Fonte: Libero Pensiero - 28.07.2025
Nella striscia di Gaza, in Palestina, dal fatidico 7 ottobre sono trascorsi all’incirca 21 mesi, ovvero più di 600 giorni di incessanti bombardamenti a tappeto, incursioni e assedi militari, sorveglianza capillare e cecchinaggio da parte dell’IDF, di droni, cacciabombardieri, carri armati e bulldozer che radono al suolo abitazioni e campi coltivati, di occupazioni illegali di interi territori della Striscia, di rastrellamenti, esecuzioni sommarie, fosse comuni stracolme di cadaveri, detenzioni forzate, torture, stupri, brutali massacri, espulsioni e sfollamenti di massa, deportazioni, saccheggi, prolungate carestie di massa indotte, di controllo militare e deprivazione degli aiuti umanitari e delle cure mediche per la popolazione segregata.
Oltre alla sistematica distruzione di scuole, università, siti archeologico-culturali, luoghi sacri, infrastrutture civili, energetiche e sanitarie (causando il collasso dei sistemi idrici, igienico-sanitari e di produzione alimentare), di uccisione mirata del personale sanitario, degli attivisti e delle attiviste umanitarie, delle giornaliste e dei giornalisti, di sistematica espropriazione delle risorse primarie, totale devastazione ecologica e della biodiversità, di deliberato e metodico annientamento d’una intera popolazione ghettizzata, invisibilizzata e deumanizzata tra macerie, fame, sangue e morte.
I mass media, gran parte dell’intelligencija e della classe politica occidentale hanno continuato ignominiosamente per mesi a dibattere in maniera strumentale sul piano semantico se fosse adeguato o meno adoperare la parola tabù: «genocidio», anche nell’ottica di anestetizzare e reprimere il dissenso generale. Come se una eventuale definizione più conciliante potesse minimizzare e normalizzare la barbarie che l’entità sionista sta commettendo in Palestina. A riprova del fatto che, sebbene il concetto di genocidio si muova ormai in uno spazio comunicativo globale, sono comunque le classi dominanti a preservare il monopolio epistemologico-interpretativo definendo in tal senso cosa è e cosa non è genocidio, con evidenti distorsioni derivanti da interessi politico-economici e double standard, dissimulandoli mediante una patina formale di cosiddetta «civiltà». Tutto ciò è il risultato di una gerarchizzante organizzazione delle popolazioni del pianeta in conformità a una «differenza coloniale», cioè un dispositivo capace di stabilire universalmente un’indiscussa supremazia bianca – di matrice etero-cis-patriarcale e capitalistica – nell’esercizio del potere e della legittimazione del sapere del Nord globale a scapito delle classi subalterne, in particolare del Sud globale, al fine di riprodurre, naturalizzare ed espandere gli estrattivisti e discriminatori rapporti di potere socio-economici.
Ciononostante permane un dato incontrovertibile: il concetto di genocidio indica un crimine ben specifico e l’entità sionista ha violato ripetutamente tre dei cinque atti vietati enumerati nel secondo articolo della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio del 1948: «a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale». A tal proposito, un nuovo rapporto di analisi geospaziale – pubblicato sulla piattaforma Harvard Dataverse e firmato dal ricercatore israeliano Yaakov Garb – a maggio 2025 denuncia che almeno 377mila persone nella striscia di Gaza risultano «scomparse dalle mappe» dall’inizio dello sterminio sionista nell’ottobre 2023. La metà di queste vittime non rinvenute sarebbero infanti. Il sionismo è la parossistica espressione teologico-politica, androcentrica e xenofobica di un bio-potere che si condensa nella capacità di decretare arbitrariamente chi può vivere e chi deve perire. Attraverso un dominio assoluto e illimitato su ogni aspetto dell’esistenza della popolazione palestinese e attraverso il perpetrarsi di necro-politiche di pulizia etnica, l’entità sionista si avvale d’un unico e abominevole diritto: il diritto di sterminare le dannate e i dannati della Terra nella odierna Auschwitz.
