Fonte: Brill - 09.12.2025

Questo articolo analizza criticamente due interpretazioni prevalenti del pensiero ecologista contemporaneo: l’eco-modernismo del Nord e la decrescita/post-sviluppo. Sostiene che, nonostante la loro apparente opposizione, entrambe le prospettive condividano alcuni punti deboli fondamentali: rifiutano un’analisi di classe globale, ignorano l’imperativo dell’industrializzazione sovrana e della liberazione nazionale nelle periferie; inoltre, non approfondiscono seriamente la questione della tecnologia e affrontano in modo inadeguato la realtà sociologica dell’imperialismo. 






È diventato sempre più comune, nel chiacchericcio intellettuale del Nord globale, contrapporre due tendenze all’interno del pensiero green. La prima è l’eco-modernismo, secondo il quale i problemi sociali ed ecologici possono essere risolti attraverso la redistribuzione, l’adozione e l’investimento nelle stesse tecnologie promosse dalla classe capitalista, e attraverso la crescita, definita come un aumento delle forze produttive, rappresentato aritmeticamente dal PIL. La seconda è la decrescita: il Nord globale deve ridurre l’uso delle risorse - molte delle quali estratte dal Sud globale - e allontanarsi dal PIL come misura del progresso. Ciascuna, dunque, ha qualcosa da dire sui percorsi di sviluppo del Sud globale. La prima tende verso una convergenza globale attraverso la crescita, riattivando la teoria della modernizzazione propria della Guerra Fredda, con un interesse marginale per la decolonizzazione o la sovranità statale. La decrescita non ha una posizione uniforme sullo sviluppo o sulla sovranità del Terzo Mondo e tende a una più ampia consapevolezza dell’accesso diseguale alle risorse - meno a quella dell’accesso alla forza lavoro - ma tende anche a una diffidenza verso idee destoricizzate o essenzializzate, ma anche monolitiche, come “produttivismo”, “modernità” o “sviluppo”. La diffidenza verso lo stato realmente esistente è un altro suo leitmotiv.

Questo articolo sostiene che questi punti di vista tendono a rispecchiarsi l’un l’altro e possono intrappolare in una “casa degli specchi” coloro che si muovono all’interno del pensiero green del Nord globale. Tutti e due, in generale, rifiutano un’analisi di classe globale, disdegnano i movimenti nazionalisti della periferia, rifiutano l’industrializzazione sovrana e mancano di un’analisi seria della natura della tecnologia. Ciascuna posizione, rispecchiando l’altra con segno opposto, dà priorità a un segmento della classe lavoratrice: il proletariato industriale del Nord globale oppure i produttori dei settori primari della periferia. Ignorano l’anti-imperialismo oppure lo riducono a flussi circolatori concepiti in modo economicistico, privati dell’ingegneria politica che canalizza tali flussi. Tendono anche a non articolare una analisi della composizione reale della forza lavoro globale. Nel caso della decrescita e della nebulosa di correnti e concetti a cui essa spesso si collega, esse ritornano ad analisi "proto-prebischiane" [1] che si concentrano sul Terzo Mondo come esportatore di merci, il quale soffre di condizioni di scambio peggiori e di quote più basse di rendita, che a loro volta incidono sulle condizioni della riproduzione sociale. Cosa ancora più importante, queste letture dello sfruttamento centro-periferia differiscono da una concezione sociologica dell’imperialismo, che, nella fase attuale del capitalismo, è caratterizzata da flussi di valore dai paesi sottosviluppati o periferici verso quelli del centro, flussi prodotti e riprodotti dalle guerre di aggressione - o di accumulazione primitiva - che garantiscono che essi continuino e che diffondano su larga scala il sotto-sviluppo.

