove la "rinuncia" allo spreco di beni e risorse venga prospettata come propedeutica per un vero "ben-essere".
Certo, bisogna, "contemporaneamente", lavorare ad una immediata e urgente transizione verso un nuovo modo di fare economia, un nuovo modo di concepire mestieri e competenze, un nuovo modo di creare occupazione. Ad esempio: quante decine di miliardi di soldi pubblici si spendono ogni anno per opere pubbliche che creano dissesto idrogeologico e inquinamento, e che potrebbero essere destinati ad un'economia della manutenzione e relativa riconversione occupazionale e produttiva di aziende e lavoratori? Sotto tale ottica è triste constatare l'affermarsi di un "pensiero unico", dove il sindacato è al fianco dei fautori del liberismo economico per chiedere un sostegno dello Stato all'industria privata dell'auto e non un sostegno a nuove forme di economia legate al periodo geo-climatico che stiamo vivendo. Ha ragione Luciana Castellina, nel suo intervento pubblicato su Terra Madre, quando afferma: «Se vogliamo prendere davvero sul serio la transizione ecologica non possiamo non esigere anche il passaggio dal modello produttivo lineare a quello circolare. Invece di produrre e costruire, bisogna riparare e aggiustare. Questo cambia nel profondo i mestieri. Solo per fare un esempio fra i tanti possibili, il metalmeccanico non potrà solo produrre frigoriferi, li dovrà anche aggiustare. C'è dunque necessità di una rivoluzione delle categorie occupazionali accompagnata dalla nascita di piccole cooperative di servizio, di una istruzione che fornisca le nuove competenze tecnologiche necessarie anche per rammendare».
Si tratta, in piena crisi geoclimatica, di creare occupazione dando coerentemente forma al bisogno di "resilienza". E accanto al "rammendo manifatturiero" proposto da Luciana Castellina perché non può esserci il "rammendo ecologico" per la difesa idraulico climatica e per la manutenzione nei diversi territori di tutte le grandi e piccole infrastrutture, dei grandi e piccoli manufatti, o il "restauro" del già edificato caduto in disuso, e il suo adattamento funzionale. Il rammendo ecologico e il restauro del già edificato potrebbero, ad esempio, oltre che a creare occupazione nel settore edilizio, favorire il ripopolamento delle nostre zone interne. L'ambientalismo, confinato ai margini della scena politica e mediatica nonostante una profonda crisi ecologica in corso, deve posare uno "sguardo sovversivo" sulla narrazione dominante, quella che fa diventare sostenibile qualsiasi iniziativa economica ed essere capace di spiegare la "necessità" e i "vantaggi" di una visione radicalmente diversa del futuro.
Una visione radicalmente diversa della società e dell'economia, in un ambiente più sano, è possibile se gli ecologisti riescono a ricomporre il pensiero e l'azione in modo "olistico". Penso che il suolo sia, per le sue valenze ecologiche multidisciplinari, il fattore ambientale da cui partire. Fermare, e non semplicemente contenere, lo sperpero della "risorsa delle risorse" renderebbe possibile una molteplicità di funzioni: avere la terra su cui piantare alberi nei centri urbani, rinaturalizzandoli e strutturandoli come degli ecosistemi (urbani), avere un serbatoio naturale per l'infiltrazione delle acque meteoriche, realizzare lo stoccaggio in modo naturale dei gas climalteranti, ripristinare ed estendere la biodiversità, praticare un'agricoltura biologica con rotazione delle colture, avendo più superfici per la messa a riposo dei terreni con lo scopo di aumentare la loro fertilità e ridurre drasticamente l'uso di pesticidi, avere spazi sufficienti su cui far pascolare gli animali e mettere così fine alle emissioni climalteranti degli allevamenti intensivi, salvaguardare la bellezza del paesaggio e della natura rispondendo così al nostro bisogno di "spiritualità".
Per dare forma ad una visione radicalmente diversa di futuro e a nuovi modi di fare economia e di creare posti di lavoro è necessario, a mio parere, fermare il consumo di suolo. Ma, ahimè, la difesa del suolo non è parte prioritaria e centrale dell'elaborazione ecologista e tanto meno di una politica rivendicativa e legislativa ambientalista. Non stupisce che tale visione miope non appartenga all'attuale consumata nomenclatura partitica (di destra e di sinistra), ma stupisce che tale visione olistica non venga fatta propria dai verdi, i quali danno prova di una certa timidezza politica su temi centrali per realizzare una vera "transizione ecologica", come appunto il "consumo di suolo" o la "deforestazione in atto nei nostri boschi" grazie al "Testo Unico in materia di Foreste e Filiere Forestali".