Dunque, il primo genocidio della storia trasmesso in live streaming dai suoi stessi esecutori dimostra inequivocabilmente l’inenarrabile violenza sionista che s’abbatte e s’accanisce sui circa 2 milioni di abitanti della striscia di Gaza, ammassati, reclusi, affamati, disidratati, ammalati, mutilati e trucidati su un lembo di terra che si estende per 365 km²: il più grande lager a cielo aperto del mondo. Urge, però, precisare che tali crimini efferati vengono ininterrottamente e impunemente perpetrati dall’entità sionista da più di 76 anni, non dal famigerato 7 ottobre, con la piena complicità degli Stati occidentali e non solo: la Nakba non è mai terminata.
Economia del genocidio nella striscia di Gaza, in Palestina
Una recentissima inchiesta del Financial Times ha rivelato il coinvolgimento della società di consulenza statunitense Boston Consulting Group e del tink tank Institute for Global Change, fondato dall’ex primo ministro britannico Tony Blair, in un progetto che prevede sia l’iniziale deportazione di circa 600mila palestinesi – in ultima istanza è programmato il trasferimento forzato di massa dell’intera popolazione – in un campo di concentramento di circa 64 km² militarizzato e sorvegliato dall’IDF presso il valico di Rafah, al confine con l’Egitto; sia la ricostruzione post-bellica della striscia di Gaza al fine di realizzare l’aberrante e opulenta «Trump Riviera» lungo le coste rase al suolo e insanguinate della bruciata terra palestinese.
L’ultimo rapporto di luglio 2025 di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati nel 1967, smaschera un sistema politico-economico criminale e predatorio che rende mediante la sua correità, de facto, possibile l’occupazione coloniale sionista e, di conseguenza, l’apartheid e il genocidio in Palestina. La relatrice italiana – vilipesa mediaticamente e sanzionata con un modus operandi tipicamente malavitoso dagli USA per questo suo lavoro d’indagine – ha realizzato un database che cataloga oltre 1000 entità economiche e accademiche che, a diverso titolo, collaborano attivamente con l’entità sionista per l’attuazione del massacro in corso nella striscia di Gaza; di questo enorme conglomerato ne vengono menzionate in particolar modo 48, fra cui spiccano le israeliane Elbit, Delek Group, Mekorot e NSO, le coorporation statunitensi Chevron, Palantir Technologies Inc., Drummond Company Inc., Lockheed Martin, Amazon, IBM, Caterpillar Inc., Microsoft Corporation, Google, oltre al Massachusetts Institute of Technology, alla britannica University of Edinburgh, alla tedesca Technical University of Munich e financo al programma dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione Horizon Europe. Presenzia anche l’italiana Leonardo, in aggiunta a Hyundai, Volvo, A.P. Møller – Mærsk, Petrobras, HP, Glencore International plc, Booking Holding Inc., Airbnb Inc., insieme a società bancarie e assicurative come Allianz, Axa, Paribas, Barclay, BNP e holding finanziarie come BlackRock e Vanguard, oltre al più grande fondo sovrano mondiale: il Norges Bank Investment Management.
È evidente che la carneficina della popolazione palestinese sia altamente redditizia per i settori petrolchimico, bellico, tecnologico-cibernetico, energetico, agroalimentare, immobiliare, infrastrutturale, turistico, edilizio, navale, universitario-scientifico, finanziario. Il primo tecnogenocidio del XXI secolo è un business irrinunciabile per molteplici realtà aziendali e Stati che – sulla pelle e sulla vita di intere generazioni di palestinesi – stanno ricavando ingenti profitti e nuove tecniche di governance grazie all’economia dell’occupazione sionista che a oggi si è trasformata a tutti gli effetti in un’economia del genocidio.
Il complesso militar-industriale-informatico israelo-statunitense-europeo ha una precisa funzione egemonica, normativa, ingegneristica e imperialistica. Non solo i vari governi federali degli USA dal 1950 in poi hanno reso lo Stato sionista il più grande beneficiario di aiuti militari statunitensi nella storia con circa 260 miliardi di dollari – insieme all’Unione Europea che solo nel 2023 ha investito 72,1 miliardi di euro nella Palestina occupata – ma hanno fatto sì che divenisse il nono maggiore esportatore di armi e all’avanguardia in settori come l’IA e la cybersecurity. I risultati di questo legame organico sono stati conseguiti grazie all’occupazione dei territori palestinesi, sfruttati come un vero e proprio banco di prova: le vite delle e dei palestinesi non contano nulla, sono completamente sacrificabili. In virtù di ciò, solamente negli ultimi 60 anni l’entità sionista ha esportato il proprio modello necro-politico fornendo armi, tecnologie e addestramento a diversi regimi sanguinari tra cui Pinochet in Cile, Suharto in Indonesia, Somoza Debayle in Nicaragua, Putin in Russia e finanche durante il genocidio dei tutsi in Ruanda.