Il risultato? Queste analisi rendono impossibile immaginare una prospettiva che integri le lotte sulle condizioni della riproduzione sociale - inquinamento, infrastrutture, smaltimento dei rifiuti  - con le lotte per la liberazione nazionale. Possiamo riferirci a questo perimetro come al problema chiave dello sviluppo del Terzo Mondo, una linea di continuità al tempo stesso storica, programmatica e politica. Un tempo, questa prospettiva integrava la riforma agraria, l'anti-imperialismo, la sovranità industriale e il soddisfacimento dei bisogni primari.

Per chiarire questi problemi, il presente articolo procede come segue. In primo luogo, presenta alcuni elementi del contesto intellettuale e politico generale per analizzare le “nuove” teorie dell’ecologia politica del Nord globale. In seguito, riassume le tesi di alcuni significativi pensatori eco-modernisti e delle correnti post-sviluppiste vagamente associate alla decrescita, compresi il colonialismo green e l'anti-estrattivismo. Mostra come essi non si confrontino con lo "sviluppo sovrano" e come il loro confronto critico confermi questa assenza. Successivamente, [questo articolo] propone un’analisi di classe che mette in primo piano il ruolo delle popolazioni rurali e semi-proletarizzate impegnate nella produzione di sussistenza e in quella salariata, il ruolo di riserva di forza lavoro che esse costituiscono e l’importanza del semi-proletariato nella stabilità e nello sfruttamento da parte del capitalismo globale. Infine, ritorna su alcune correnti intellettuali arabe e africane che proponevano un rapporto temperato con la modernità e approcci alla tecnologia che la dicotomia “modernità” versus “post-sviluppo” tende a occultare. In particolare, intende rivalutare una corrente marxista del “Terzo Mondo” attualmente ignorata. Questo approccio, che prese forma negli anni Settanta e Ottanta, non rifiutava né l'importazione della tecnologia né la modernità, ma aspirava a una tecnologia su misura, popolare e sovrana - importata, endogena e adattata alle necessità locali – definendo contemporaneamente i termini della propria modernità.

2 Dibattiti nell’ecologia politica

Nel centro globale il dibattito contemporaneo sull’ecologia politica è emerso in una congiuntura storica imperialista e post-sovietica, ed è stata modellata dall’insieme delle lotte che hanno incoraggiato determinate correnti di pensiero mentre ne rimuovevano altre. La più significativa e meno evidente è stata la rottura con il dibattito ecologista emerso dal Terzo Mondo, che si dispiegò in un mondo segnato da un ampio e diffuso approccio sviluppista, legato all’esistenza del socialismo realmente esistente (Declaration 1974). Questo orientamento non era astratto, ma prendeva le mosse da Stati nei quali uno sviluppismo non comunista, un impegno verso i poveri e verso una base industriale nazionale, caratterizzava, pur con molti limiti, le politiche statali. Le istituzioni para-statali, come prismi e specchi più piccoli, riflettevano e rifrangevano l’ambiente più ampio: ad esempio la CEPAL [2] allora radicale verso l’IDEP [3] e il Third World Forum [4] (Nemchenok 2013). E le università, comprese quelle del Nord globale, erano attratte dal loro luccichio. Contemporaneamente all'emersione delle lotte, la “questione ambientale” divenne oggetto di preoccupazione mondiale nei primi anni Settanta, quando l’Occidente iniziò a preoccuparsi di fronte all'intensificarsi della lotta sulle condizioni di scambio e all’indebolimento della propria capacità di garantirsi un accesso privilegiato alla forza lavoro e alle risorse delle regioni periferiche (Ahmed 1981). Improvvisamente si rispolverò Malthus, lo spettro ricorrente del pensiero borghese, per sostenere che dovessero essere imposti dei “limiti alla crescita” di fronte a un imminente superamento dei limiti ecologici. 

