Fonte: New Socialist. - 16.10.2021
Mentre la crisi climatica si aggrava e la letteratura sull'argomento si accresce, questo articolo - pubblicato poco più di tre anni fa e interno alla discussione sulle cause della pandemia di Covid-19 - offre una prospettiva interessante al dibattito eco-socialista. L'articolo è l'estratto di un saggio, scritto dagli autori per il libro di Wallace, Dead Epidemiologists: On the Origins of COVID-19, pubblicato da Monthly Review Press nel 2020, che include anche un paragrafo del libro di Max Ajl, A People's Green New Deal, pubblicato da Puto Books nel 2021.
Gli appelli a porre fine all’agricoltura animale e a rinaturalizzare gran parte del mondo sono appelli ad intensificare lo sfruttamento delle aree rurali da parte delle aree urbane, e ad espropriare i contadini, i piccoli agricoltori, i pastori e i nomadi.
A volte l'imitazione è peggiore dell’adulazione.
Uno studio recente sulle probabili origini della pandemia di Covid-19 dimostra come l’allevamento degli animali in spazi chiusi e confinati, il declino della biodiversità degli animali da allevamento, lo svanire delle foreste e l’espansione del commercio e dei viaggi abbiano prodotto una capsula di Petri di nuove malattie. Grazie a questa combinazione, un virus dopo l’altro passa dalle popolazioni animali all’uomo.
Di fronte al fatto che gli allevamenti intensivi siano diventati degli incubatori di malattie virali – oltre a essere noti per essere anche grandi emettitori biologici di CO2 e metano, catalizzatori del disboscamento dilagante, orribili luoghi di sofferenza per gli animali – alcuni "missionari" del veganesimo, da Jonathan Safran Foer del centrodestra ad alcuni esponenti della presunta sinistra, hanno colto l’occasione per invocare la fine della produzione animale alimentare nella sua totalità.
Con la stessa facilità con cui un virus supera la barriera della specie, alcuni di questi pensatori e attivisti ci hanno esortato a saltare a questa conclusione - come hanno fatto la documentarista e attivista Astra Taylor, lo storico ambientale Troy Vettese e il politologo Jan Dutkiewicz - sostenendo, in un articolo del Guardian dell’aprile 2020 che «a livello individuale dobbiamo smettere di mangiare prodotti di origine animale. Collettivamente, dobbiamo trasformare il sistema alimentare globale e lavorare per porre fine all’agricoltura animale e per rinaturalizzare gran parte del mondo».
Al di là del suo impatto sul riscaldamento globale di origine antropica, il sistema globale di produzione della carne era già un bersaglio facile. È una sineddoche di una smodata golosità, un emblema delle divisioni globali di classe, una fonte di grassi – e proteine – facile da eliminare dagli scaffali delle nazioni più ricche. È un buon antipasto, se volete scusare i bon mots, attraverso il quale fondere il consumo etico individuale e l'ecologia mondiale.
Tali deformazioni si fondono in un comando conciso: no, dicono Taylor e colleghi, non dovete più mangiare carne. Suggeriscono di dirigere "investimenti pubblici diretti" verso lo sviluppo di “alternative alla carne, sia di tipo vegetale che basate sull’agricoltura cellulare”, ovvero sulla carne di laboratorio, un prodotto che finora esiste principalmente tra i venture capitalist, in alcuni laboratori e in articoli pubblicitari verniciati superficialmente di rosso che lo lodano come un alimento socialista miracoloso proveniente direttamente dalle cucine keynesiane del Green New Deal.
Come sostiene il sociologo Andy Murray, queste proposte finiscono per mettere in ombra proprio le questioni che i sostenitori della carne da laboratorio affermano di voler portare alla luce. Cosa intendiamo quando diciamo "noi", per esempio e, addirittura, cosa intendiamo con "carne"? Il veganismo e i diritti degli animali, rispetto ai quali non c’è nulla da obiettare sul piano etico, vengono qui strumentalizzati per confondere tra di loro enti e processi.
Non esiste un ente chiamato "carne" che porta con sé conseguenze ecologiche, sociali o epidemiologiche uniformemente negative. L’unico minimo comun denominatore della carne è il fatto di provenire da creature viventi, e gli animali, proprio come gli esseri umani, possono essere compresi fondamentalmente solo in relazione al contesto materiale in cui vivono, in cui sono amati e accuditi, oppure maltrattati e, nel caso della maggior parte degli animali destinati al consumo umano, uccisi.
La domanda "Dovremmo mangiare carne?", quindi, si pone in maniera molto diversa a seconda di cosa si intende per "noi" e in base alle diverse relazioni che "noi" intratteniamo con tali animali.
Ci sono milioni di persone che probabilmente si indignerebbero, o le cui vite verrebbero semplicemente sconvolte e devastate, se venisse loro imposto l’ordine di cessare semplicemente la produzione e il consumo di carne. I pastori di cammelli tunisini nelle steppe semi-aride del Jerid che fanno affidamento sulla pastorizia per la sopravvivenza quotidiana, o i beduini nel nord della Striscia di Gaza, non sono stati consultati per sapere cosa pensano di un ordine proveniente dal Nord del mondo – in questo caso emanato direttamente da Vettese e da Dutkiewicz dell’università di Harvard – di smettere di mangiare carne o di essere coinvolti nella produzione e nel consumo di carne. Né, d’altro canto, questi ricercatori si sono chiesti se tale carne possegga la stessa essenza di quella prodotta tramite gli allevamenti intensivi che, giustamente, condannano.
Come minimo, sappiamo che cessare la produzione e il consumo di carne richiederebbe un massiccio intervento politico in quei Paesi. Sappiamo che non è ciò che gli autori auspicano, il cielo non voglia. Ma sappiamo anche che le buone intenzioni - il rifugio degli psicologi - non portano molto lontano. A cosa porta fustigare le socio-ecologie di gran parte dei Paesi del Terzo Mondo perché non sono all’altezza di questo comandamento? Il Guardian, dove Taylor e colleghi hanno pubblicato l’articolo, raramente ha evitato di sostenere attacchi neocoloniali al Sud del mondo.