La Palestina occupata, pertanto, non solo è un laboratorio dove si sperimentano e s’intersecano tecnologie militari e big data allo scopo di generare avanzatissimi sistemi di profilazione, di sorveglianza, di spionaggio e di uccisione; bensì è la messa a profitto e il perfezionamento di un regime di guerra ibrida permanente all’interno di un modello necrotizzante e finanziarizzato da adattare ai differenti contesti globali, attraverso cui la mastodontica macchina bellico-finanziaria sperimenta nuove tecniche di valorizzazione capitalistica, di disumanizzazione e di assoggettamento bio-politico e, al contempo, di ridefinizione del ruolo dello Stato mediante un disegno oligarchico globale di ridimensionamento degli organismi politico-giuridici sovranazionali e, in definitiva, sia di cancellazione dei limiti segnati dal diritto internazionale umanitario sia di criminalizzazione e di soppressione del dissenso e della resistenza.
Riprendendo le parole di Francesca Albanese: «Lo dico sempre: se la Palestina fosse una scena del crimine avrebbe addosso le impronte digitali di tutti noi. I beni che compriamo, le banche a cui affidiamo i nostri risparmi, le università a cui paghiamo le tasse».
Il fagocitante capitale monopolistico globale ingrassa mediante la mancata cessazione delle atrocità nella striscia di Gaza e in Cisgiordania, perciò censura, minaccia, sanziona chiunque provi a denunciare e scagliarsi contro quanto accade, al contempo, di conseguenza foraggia incessantemente la fabbrica della morte sionista che ha ormai automatizzato e meccanizzato la cannibalizzazione di massa del popolo palestinese. Cosicché tale convergenza di molteplici interessi fa emergere il pulsante cuore nero delle borghesie imperialiste del Nord globale che simultaneamente danno adito a differenti forme di sfruttamento e d’oppressione lungo tutto il globo, che perdurano congiuntamente tramite i costanti flussi di capitale, le dinamiche di dominio, d’espropriazione e la grammatica della razza. Difatti, il sionismo è parte integrante della genealogia del progetto coloniale secolare e dell’ingiustizia su scala transnazionale.
Palestina: catastrofe umanitaria, catastrofe planetaria
Nella striscia di Gaza la devastazione su larga scala del territorio ha raggiunto proporzioni ormai apocalittiche: le persone superstiti sopravvissute temporaneamente alle offensive sioniste si ritrovano a dover solcare una landa infeconda e desolata ricoperta di munizioni inesplose, macerie, detriti tossici, discariche strabordanti di rifiuti velenosi, di terreni contaminati da inquinanti eterni e da liquami non trattati generatori di malattie gravissime ed epidemie, di terreni agricoli e oliveti secolari polverizzati e ricoperti di cadaveri d’animali, di falde acquifere inquinate, di pozzi distrutti e di acqua imbevibile. Sostanzialmente un lembo di terra desertificato e iperinquinato in cui si sta rendendo impossibile il sussistere delle condizioni necessarie per l’esistenza e la riproduzione della vita umana e non-umana presente e futura. Citando Tacito: «Fanno il deserto e lo chiamano pace». Dunque, è orrendamente evidente la profonda interconnessione tra genocidio ed ecocidio nella Palestina occupata resa invivibile attraverso il sistematico sterminio di tutte le forme di vita.