I rapporti di forza mondiali costrinsero l’Occidente a concedere retoricamente che le preoccupazioni ecologiche non dovessero essere utilizzate per soffocare lo sviluppo, e la crisi ecologica venne collegata sia al sovra-utilizzo delle risorse nel centro, sia alla povertà nella periferia (Tilley e Ajl 2023). Inoltre, si comprese che non era né possibile né desiderabile ripercorrere i percorsi di sviluppo del Nord. Pensatori dell’America Latina, dell’Asia meridionale, della regione araba e dell’Africa, attraversavano queste correnti, muovendosi tra il bisogno urgente di industrializzarsi e la necessità di soddisfare i bisogni di base (Leff 1994; Mora e Peinado 2021). Spesso, ma non sempre, la Cina e l’esperienza maoista si era incrociata con radicalismi di varia natura (Ajl 2019, 2025b). E spesso, ma non sempre, sebbene tale pensiero potesse emergere in spazi non governativi o para-governativi, esso era legato ai progetti della borghesia nazionale e inclini all’anti-imperialismo.

Il crollo dell’URSS inaugurò un periodo di ristrutturazione intellettuale, mentre i progressi degli anni Sessanta-Ottanta venivano praticamente cancellati dalla memoria e dal dibattito accademico critico dominante. Al di fuori di pochi focolai, ciò che rimaneva del marxismo nell’accademia del Nord era eurocentrico, professionalizzato ed economicista. Si allontanò dall’anti-imperialismo e dal pensiero di liberazione nazionale della periferia. E quando governi radicali salirono al potere, dal Venezuela allo Zimbabwe, questo marxismo mostrò nel migliore dei casi una benevola indifferenza, più spesso disprezzo, e talvolta sostegno a sanzioni “democratiche” (Moyo et al. 2013; Jha et al. 2020). Nel frattempo, negli anni Novanta la questione ecologica divenne sempre più ambito di intervento per le ONG, sia nel Sud che nel Nord, e troppo spesso subordinata alle agende politiche dei benefattori, e quindi ostile alla liberazione nazionale e all’anti-imperialismo.

Su questo sfondo, la rinascita del marxismo negli Stati Uniti e in Europa dopo il 2008 ha riattivato tendenze eurocentriche, economiciste e campanilistiche, manifestate in molteplici distorsioni: dalla messa in dubbio del genocidio nella Striscia di Gaza da parte di New Left Review, alla costruzione dello Space Communism [5] come serio oggetto di discussione radicale, al sostegno o a dispute esoteriche sulle guerre statunitensi in Libia e Siria, fino all’inclusione di correnti green radicalmente anti-marxiste funzionali a operazioni di cambio di regime in America Latina, o alla sottovalutazione del ruolo dell’accumulazione primitiva globale nell’industrializzazione europea.

Nel frattempo, il dibattito ecologico guadagnava lentamente terreno, mentre la crisi climatica, uno dei fattori della crisi ecologica globale, drammaticamente diventava sempre più grave. Varianti malthusiane dell’ecologia politica, riletture filologiche dei contributi di Marx all’ecologia e reinterpretazioni eurocentriche si sono confrontate con contributi che riaffermavano la centralità dello scambio diseguale con nuovi livelli di sofisticazione empirica (Frame 2022; Hickel et al. 2024; Lemos 2025), con tentativi di connettere le nuove questioni coloniali e razziali con l’ecologia (Gill 2021; Tilley 2024; Perry 2025) e con il recupero di tradizioni precedenti (Ajl 2023; García Molinero e Pedregal 2024; Nott 2025b). In questo processo, come osserva Prasad (2020, 2026), molte correnti dominanti del Nord tendevano a marginalizzare le questioni legate alla forza lavoro e all’imperialismo. L’eco-modernismo e il pensiero post-sviluppista, così come si sono sviluppati nel centro globale, non sono stati immuni da queste tendenze.