Il bioeticista di Princeton Peter Singer, che i nostri vegani rossi elogiano in modo insolito in altri forum, è ancora più netto nel suo diniego, e afferma di aver trovato pochi africani all’altezza del «livello di discussione cui [lui è] interessato».
Ignorare gli africani e gli arabi sembra essere all’ordine del giorno. In effetti, al di là di questo particolare Colosseo – dove i nostri animalisti di destra tifano perché il leone divori le vittime sacrificali "di colore" – non sarebbe la prima volta che le narrazioni sul "degrado ambientale", sulla "resurrezione del granaio di Roma", o su come "far fiorire il deserto", sono state utilizzate per giustificare l’estirpazione e la violazione dei diritti dei popoli africani e arabi nelle periferie del sistema mondiale.
Tale impulso "civilizzatore" si ritrova anche nell’approccio "One Health" che, mettendo in correlazione la fauna selvatica, il bestiame e la salute umana, auspica calorosamente la «creazione di un futuro ricollegato, sano e sostenibile per il nostro pianeta». In effetti, molti media di sinistra – ad esempio Sonia Shah, intervistata su Democracy Now! – si sono accodati a questa narrazione.
In realtà, One Health è un compendio della medicina coloniale, dal momento che incolpa gli indigeni locali e i piccoli proprietari terrieri per le epidemie e si rifiuta di incorporare nella propria analisi le radici sociali dello spillover epizootico. Più o meno nello stesso modo, il veganismo rosso del Nord porta con sé il proprio bagaglio di storie "green", tra le quali quelle dei proprietari di schiavi che prima della guerra [di Secessione N.d.T.] miravano a creare piantagioni "ecologiche" e rendevano il ciclo produttivo del cotone "circolare", costringendo gli schiavi a mangiare olio di semi di cotone.
Carne animale in difesa dell’ambiente
Cosa forse ancora più importante, non c’è motivo di pensare che la produzione di carne di per sé debba avere impatti ecologici negativi. In effetti, può far parte del ripristino ecologico e può essere una chiave di volta dei mezzi di sussistenza pastorale in vaste aree del mondo, sia Nord che a Sud.
In generale, la scienza dell’Armageddon sul riscaldamento causato dagli animali appare sempre più fantascientifica. Anche se gli ungulati allevati dall’uomo venissero eliminati, altri grandi animali probabilmente riempirebbero la loro nicchia, producendo un ciclo del metano comparabile perfino a quello messo in atto dalla mostruosa produzione di bestiame industriale.
In effetti, poiché gli erbivori vagano da tempo sulle praterie degli Stati Uniti e del mondo, è strano che le loro eruttazioni, le loro flatulenze e il loro letame siano diventati improvvisamente l’emblema della diavoleria carnivora creata dall’uomo.
La grande purga della carne inizia quasi certamente da un presupposto sbagliato, quello di affermare che lo stato "naturale" è un’ecologia idilliaca senza erbivori, quando in realtà coloro che calcolano le emissioni di metano di base dovrebbero partire dal livello storico delle emissioni di metano prodotte da erbivori e termiti. Prima dell’invasione coloniale, il livello di emissioni dovuto al metano dei bisonti, delle alci e dei cervi era pari a circa l’86% delle emissioni attuali dovute ai "ruminanti d’allevamento" negli Stati Uniti.
Inoltre, i nuovi metodi di misurazione dei gas stanno gettando un’ombra di incertezza sulla crociata contro la carne. Il metano, a differenza dell’anidride carbonica, è un gas dalla vita breve. Anche piccole riduzioni annuali del metano di origine animale, basate su una piccola contrazione delle mandrie di anno in anno, porterebbero presto a riduzioni sostanziali dell’effetto complessivo del riscaldamento globale del metano.
I benefici legati alle agroecologie alternative poggiano su principi solidi. Grazie al lavoro della geografa-veterinaria Diana Davis con gli Aarib nel sud del Marocco, sappiamo che questi pastori sono esperti gestori sia dei loro animali che dei pascoli, e che vietare il pascolo ha di fatto danneggiato la salute degli ecosistemi, dove sia gli animali che le persone prosperano grazie a equilibri dinamici. Il modo migliore per utilizzare questi «ambienti aridi altamente variabili è amplificare e facilitare la mobilità dei pastori e rafforzare i sistemi di proprietà comune», basandosi sugli stili di vita e sui sistemi di conoscenza degli stessi pastori.
Grazie al lavoro del sociologo Ricardo Jacobs in Sud Africa sappiamo che gli abitanti delle baraccopoli urbane vivono una doppia vita, quella di lavoratori urbani e quella di pastori e allevatori di bestiame. Tale occupazione è parte integrante della loro riproduzione sociale quotidiana. Altrove, i Gwich'in dell'Alaska sopravvivono grazie ai caribù, e in tutto il Sahel milioni di pastori sopravvivono grazie alla produzione e alla vendita di animali e carne, per il proprio consumo o legati alla produzione di piccoli beni.
Su quali basi i ricercatori del Nord dovrebbero chiedere la cessazione di queste attività e la loro sostituzione con la produzione di carne da laboratorio?
Oppure, per fare un quarto esempio, potremmo considerare il bufalo del Nord America, che da tempo aveva un rapporto simbiotico con le praterie delle Grandi Pianure. In tali ecosistemi, come affermano l’ambientalista delle risorse naturali Brady Allred e colleghi, i bufali erano gli «erbivori-chiave delle Grandi Pianure, che condividevano questi ecosistemi complessi con altri erbivori e predatori da quasi 10.000 anni». La loro costante alimentazione e produzione di letame, semi e materiale erbaceo di scarto, storicamente assicurava la biodiversità ecologica di quell'ambiente ed era la causa dell'incredibile ricchezza del suolo nero delle Pianure.
Quando le pianure furono "popolate" da un’epocale accumulazione primitiva capitalistica, l’ecologia politica capitalista dei coloni sostituì quella degli indiani delle pianure, ponendo le basi per la sistematica distruzione della popolazione e per il genocidio coloniale.