Le inchieste svolte dal quotidiano britannico The Guardian risalenti alla prima metà del 2024 dimostrano che il 50% delle colture arboree sono state distrutte, così come il 40-48% dei campi seminativi e il 23% delle serre. Quasi tutti gli orti sono stati abbattuti e oltre il 40% dei boschi bruciato. Prima del 7 ottobre, l’insieme delle aree rurali e degli orti occupava una superficie di circa 170 km², a fine marzo 2024 rimanevano circa 100 km², a oggi sicuramente ancor meno. Anche il rapporto risalente a ottobre 2024 dell’organizzazione non governativa palestinese Al Mezan denuncia la distruzione totale e parziale di circa 180 km di reti idriche e 203 dei 319 pozzi di acqua freatica sono stati messi fuori servizio, quindi sono inaccessibili sempre a causa di danni totali o parziali. Infine, il genocidio ed ecocidio in Palestina e i vari conflitti innescati dallo Stato sionista in Libano, in Yemen e Iran hanno generato da ottobre 2023 a gennaio 2025 quasi 1,9 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Il solo ciclo di distruzione e potenziale ricostruzione della striscia di Gaza, pertanto, potrebbe generare oltre 32 milioni di tonnellate di emissioni climalteranti, posizionando l’impatto climatico dello smembramento della Palestina sopra quello di ben 102 Stati.
Dunque, la distruzione della Palestina e la distruzione del pianeta si svolgono alla luce del sole, tuttavia il nucleo capitalista continua a bruciare combustibile fossile e a bombardare la striscia di Gaza. In questa inumana spirale schumpeteriana di distruzione creativa, la spoliazione del pianeta deriva dalla costruzione delle infrastrutture del fossile che pompano petroldollari nell’impero del fossile; mentre la devastazione della Palestina deriva dalla costruzione di colonie razziali e di un Stato genocidario, etno-nazionalista e teocratico. La morte di moltitudini di esseri viventi è un esito materiale e ideologico elaborato e preconfigurato dall’accumulazione capitalistica. Come scrive il professore e militante svedese Andreas Malm nel suo testo Distruggere la Palestina, distruggere il Pianeta: «Limitare, fermare, invertire la distruzione della Palestina e del pianeta richiede quindi, come condizione logicamente inattaccabile, la distruzione delle infrastrutture del fossile e delle colonie razziali – non necessariamente la distruzione fisica; ma necessariamente la dismissione e rifunzionalizzazione, nei casi in cui ciò è possibile, e quando non lo è, nel percorso verso la loro abolizione, sì: la distruzione fisica».
L’essenza stessa del progetto sionista è la sparizione della Palestina; ciò è l’ulteriore dimostrazione di un’atroce ironia della storia: lo Stato colonialista-sionista dei superstiti dell’olocausto sta praticando a tutti gli effetti in Palestina un altro incessante olocausto. La catastrofe in Palestina è una catastrofe umanitaria e planetaria che si perpetra da quasi due secoli e nei territori illegalmente occupati si determina il destino stesso della maggioranza dell’umanità. Il crollo definitivo delle fondamenta del putrescente sistema necro-liberale occidentale, intrinsecamente fascista e colonialista, avviene non solo attraverso la liberazione della Palestina occupata ma anche attraverso la liberazione degli USA e dell’Europa dal giogo mortale del capitale. Perciò dal momento in cui l’ingiustizia diviene un paradigma totalizzante, la resistenza diviene una necessità storica ed esistenziale nei luoghi che costituiscono la geografia della rabbia. Generazione dopo generazione nel solco delle lotte di ribellione trasversali e collettive, di emancipazione politico-epistemologica e di giustizia socio-ambientale per una grammatica della rivoluzione, per un altro mondo possibile fino alla totale e radicale rottura e liberazione perché il libero sviluppo di ognunə è la conditio sine qua non per il libero sviluppo di tuttə.
In conclusione, riprendendo le parole della militante marxista-femminista afroamericana Angela Davis contenute nel libro La Libertà è una lotta costante: «Proprio come diciamo “mai più” riguardo al fascismo che ha portato all’Olocausto, dovremmo dire “mai più” in riferimento all’apartheid in Sudafrica e nel sud degli Stati Uniti. Ciò significa, anzitutto, che dobbiamo ampliare e intensificare la solidarietà verso il popolo palestinese. Verso le persone di qualunque genere e sessualità. Verso le persone dentro e fuori i muri delle carceri, dentro e fuori il muro dell’apartheid. Boicottate, sostenete la campagna BDS! La Palestina sarà libera!».
Gianmario Sabini