2.1 L’eco-modernismo

L’eco-modernismo del Nord, se lo si analizza  - almeno per il momento - indipendentemente dal suo orientamento di classe, è essenzialmente una “politica del di più” attraverso la crescita, intesa come aumento della disponibilità complessiva di beni materiali (o valori d’uso, per usare un linguaggio marxista), con valore d’uso incorporato nei beni fisici. Attraverso aumenti di produttività, la prosperità e l’accesso ai valori d’uso può diffondersi a livello globale. Attraverso aumenti dell’efficienza ecologica, la crescita può danneggiare sempre meno l’ambiente. Il perno dell’argomentazione è il seguente: le trasformazioni delle forze produttive non incarnano in sé un particolare progetto sociale. Esse sono totalmente indipendenti dalle classi sociali che se ne fanno promotrici. Torneremo più avanti su questa nozione di neutralità tecnologica categoriale. All’interno delle correnti eco-moderniste che incorporano filoni marxisti, queste proposizioni sono collegate a politiche industriali green e redistributive, fondamentalmente di tipo socialdemocratico. In questo quadro, i settori industriali strategici sono centrali, poiché da loro dipendono gli strumenti necessari per realizzare la transizione green.

Evidentemente, queste tesi sono diverse da quelle delle correnti dominanti nell’ecologia politica accademica del Nord e nella politica climatica legata alle ONG. La differenza fondamentale è che i promotori dell’eco-modernismo sostengono che la maggior parte dei ricercatori dell’ecologia politica del Nord globale - i dibattiti del Sud globale non vengono nemmeno presi in considerazione - abbiano il torto di concentrarsi su coloro che traggono sostentamento direttamente dalla terra, cosa che li rende studiosi di questioni per così dire “marginali”: «il capitalismo è esso stesso definito dal fatto che la grande maggioranza è già stata espropriata dei mezzi di produzione», perciò «tale produzione accademica si è concentrata solo sui margini e sulla periferia dell’economia globale» (Huber 2019).

Questo filone dell’eco-modernismo è essenzialmente un economicismo operaista del Primo Mondo declinato in chiave green. Ciò non perché esso respinga l’eco-socialismo, ma perché sostiene che la «definizione classica del proletariato è una classe di persone espropriate dei mezzi di produzione e costrette a sopravvivere attraverso il mercato». Pertanto, il sostegno della classe lavoratrice all’ecologia non può che emergere da «una profonda separazione dalla natura e dai mezzi di sussistenza» (Huber 2022). L’“ecologia proletaria” - una formula accademica coniata di recente -ritiene che le mobilitazioni a difesa della natura non-umana, per far sì che essa venga preservata e che possa continuare ad essere la base del benessere dell’umanità, non emergeranno dalle lotte “di prima linea” contro il degrado ambientale, ma da coloro che non dipendono direttamente dalla natura per la propria riproduzione sociale, attraverso l’intreccio di riforme socialdemocratiche e transizioni tecnologiche green. Questa posizione consente una comprensione “universale” della crisi: un riff  della classe operaia come classe universale.


2.2 Critiche

Il dibattito e la critica rivolti alla corrente "eco-modernista" hanno contestato il suo disinteresse per le lotte in prima linea e, in modo meno esplicito, il suo nazionalismo metodologico quando si tratta degli attori della transizione. Alcuni hanno sostenuto che la classe lavoratrice definita da Huber, non ha nulla a che vedere con la rainbow working-class, il soggetto reale del cambiamento socio-ecologico. Levien scrive che la sua «classe lavoratrice è in larga misura un concetto astratto, che ha poco a che fare con le persone reali, che lavorano e vivono in un luogo concreto negli Stati Uniti». Per queste persone, «la razza è la vera struttura sia della società americana che del mondo nel suo complesso», rafforzando le «disuguaglianze sociali del capitalismo fossile». Secondo queste argomentazioni (corrette), il marxismo eco-modernista evita di confrontarsi con «le lotte dei movimenti guidati da popolazioni indigene e nere contro le infrastrutture e le industrie dei combustibili fossili» - lotte come quelle di Standing Rock (Levien 2023).