In seguito, il grano piantato in quei campi finì per essere venduto sui mercati mondiali in modo da tenere bassi i prezzi dei prodotti agricoli del Terzo Mondo, o per ingrassare gli animali, il tutto con grande profitto delle società private e degli agricoltori negli Stati Uniti.
Il grano e gli altri prodotti della Rivoluzione Green hanno, paradossalmente, portato alla fame, al disastro ecologico e alla perdita delle conoscenze contadine in tutto il Terzo Mondo, in quella che potremmo pensare essere un’ovvia simmetria, tuttavia non sentiamo alcuna richiesta di vietare la coltivazione di cereali nella loro totalità. Al contrario, i ricercatori auspicano sempre più il ripristino, nelle Grandi Pianure, dei bufali o di altri grandi erbivori e bestiame in grado di imitare i modelli di pascolo di quegli animali cancellati dal loro ecosistema.
Un gran numero di esempi si profila all’orizzonte, ma il punto su questo fronte è abbastanza chiaro. Vietare l’agricoltura animale globale, come raccomandavano Taylor e i suoi colleghi, significa vietare l’agricoltura animale in questo mondo, e non nel mondo dei dibattiti online, il che significa – dobbiamo dirlo chiaramente –mettere al bando tutte le situazioni concrete in cui le persone sono coinvolte nell’agricoltura animale. Cosa dovrebbe accadere ai milioni di persone il cui stile di vita è considerato inappropriato?
Queste non sono le ovvie supposizioni dei loro sostenitori. Il veganismo obbligatorio e la carne da laboratorio – quest’ultima sostenuta da importanti esponenti socialdemocratici del Green New Deal, tra cui il sociologo Daniel Aldana Cohen, recentemente assunto a Berkeley – acconsentono alla brutale confisca e alla cancellazione delle realtà concrete dei contadini e dei pastori, in nome di ideali "universali": rinaturalizzare la Terra sulle ossa di popoli visti come primitivi, poveri e di colore.
Altrove, Vettese sostiene l’intervento nel Sud del mondo, e chiede allegramente un adattamento su vasta scala della tecnologia capitalista in nome del progetto di una Half-Earth socialista, nella quale metà del pianeta verrebbe ripulito dalla presenza umana e messo a disposizione della rinaturalizzazione.
In un articolo per The Bullet, Vettese stabilisce che «deve essere dai pascoli, che un mondo eco-austero ricaverà la terra necessaria» per piantare alberi in nome della "geoingegneria naturale", un progetto che riassume in modo esemplare i valori coloniali, la svalutazione e le esternalizzazioni, proprio ora che, stranamente, queste teorie trovano improvvisamente posto nei piani intergovernativi del tipo "30 per 30". Il Documento di Kunming [Cina] sugli Aichi Targets, prevede di "mettere sotto protezione" il 30% della terra e del mare nel giro di 30 anni, provocando lo sfollamento di circa 300 milioni di persone, tra cui molti degli stessi indigeni che la ricerca scientifica ha ripetutamente dimostrato essere i migliori custodi di queste terre.
Vettese fraintende anche i dettagli dell'Eden che immagina. Il "rimboschimento" dilagante elude ciò che in realtà sostiene l'articolo pubblicato su Yale Environment 360, che Vettese cita nel suo articolo, ovvero l'esplorazione di una vasta gamma di strategie naturali di sequestro del carbonio che non ricorrono alla secolare strategia coloniale di piantare alberi.
Infatti, in Etiopia, il paese modello per il sequestro del carbonio tramite la piantumazione di alberi, gli eucalipti non autoctoni hanno causato enormi danni ai nutrienti del suolo e alle falde acquifere. Lo scienziato della conservazione Jose Soto-Shoender e i suoi colleghi hanno dimostrato che la copertura arborea compromette la biodiversità, poiché gli gnu della savana hanno la strana caratteristica di non riuscire a prosperare nelle foreste progettate a tavolino in un ufficio di Harvard.
L’introduzione di alberi riduce gli incendi, ma gli incendi hanno anche funzioni ecosistemiche benefiche: bruciano la vegetazione che proietta ombra sul suolo. In questo modo, gli incendi regolari favoriscono effettivamente la crescita dell’erba che mangiano gli animali.
Piantare begli alberi verdi qua e là potrebbe finire per uccidere tutte le antilopi: un bel risultato per i nostri vegani coloniali.
In altre zone di foresta artificiale, tra cui i quarantatré siti studiati da un team di Cambridge, corsi d'acqua e i fiumi si sono prosciugati e ridotti, proprio come si prevede accadrà con il riscaldamento globale. Dati i meccanismi di feedback positivo in gioco, siamo sicuri di voler adottare un'ecologia politica che contribuisca ad accelerare l'attuale cambiamento climatico?
Dove il capitale trasforma la tecnologia
La carne da laboratorio richiesta da Taylor e compagnia non è una buona idea nemmeno dal punto di vista biogeologico. Richiede un'enorme quantità di energia e, dato che generalmente si concorda sulla necessità di ridurre, non di aumentare, il consumo energetico del Nord, non ha molto senso adottare un metodo di produzione di cibo che dipende esclusivamente dall'elettricità. Gli studi iniziali dimostrano che per renderlo a basse o zero emissioni di carbonio sarebbe necessaria un'energia erroneamente definita pulita, con un'energia meno sporca che dipende dall'estrazione di metalli nucleari e non nucleari e che produce inquinanti e dà impulso all'accaparramento di terre.
Questa carne richiede anche una materia prima, il complesso brodo in cui cresce. Attualmente, alcuni prodotti sono realizzati utilizzando, tra l'altro, il sangue fetale di mucca, ottenuto dalla macellazione di mucche gravide. Alla faccia del vegetarianismo e del benessere degli animali.