I verdi, a mio avviso, da molto tempo ormai navigano tra gli anfratti della sinistra più che per una visione radicalmente ed ecologicamente diversa del futuro, per una contrapposizione ideologica ad una destra rozza e ignorante sui temi ambientali. Al parametro del PIL non sanno sottrarsi neanche i vertici di Legambiente quando acconsentono in modo aprioristico che si possa consumare suolo agricolo per ospitare grandi impianti fotovoltaici invece di utilizzare i tetti disponibili degli edifici, che in Italia, al netto di tutte le limitazioni logistiche, potrebbero garantire una potenza fotovoltaica installabile compresa tra i 70 e i 92 GW (Rapporto Ispra 2023) e nello stesso tempo dare vita, attraverso le "comunità energetiche", a forme di democrazia nella produzione di energia. Gli ecologisti dovrebbero posare uno "sguardo sovversivo" sulla narrazione narcotizzante e giustificazionista di una "declinazione monoculturale" dell'economia secondo il parametro del PIL: un ossimoro della transizione ecologica.
Se non si lavora ad una efficace "contro-narrazione" sui temi ambientali, avendo al centro l'uso e il consumo di suolo, si crea un "vuoto culturale" che diventa il terreno ideale per l'affermarsi di un pensiero unico sul rapporto tra economia e ambiente. E' quello che è accaduto a luglio del 2023 quando il governo, per far giungere in tempo la terza rata dei fondi europei, ha stornato dal PNRR, con la risibile motivazione che tali interventi sono irrealizzabili o non attuabili nei tempi previsti, ben 16 miliardi di euro destinati a progetti per la gestione del rischio di alluvioni, per la riduzione dei rischi idrogeologici, per il potenziamento di servizi e infrastrutture sociali di comunità delle aree interne. Ma una visione radicalmente diversa del rapporto tra economia e ambiente, a partire dallo "stop al consumo della risorsa delle risorse", è possibile.
Pensiamo ai posti di lavoro che si potrebbero creare in seguito allo stop del consumo di suolo e all'indotto economico nella "manutenzione" del gigantesco patrimonio infrastrutturale, produttivo, commerciale e residenziale, un vero e proprio PNRRRR: (P)Piano (N)Nazionale per il (R)"Restauro" del già edificato e in disuso, per un suo adattamento funzionale; per il (R)"Ripristino" di spazi di naturalità nei centri urbani, concepiti come degli ecosistemi (urbani); per la (R)"Riconversione" occupazionale e produttiva di aziende e lavoratori secondo i principi dell'economia circolare; per il (R)"Rammendo ecologico" nella difesa idraulico-climatica, nella manutenzione costante e diffusa di tutte le grandi e piccole infrastrutture e nella "riattivazione socio-economica" delle zone interne e delle terre alte che stanno subendo un processo di spopolamento e abbandono.
Una "visione radicalmente diversa" del rapporto tra economia e ambiente, a partire dallo stop al consumo della risorsa delle risorse, servirebbe anche a dare spazio al valore della "creatività" nelle varie arti e professionalità artigianali e industriali, un valore confinato dal pensiero unico, nell'aura dell'utopia.
Mattone dopo mattone, si potrebbe partire dal basso, dal cuore pulsante di quel "volontariato ambientale" proprio dell'associazionismo di base, per cercare di ricomporre in un quadro unitario le frammentate battaglie ecologiste in cui una visione radicalmente diversa sul "futuro del suolo" fosse l'elemento unificante. Ciò potrebbe servire anche a riscoprire il valore della "partecipazione politica" che l'affermarsi di un pensiero unico ha prepotentemente depotenziato e confinato nell'aura della rassegnazione (e dell'astensionismo).
Partire dal basso potrebbe significare entrare e partecipare alle elezioni amministrative locali, portando in quelle aule, oggi lontane anni luce dai cittadini, le rivendicazioni per un territorio più sano e più attento ai valori dell'ecologia. Dare vita quindi a delle "liste civiche ecologiste" intese come "nodi" di una "rete" in cui la singola battaglia ambientalista locale si salda ad una visione d'insieme per ottenere una legislazione coraggiosa e determinata per una rigorosa difesa di "madre terra". Una rete ambientalista che non deve assumere la forma partito, del "partito-chiesa" con l'obbligo di convergenza ideologica su tutti gli ambiti della cronaca politico-partitica, spesso distrattiva dalle emergenze ambientali e sociali planetarie, ma essere in grado di condizionare la germinazione di un nuovo modo di fare politica partendo dal basso, in una una simbiosi tra la "terra", una risorsa che sappiamo solo calpestare, e lo "spirito partecipativo delle comunità", dove gli uomini possano declinare l'economia e l'uso delle risorse nel rispetto della vita e della salute delle persone, mutuando la "solidarietà" presente in natura (e sul suolo naturale) fra le diverse specie vegetali e animali.
Dante Schiavon