È evidente che i testi eco-modernisti sono caratterizzati da un’analisi di classe superficiale e da un anti-capitalismo indifferente alle questioni razziali. E, sicuramente, un marxismo antirazzista che abbraccia le lotte per la sovranità delle popolazioni indigene nel centro imperialista è più plausibile di un marxismo che considera tali lotte “marginali” - infatti, qualsiasi lotta antisistemica plausibile negli Stati Uniti avrebbe una leadership nera e indigena, sia all’interno di un partito comunista sia attraverso organizzazioni autonome di liberazione nazionale all’interno di questa «prigione delle nazioni» (Estes 2019). Tuttavia, queste critiche svolgono la funzione del wrestling professionistico: sono incontri truccati in cui è chiaro che vincerà una delle due parti (vi sono state critiche più serie: Heron 2022; LaVenia Jr. e Busk 2024). Esse svolgono anche un’altra funzione parallela: attirano l'attenzione. Infatti, sostituendo un marxismo indifferente alle questioni di razza e di genere con un marxismo antirazzista metodologicamente nazionalista, e definendo l’imperialismo come «l'interazione tra razzismo e dominio di genere all’interno del capitalismo», si ottiene solo un piccolo miglioramento (un'altra critica non si spinge così lontano, esaltando il marxismo eco-modernista per la sua «messa in primo piano del capitalismo e della classe lavoratrice» - un capitalismo, come quello di Levien, spogliato di scambi ineguali, riserve di manodopera e guerre di spopolamento) (Maher e McEvoy 2023).


2.3 Problemi dell’eco-modernismo

È chiaro che la facilità con la quale l’eco-modernismo ignora così tanti settori della popolazione globale difficilmente può essere considerata una scienza sociale legittima, ma per dimostrarlo occorre ben più di gesti spensierati e quasi vuoti nei confronti dei marxismi del Terzo Mondo. Per cominciare, il modo in cui l’eco-modernismo utilizza metafore spaziali come “margini” e “periferie”, è, nel migliore dei casi, un giudizio legato a considerazioni in termini di valore di scambio piuttosto che di valore d’uso, e sono sociologicamente cieche. Il fatto che il settore agricolo abbia un peso relativamente piccolo rispetto all’economia globale è dovuto al fatto che i prezzi di molti beni agricoli - cacao, zafferano e caffè, non sono coltivabili nel Nord né facilmente sostituibili con prodotti simili - sono tenuti artificialmente bassi, come la bassa remunerazione del lavoro agricolo nel Terzo Mondo e persino quella nel Primo Mondo, perché la produzione di sussistenza e quella domestica costituiscono un «sussidio nascosto» che è parte integrante del rapporto salariale, e perché i prezzi bassi sono inseparabili da una storia violenta di compressione dei salari e di sottosviluppo forzato (Deere 1976; Dunaway 2013). Lo stesso vale per coloro che si trovano ai “margini” della produzione di coltan e cobalto, una condizione forse meno “marginale” se viene vista da una prospettiva industriale ed ingegneristica - poiché non esistono sostituti per questi metalli - rispetto a una lettura che considera “marginale” lo sfruttamento superintensivo degli africani perché coinvolge un numero limitato di persone. Inoltre, la diffusa semi-proletarizzazione implica che molti bisogni di sussistenza siano soddisfatti al di fuori del sistema dei prezzi. Se espressi in termini monetari, tali sforzi aumenterebbero la quota del PIL attribuibile all'agricoltura o ad altri «settori marginali» (Ossome e Naidu 2021; Rignall 2021; Yeros 2023).