La maggior parte della carne da laboratorio richiede anche enormi contenitori per bioreattori in plastica, che dovrebbero essere decine di milioni per fornire una quantità di carne simile a quella consumata attualmente dalle persone. La plastica, ovviamente, è un altro materiale ad alta intensità di materia ed energia. Più costoso del sangue di mucca, è un miscuglio non etichettato di glucosio, aminoacidi, vitamine e minerali provenienti da monocolture industriali. Anche in questo caso, non è molto efficiente dal punto di vista energetico e serve solo come discarica per molti degli input che la carne industriale ora assorbe.
Infine, la tecnologia rafforza i rapporti di produzione a cui i vegani rosso sangue dichiarano di opporsi, dal momento che dipendono interamente dagli Angel Investors dei fondi di investimento ad alto rischio,[1]che vedono nell'"innovazione" un percorso verso una nuova generazione di generosi profitti.
Infine, la tecnologia rafforza i rapporti di produzione a cui i vegani rosso sangue dichiarano di opporsi, dipendendo interamente dagli investitori angelici di venture capital, che vedono nell'"innovazione" un percorso verso una nuova generazione di profitti massicci.
Anche in questo caso vediamo una caratteristica ricorrente: la "tecnologia" è immaginata come un insieme neutrale di oggetti, anziché essere strutturata, come descritto da Marx, in una forma specifica, da persone specifiche, per una serie di scopi specifici. Nel capitalismo, la tecnologia arriva anche con una serie specifica di bisogni materiali, che sono resi possibili solo da prezzi artificialmente depressi, compreso lo scambio ineguale dal punto di vista ambientale, un modo come un altro per saccheggiare chiunque sia collegato solo perifericamente ai centri del capitale, dal Sud globale alle zone rurali sacrificali negli Stati Uniti e in Europa. Il tutto in nome del progresso.
Suggeriamo invece di prendere spunto dal movimento internazionale per la sovranità alimentare, organizzato sotto l'ombrello de La Via Campesina, quanto di più vicino a una Quinta Internazionale esista oggi nel nostro mondo. La LVC ha preso spunto, tra gli altri, da coloro che hanno scritto la Dichiarazione di Wilderswil sulla diversità del bestiame:
«Continueremo a sviluppare approcci di ricerca e tecnologie alternative che ci consentano di essere autonomi e di mettere il controllo delle risorse genetiche e dell'allevamento nelle mani degli allevatori e di altri produttori su piccola scala. E ci organizzeremo per conservare le razze rare. Ci impegniamo a lottare per le nostre terre, i nostri territori e pascoli, le nostre rotte migratorie, comprese quelle transfrontaliere. Costruiremo alleanze con altri movimenti sociali con obiettivi simili e continueremo a costruire la solidarietà internazionale. Lotteremo per i diritti degli allevatori, che comprendono il diritto alla terra, all'acqua, ai servizi veterinari e ad altri servizi, alla cultura, all'istruzione e alla formazione, all'accesso ai mercati locali, all'informazione e al processo decisionale, tutti elementi essenziali per sistemi di produzione zootecnica realmente sostenibili. Ci impegniamo a trovare il modo di condividere l'accesso alla terra e alle altre risorse con i pastori, le popolazioni indigene, i piccoli agricoltori e gli altri produttori di cibo secondo un accesso equo, ma controllato».
Il bestiame non è solo un sacco di carne assetata e il pollame è più di un uovo al giorno. Per i piccoli proprietari, gli animali sono multifunzionali, con un caleidoscopio di funzioni ecologiche ed economiche. Sono depositi di capitale per le comunità che non hanno facile accesso ai sistemi bancari. Sono mezzi di trasporto. Lavorano nei campi e rendono possibile un lavoro faticoso e difficile. Si nutrono di foraggio proveniente da terre marginali e non coltivabili e lavorano essenzialmente come fabbriche di proteine con un'efficienza miracolosa, raccogliendo l'energia fotosintetica convertita in cellulosa e trasformandola in carne. Non abbiamo bisogno di incubatori di carne artificiali e unidimensionali, perché la natura e la longue durée [lunga durata] della coltivazione umana ci hanno fornito la vera soluzione.
Inoltre, gli animali defecano e il letame arricchisce direttamente il suolo, ripristinando l'equilibrio dell'azoto, fornendo un rifugio per la materia organica del suolo e, in generale, producendo un terreno meravigliosamente ricco e fertile, perfetto per l'agricoltura. Il tutto senza estrarre la quasi totalità del reddito dei piccoli agricoltori per l’acquisto dei fertilizzanti chimici delle multinazionali – e di altri input – come avviene nei cosiddetti Paesi sviluppati.
Per questo motivo, i contadini veri e propri – misteriosamente assenti nell’articolo del Guardian – hanno detto chiaramente che non accettano la cessazione dell'agricoltura animale o il veganismo obbligatorio. Le loro richieste sono semplici e dirette, come nelle parole altisonanti del Coordinamento latinoamericano delle organizzazioni rurali (CLOC), un ramo de La Via Campesina. Il CLOC chiede «la promozione dell'agricoltura familiare contadina e indigena; un concetto che comprende tutte le attività agricole basate sulla famiglia, come il modo in cui l'agricoltura, l'allevamento, la silvicoltura, la pesca, l'acquacoltura e il pascolo sono organizzati, gestiti e operati da una famiglia e che dipendono dal lavoro familiare».
Una comunità più che umana - che si estende oltre l'unità familiare verso orizzonti più ampi - sembra un'opzione molto migliore per la maggior parte del mondo, rispetto a una nozione di etica e di bisogni limitata a un corridoio Amtrak.
Tali proposte non sono limitate al Sud globale. Nel Nord del mondo, le rotazioni intensive pianificate potrebbero aumentare drasticamente la capacità di carico delle Grandi Pianure, utilizzando bufali, bestiame o entrambi, aumentando la quantità di animali per ettaro e la quantità di carbonio immagazzinata nel suolo. In effetti molti sostengono seriamente, a partire dalle ricerche fatte negli anni '90 dall'équipe del biologo ambientale Andrew Gordon, che la carne a lungo andare potrebbe diventare "carbon negative", con effetti a catena che includono l'aumento della capacità del suolo di trattenere l'acqua e la sua resilienza di fronte ai già ben noti acquazzoni caratteristici di un mondo in via di riscaldamento.
Quella del sostegno alle piccole aziende agricole integrate non è una politica contadina adatta solamente alle periferie globali del Sud. Apparentemente, all'insaputa dei nostri fratellastri, questa agricoltura rappresenta il nucleo di un vibrante movimento alimentare del Nord, in cui la sovranità alimentare, indivisibile dalla salute del suolo, sta vivendo un nuovo rinascimento, anche di fronte al dominio dell'agroalimentare.
Ecco una forma di "geoingegneria naturale" che dovremmo sostenere. Non sappiamo se questo renderà la carne più o meno costosa, o più o meno disponibile, ma quando si compie il pericoloso passo di progettare le cucine del futuro, il compito è quello di collaborare con le pratiche sostenibili che i produttori diretti mettono in atto, e di attenersi a richieste non negoziabili come la produzione non alienata, l'alfabetizzazione ecologica e l'egualitarismo.
Dobbiamo evitare di abbandonare i progetti per un mondo diverso alla mensa universitaria.
Il Vero Socialismo©
Queste strambe teorie non scarseggiano. Invece di costruire un'economia post-COVID basata sulle richieste reali dei movimenti in lotta in quei posti dove, dalle Filippine al Brasile, esistono movimenti rurali di massa organizzati, che chiedono, tra le altre cose, la riforma agraria e l'agroecologia, l'economista politico della Simon Fraser University, Geoff Mann, ignora questi movimenti. Si noti come la storia si ripete.
L’articolo di Mann sulla Viewpoint Review accenna di sfuggita all’agricoltura, e la considera il sintomo di una più ampia politica contro i movimenti sociali, organizzata dalla rivolta piccolo-borghese contro l’alternazione degli alimenti che Michael Pollan ha contribuito a lanciare. Mann sostiene un nuovo «patchwork sperimentale, adattabile e audace», che consiste nel "socializzare" il sistema alimentare. Ma come dovrebbe essere socializzato?
Si tratta di un argomento serio che riguarda miliardi di persone, sia tra i produttori che tra i consumatori, e che merita una riflessione approfondita e un'immersione nelle richieste dei movimenti sociali, degli Stati radicali e della scienza d'avanguardia. Eppure, il breve documento a cui Mann rimanda è una strana polemica di tipo aristocratico contro la sovranità alimentare del professore di geografia della Syracuse University, Matt Huber. L'articolo ricicla argomenti del tutto screditati su chi nutre il mondo, con solecismi empirici incentrati su come l'agroecologia o la sovranità alimentare non possano nutrire il 71% della forza lavoro non impegnata nel lavoro agricolo, o il 55% che attualmente vive nelle città. Per Huber, in pieno stile positivista, questi numeri parlano da soli.
I fatti empirici suggeriscono il contrario. Queste statistiche sulla forza lavoro contano solo gli occupati, non le persone che si affidano a una produzione agricola relativamente piccola o di sussistenza. E in molte città africane, l'agricoltura urbana va ben oltre gli orti urbani "alla moda" di cui parla Huber, il che significa che quel 55%, se lo vogliamo prendere per buono, include anche alcuni agricoltori.
Questi numeri non riflettono nemmeno coloro che si affidano all'agricoltura per la riproduzione sociale complessiva in un modo o nell'altro, o per la riproduzione umana dell'ambiente, lavoro che, come apprendiamo dalle economiste politiche femministe Lyn Ossome e Archana Prasad, ricade sulle donne del Terzo Mondo. Anche se, lo ammettiamo con un pò di sollievo, Ossome e Prasad non soddisfano il criterio di Peter Singer sulla corretta appartenenza etnica di uno studioso rispettabile.
Complessivamente, ci sono nel mondo 500 milioni di piccole aziende agricole con meno di due ettari, che insieme sfamano metà del mondo. Una massiccia ridistribuzione della terra e del potere sociale aumenterebbe la quantità di cibo prodotto dai piccoli agricoltori, contribuendo in modo significativo a eliminare la fame nelle campagne. Se i piccoli agricoltori ottenessero il controllo di tutti i terreni agricoli del mondo, potrebbero infatti produrre cibo anche per tutti gli altri abitanti del pianeta.
Poiché rappresenterebbero un insieme esteso piuttosto che una riserva di manodopera decimata, questi piccoli agricoltori si troverebbero in una posizione migliore per negoziare un'equa remunerazione del loro lavoro quando i beni agricoli vengono scambiati con beni non agricoli. Il loro numero e la loro maggiore autonomia si intrecciano con il benessere della classe operaia urbana. In Guatemala, nell'ultimo censimento agricolo, le aziende più grandi, da 45,2 a 9000 ettari, comprendono il 2% delle aziende agricole ma il 57% dei terreni agricoli. Un improvviso cambiamento nella struttura della proprietà potrebbe significare che il 71% della forza lavoro citata da Huber potrebbe diminuire se i poveri del Terzo Mondo trovassero un accesso adeguato alla terra.
Tali interventi non implicano la fine delle catene di approvvigionamento globali, ma richiedono un cambiamento nella distribuzione dei regimi di lavoro, includendo, forse, modesti contributi alla produzione agricola da parte di chiunque sia abbastanza in salute per contribuire, compresi i professori universitari. Per anticipare un punto su cui torneremo, difendiamo pienamente un'industrializzazione sovrana ed ecologicamente sensata.
Per ora, però, stiamo parlando di agricoltura. Se dobbiamo soffermarci a sottolineare quelle che ci sembrano ovvie distinzioni tra economia naturale e industriale, è perché i nostri vegani urbani, consapevolmente o meno, le hanno confuse per principio preso.
Altre società non si confondono così facilmente e trattano il legame tra terra, contadini e classe operaia come un dato di fatto. In Brasile, le fattorie agroecologiche del Land less Workers' Movement [Movimento dei Lavoratori Senza Terra] forniscono cibo a basso costo ai poveri delle città, fino a poco tempo fa attraverso programmi di riduzione della fame assistiti dallo Stato, tra cui Zero Hunger [Fame Zero], e le mense municipali di Belo Horizonte, una città di 2,5 milioni di persone, che rappresentano un modello per il mondo intero per sanare le fratture metaboliche sociali ed ecologiche tra città e campagna.
L'unica dichiarazione programmatica vera e propria nell'articolo di Huber è contro il salario di sussistenza per i lavoratori agricoli e la parità di prezzo per gli agricoltori: «Alcuni potrebbero sostenere che dovremmo rendere il lavoro agricolo più gratificante e meglio pagato, ma io sostengo che un approccio veramente socialista sarebbe quello di garantire che le forme di lavoro più pericolose e fisicamente estenuanti siano automatizzate», una richiesta che nessun autentico movimento di agricoltori in lotta supporterebbe.
Non si tratta di vero socialismo, ma di tecnocrazia. Un'agricoltura più intensiva ed "efficiente", si sostiene, dovrebbe promuovere l'automazione di tutte le "forme di lavoro fisicamente estenuanti" in modo che essa costituisca, insieme ad altri tipi di interventi, una difesa contro le future pandemie. Le richieste convergono con quelle del tecno-capitalista Breakthrough Institute. Nel suo piano per la pandemia, l'Istituto ripropone l’argomentazione, ormai confutata, di preservare la natura eliminando i gruppi indigeni e i piccoli proprietari a favore di una produzione più intensiva ed "efficiente" sui terreni destinati all'agricoltura. A prescindere dalle loro rispettive differenze, queste due posizioni politiche si rispecchiano l'una nell'altra per quanto riguarda la terra, il lavoro e, per quanto riguarda la pandemia, le infezioni polmonari.
Huber chiede quali «tecnologie automatizzate possono essere adattate per creare sistemi di coltivazione agroecologici... Questo significa iniziare un dibattito basato non sulla produzione agroecologica industriale o su quella dei piccoli agricoltori, ma probabilmente su una combinazione di entrambe». Rimane il dubbio su come Mann e Huber - che in questo dimostrano di essersi avventurati ben al di fuori delle loro competenze - intendano imporre sistemi di coltivazione agroecologici, innestandoli sulla base di un sistema di produzione industriale fondamentalmente incompatibile. L'agricoltura industriale, così come la conosciamo, richiede ingenti apporti di capitale che operano con economie di scala e un accaparramento monopolistico dello spazio fisico – land grabbing – che non lasciano spazio a paradigmi alternativi, per quanto siano azzurri i cieli nelle pubblicità delle aziende Big Food, o carini gli attori bambini che abbracciano i maialini.
Il trucco della produzione capitalistica è stato riconosciuto da tempo sia dall'economia eterodossa che da quella mainstream. Un pesticida ne richiede un altro. Un fertilizzante necessita dell’utilizzo di un altro fertilizzante. Persino la stessa ontogenesi del bestiame segue un calendario industriale.
D'altra parte, la questione della meccanizzazione non è un motivo di contesa nel mondo agroecologico. La questione del grado di adattamento culturale della tecnologia, che eviti la separazione dell’agricoltura dalla sua essenza rigenerativa e dal controllo comunitario, ad esempio le mietitrebbie, è un argomento su cui La Via Campesina è agnostica, e preferisce lasciare la scelta agli agricoltori stessi! In breve, l'agroecologia offre una serie di possibili future soluzioni ai problemi della produzione alimentare, tra le quali le comunità possono scegliere, combinandole in base alle necessità concrete legate al luogo in cui vivono. Per parafrasare la Declaración de la Selva Lacandona zapatista: Queremos un mundo donde quepan muchos mundos. Vogliamo un mondo in cui ci siano molti mondi.
Huber, al contrario, scrive come se il suo rifiuto di questa autonomia decisionale degli agricoltori fosse una questione di sopravvivenza personale. La possibilità che gli agricoltori scelgano di rifiutare le sue proposte gli causa un panico evidente - come se gli agricoltori non avessero interesse a nutrire la gente! – e questo riassume bene la strategia dei due partiti economici statunitensi nell'imporre il divide et impera all'America rurale e urbana. Huber rende omaggio alle economie di scala, alla pianificazione centrale borghese e ai costi sommersi del capitalismo - legando inscindibilmente i rapporti di produzione alle forze produttive - che metteranno in riga e a dovere i produttori agricoli, e che garantiranno che la sua dispensa sia sempre piena. Il kautskista di ruolo si è trasformato in una caricatura stalinista, lasciando, come sostengono i suoi compagni di scuderia di Jacobin, i panini al pollo per la plebe.
Aporofobia di sinistra [2]
L'ironia è che per disinnescare le trappole agroeconomiche che hanno contribuito a selezionare COVID-19, H5N2, Ebola e altre epidemie, c’è bisogno di percorrere una direzione quasi opposta. Insomma, non serve prescrivere una dose maggiore delle soluzioni attuali.
L'intervento governativo e la pianificazione regionale sono fondamentali per aiutare le comunità agricole a uscire dalle "zone sacrificali" dell'agrobusiness, ma il processo decisionale, nello spirito del principio zapatista del mandar obedeciendo (leadership dal basso), richiede che coloro che meglio di tutti sanno come coltivare il cibo in questo contesto, che lo conoscono così bene, contribuiscano a reinternalizzare un ciclo di cura della terra che si trasmetta di generazione in generazione.
I conseguenti cicli virtuosi della produzione alimentare regionale – che avrebbero un impatto sia sulla terra che sul lavoro agricolo – possono ripercuotersi su una scala geologica e, come descritto dall'International Panel on SustainableFood Systems, sui sistemi alimentari periurbani che tutti condividiamo:
«Anche i cambiamenti di ampia portata nelle relazioni sociali ed economiche emergono come componenti chiave della transizione agroecologica. La Dichiarazione del Forum internazionale sull'agroecologia afferma che "le famiglie, le comunità, i collettivi, le organizzazioni e i movimenti sono il terreno fertile in cui fiorisce l'agroecologia. La solidarietà tra i popoli, tra popolazioni rurali e urbane, è un ingrediente fondamentale».
Riassumendo una letteratura scientifica in continua crescita, IPES-Food offre un programma con cui riprogrammare il nostro sistema alimentare per tutti. Esistono numerosi esempi di comunità in tutto il mondo che collegano l'agricoltura ecologica con i mercati urbani, alcuni dei quali operano su una scala che abbraccia milioni di agricoltori e consumatori. L'agroecologista politico Jahi Chappell descrive come la già citata Belo Horizonte abbia costruito un programma alimentare municipale che ha garantito agli agricoltori dell'entroterra un mercato sovvenzionato da migliaia di persone che vivono in città e che ora possono permettersi pratiche agroecologiche e biologiche che proteggono le foreste locali.
E pensare che Huber, che gioca con contrapposizioni da quattro soldi tra rurale e urbano, e che sostiene che la produzione di cibo non ha nulla a che fare con la logistica, si definisce un geografo. E se insiste nel continuare a identificarsi così - citando erroneamente il sociologo agrario Farshad Araghi a favore dello spopolamento delle campagne piuttosto che di un appropriato ripopolamento di contadini – sarebbe, nella migliore delle ipotesi, il rappresentante disonesto di una disciplina rispettabile.
In tutte le scuole agronomiche, anche quelle in competizione tra loro, si è capito da tempo che qualsiasi movimento attivo su questo fronte deve sostenere gli sforzi delle comunità agricole affinché siano loro a decidere i livelli ecologicamente e socialmente sostenibili di tecnologia e di meccanizzazione. Lasciare che sia la logica tecnologica a scegliere la strada da percorrere ci ha posto di fronte ai problemi attuali.
Data la nostra attuale corsa contro il tempo per evitare il disastro climatico, una "tecnologia pulita" capitalista renderebbe la decarbonizzazione più difficile, non più facile. L'estrazione, la fusione e la lavorazione dei metalli e degli altri input necessari per le macchine automatizzate, alla base di questo modello, aumenterebbero l'uso globale di energia e la distruzione ambientale che apparentemente stiamo cercando di evitare. Perché mai qualcuno a sinistra dovrebbe sostenere un'industrializzazione alimentata dall'energia, quando ogni modello climatico serio chiarisce che la conversione alle energie rinnovabili sarà più facile se riduciamo l'uso totale di energia?
Una soluzione migliore è quella di trovare i mezzi per far sì che le persone vedano di buon occhio il lavoro manuale svolto dal corpo umano, quella brillante macchina per convertire le calorie delle piante in energia meccanica, coniugata a qualsiasi automazione desiderata dagli agricoltori. Lavoro per il lavoro, non per il capitale. Questo significherebbe, a breve termine, raddoppiare, triplicare o decuplicare il salario minimo? Più tempo libero e benefit per i lavoratori dei campi? Maggiore partecipazione alle decisioni operative? Rotazione dei compiti? Dovremmo essere tutti favorevoli a queste soluzioni!
Esistono numerosi esempi anche nel mondo di oggi. E si estendono ben oltre l'immaginario ristretto dei salari e dei benefici. Con il sostegno del governo messicano, gli indiani Zapotec hanno sviluppato una silvicoltura certificata sostenibile e controllata dalla comunità. Il pino di pianura viene venduto al governo e i prodotti finiti, compresi i mobili, vengono realizzati in una fabbrica in loco. La cooperativa di Oaxaca, ancora in fase di sviluppo, destina un terzo dei profitti all'azienda, un terzo alla conservazione delle foreste e il resto ai lavoratori e alla comunità locale, con pensioni, una cooperativa di credito e alloggi per i figli che studiano all'università.
Al contrario, cosa troviamo alla fine della fila di citazioni di Mann e Huber, annidate una dentro l’altra come se fossero una bambola russa e che danno ai professori la possibilità di negare qualsiasi coinvolgimento, o molto più probabilmente, segnalano il sintomo di una mancanza di preoccupazione per le conseguenze reali dei programmi politici che auspicano dai loro uffici? Troviamo nient'altro che un articolo di propaganda a favore degli OGM, che vede protagonista la genetista vegetale Pamela Ronald, legata a più fili a gruppi di facciata dell'industria chimica come la Cornell Alliance for Science.
Ora, il problema sarebbe chiedersi come mai Viewpoint Review, dove è stato pubblicato l'articolo di Mann e che ha pubblicato un rigoroso lavoro di ricerca anti-eurocentrico, sia arrivata a riciclare le opinioni del capitalismo agroalimentare e dell'industria chimica. Ma questo non ci porterebbe lontano, dal momento che troviamo le stesse tesi, sparse tra i lavori di Vettese, di Taylor e di una schiera di affini spiriti umanisti, che agiscono come una sorta di team di vendita non retribuito di questo "redwashing" dell’ecomodernismo.
In nome di Marx ed Engels, Huber ci propina che non c'è nulla di sbagliato nel sistema attuale, a parte chi lo gestisce: «L'obiettivo del socialismo è prendere i sistemi di lavoro socializzati già esistenti e socializzarne il controllo e i benefici». Marx e gli ecosocialisti di tutto il mondo sono in forte disaccordo. Il lavoro – con le sue macchine e la sua ergonomia già incorporate dal capitalismo nei rapporti di produzione – non è l'unica fonte di ricchezza. Dobbiamo prenderci cura anche della Terra.
Quindi, porre le piantagioni monoculturali sotto il controllo dei lavoratori, come chiede Huber, non è né la «pianificazione ecologica» da lui proposta, né - per quanto sia necessario nel breve termine - un passo sufficiente per evitare che gli agenti patogeni emergano dai quei circuiti globali di produzione che il geografo, curiosamente, sostiene.
Una simile fantasia sventola tra le braccia di fanatici orgogliosamente anti-rurali come Doug Henwood. Il sedicente Left Business Observer, che assomiglia a Donald Trump che vende idrossiclorochina, ha postato sulla sua pagina Facebook la propaganda della Cornell Alliance for Science a favore di una "alternativa poco esplorata", di somministrazione del vaccino anti Covid attraverso pomodori geneticamente modificati. Ci sono molte ragioni per cui è "poco esplorata" – come sarebbe possibile, tanto per fare un esempio, assicurare un dosaggio standardizzato? - ma, dalla Monsanto alla sinistra yankee, questo scientismo malriuscito, guidato dal capitale, corre veloce lungo la costa del Nordest.
Il problema è più generale, va al di là di questo particolare terroir di sinistra. Perché così tante figure della sinistra anglofona bien pensant adottano politiche antiecologiche e sostengono tecnologie che sono inseparabili dai loro finanziatori, come i telai lo erano dai proprietari delle manifatture all'epoca dei luddisti? Perché queste posizioni vengono ripetutamente sostenute da presunti campioni del pensiero critico, anche se le loro logiche sono simmetriche a quelle che hanno costretto gli operai dei macelli a ritornare agli impianti industriali di lavorazione infestati dal Covid, che permettono di "risparmiare" tutta questa manodopera?
È chiaro che le interminabili omissioni, che finiscono per ignorare gran parte dell’umanità, incarnano il rifiuto di mettere al centro del problema le voci dei movimenti ecologisti e antisistemici realmente esistenti, sia nel centro che nella periferia. Negli Stati Uniti, Soul Fire Farms, Savanna Institute e U.S. Food Sovereignty Alliance, sono stati reclusi nell’invisibilità, così come la più dichiaratamente anti-imperialista Via Campesina, che esprime solidarietà con le roccaforti in cui si svolge la lotta dell'umanità per un futuro migliore come Venezuela, Cuba e Bolivia.
Confrontate queste intenzionali rimozioni con gli sforzi compiuti l'anno scorso dalla Minnesota Farmers Union per superare il divario rurale-urbano nella direzione opposta:
«Avrete sicuramente sentito parlare dell'uccisione di George Floyd, questa settimana, da parte di un agente di polizia di Minneapolis. Questo atto orribile e le conseguenti proteste e distruzioni di proprietà sono stati difficili da elaborare, non solo per coloro che vivono e lavorano nella metropoli delle Twin Cities, ma per tutti i cittadini del Minnesota e degli Stati Uniti. C'è molto con cui fare i conti, oltre a un esame di coscienza per garantire che, come minimo, non accada mai più nulla di simile. Dobbiamo fare di più che condannare l'accaduto, e lo facciamo. Questo si aggiunge a una pandemia mortale che ha colpito in modo sproporzionato le persone di colore, anche nel settore agricolo e alimentare. Come sempre, siamo qui come comunità, pronti ad ascoltare tutto ciò che vi passa per la testa e per il cuore. Non relegate questo problema a una questione urbana. Non possiamo tornare alla precedente "normalità" post-Covid - e questo rende ancora più chiaro il perché. Chiediamo ai nostri funzionari pubblici di lottare contro tutte le ingiustizie, e a tutti di riflettere sul perché l'ingiustizia persiste.»
La differenza non potrebbe essere più netta. Il vero acume politico, necessario a scongiurare i pericoli sociali, climatici e pandemici, è da ricercare lontano dai nostri intellettuali meglio retribuiti che, forse non a caso, sostengono le logiche tecnocratiche ed eurocentriche dello stesso sistema che ha portato alla pandemia.
Note
[1] N.d.T .Venture capital angel investors: «gli angel investor forniscono solitamente capitale nelle prime fasi di una start-up, spesso durante lafase di avviamento o di ideazione. L'importo dell'investimento è solitamente inferiore, da poche migliaia a qualche milione di dollari». «Il capitale di rischio, detto anche venture capital o venture cap, è l'attività di investimento capitalistico per finanziare l'avvio o la crescita di un'attività in settori ad elevato potenziale di sviluppo, innovazione e attrattiva, anche se l'investimento è rischioso (tale per cui un altro individuo o un'istituzione come una banca non lo intraprenderebbe)» (Wikipedia)
[2] N.d.T. L'aporofobia (dal greco: άπορος (á-poros), indigente, povero; e φόβος, (-fobos), paura) è una fobia per la povertà o per i poveri. (Wikipedia)
Max Ajl e Rob Wallace
Traduzione di Andrea Bulgarelli
Fonte: New Socialist. 16.10.2021



Commenti
https://www.americanforests.org/article/north-american-forests-in-the-age-of-nature/
https://www.americanforests.org/article/north-american-forests-in-the-age-of-man/
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/22178852/
è basato sulla stima di una popolazione di bisonti, in epoca preumana, di 50 milioni di unità in Nord America; questa stima è semplicemente una media fra due stime singole, una alta ed una bassa, presenti in letteratura, come anche la massa del singolo bisonte preumano, pure essa necessaria ai calcoli; il lavoro conclude che il risultato del metano dipende strettamente da questa stima così incerta, ed è una stima che comunque non riguarda gli altri continenti.
A questo aggiungo: è vero che il metano ha vita breve in atmosfera, ma in quell'intervallo breve, di circa 12-20 anni, ha un ruolo oltre 80 (ottanta) volte superiore alla CO2; ed infine ricordo che mentre il metano preumano era tutto naturale - veniva tutto dal ciclo del carbonio naturale -questo attuale viene invece sostenuto da un investimento petrolifero per il nutrimento degli animali che proviene da una agricoltura intensiva usata prevalentemente per il loro sostentamento. Ricordiamo a tale riguardo che l'efficienza ecologica nel passaggio da un livello trofico al successivo è all'incirca 1:10
La biomassa e, di conseguenza, l'energia immagazzinata nel cibo degli animali che pascolano è dieci volte superiore alla massa dei pascolanti e dunque il petrolio necessario alla coltivazione del cibo animale odierno (per esempio il mais), è importante. Ne segue che questa parte del ragionamento ha una base molto molto debole; con questo non voglio criticare tutto, per carità, casomai sul resto reintervengo, ma questa parte del ragionamento mi appare poco solida.
Sui flussi di energia e materia nella struttura trofica degli ecosistemi, VEDI: https://moodle2.units.it/pluginfile.php/588076/mod_resource/content/1/5_Energetica.pdf