Inoltre, la produzione di sussistenza periferica, l’auto-sfruttamento, il super-sfruttamento e il danno all’ambiente fanno parte integrante della compressione salariale attraverso la formazione di riserve di lavoro. L’aumento dell’esercito di riserva del lavoro nella periferia riduce le pressioni inflazionistiche guidate dai salari (Amin 1977; Patnaik e Patnaik 2021). E a loro volta, tali grandi riserve di lavoro si basano su ogni tipo di lavoro “marginale”, scarsamente retribuito e degradato. A loro volta, le diseguaglianze sociali dei contesti agricoli sono determinanti per la creazione delle riserve di manodopera, e se minacciate provocano l’attivazione di meccanismi di difesa armata o economica dell’imperialismo: lo Zimbabwe è stato sottoposto a un blocco economico e a un assedio principalmente a causa della riforma agraria che ha distrutto il sistema di proprietà terriera dei coloni capitalisti bianchi (Moyo 2011). Infine, le guerre, terre apparentemente inesplorate, non riportate né sulle mappe eco-moderniste, né su troppe mappe decresciste, distruggono gli Stati che cercano di riassorbire le riserve di manodopera, consolidano le tendenze neoliberiste attraverso le sanzioni, erodono la stessa capacità statale, o rendono indispensabile tenere alte le spese per la sicurezza, riducendo lo spazio per alternative (Matar e Kadri 2018; Mullin 2023; Doutaghi 2024).

Allo stesso modo i concetti formali dell’eco-modernismo non possono sopravvivere a un esame attento. Definire «la vita della classe lavoratrice sotto il capitalismo come alienazione dalle condizioni ecologiche dell'esistenza e mancanza di controllo su di esse» equivale, nella migliore delle ipotesi, a liquidare il problema, e difficilmente rappresenta una mappa accurata della classe lavoratrice mondiale, che molto spesso mantiene una presenza nel mondo rurale, sia direttamente che attraverso strutture familiari allargate (Yeros 2023). Stando così le cose, la capacità dell’ecosistema di produrre risorse primarie è un imperativo di sviluppo. Inoltre, sostenere che «il principale ostacolo alla sopravvivenza della classe lavoratrice non ha nulla a che vedere con il suo habitat concreto» è solo parzialmente vero, e solo per una parte della classe lavoratrice, secondo la definizione dell’eco-modernismo. Ed è tutt’altro che vero per la stragrande maggioranza delle persone più povere del pianeta, tenendo presente che le campagne sono più povere delle città. È singolare sostenere che i problemi di inquinamento, frane e inondazioni legati al sottosviluppo e al de-sviluppo imperialista a Caracas e Derna non abbiano nulla a che vedere con «l’habitat concreto della classe lavoratrice».

Infine, mentre le minacce legate alla mancanza di accesso ai bisogni di base sono «reali» quanto l’inquinamento o l’espropriazione della terra, la proposta di «includerle come parte delle questioni ambientali» è solo un gioco di parole astratto. L’accesso ai beni di prima necessità attraverso la decommercializzazione non è la stessa cosa del ripristino dell’accesso alla terra attraverso la riforma agraria (che sulla mappa di questa corrente, che non sembra estendersi oltre l'Europa e gli Stati Uniti, è segnata da una piccola iscrizione latina che recita “Hic sunt dracones”), e non è la stessa cosa delle fabbriche che emettono fosfogesso sopra quartieri residenziali costruiti in cemento.

Liquidare l’interesse per tali movimenti come antiquariato o assimilare il semi-proletariato globale alle popolazioni indigene liquidandolo come l'oggetto di una «ossessione romantica» manca di serietà e offre una visione miope, economicista ed eurocentrica dell’accumulazione globale (Huber 2025). Perché non prende sul serio la portata degli esseri umani impegnati nella produzione primaria e la necessità che qualsiasi transizione li deve mettere al centro, sia dal punto di vista dello sviluppo che da quello politico: l'anello debole, i meno integrati nella società civile "globale".

Un esempio significativo sono due grandi e recenti crisi geopolitiche, che provengono  proprio da coloro che subiscono direttamente l’accumulazione primitiva dell’imperialismo e del capitalismo coloniale, e che non sono integrati nel capitalismo globale “produttivo”: la popolazione della Striscia di Gaza e quella dello Yemen, da Saada fino a tutta la regione settentrionale, un lumpenproletariat gravemente impoverito. Inoltre, nonostante la presunta natura antiquata della questione agraria, quasi tutte le forze antisistemiche che hanno preso il potere negli ultimi trent’anni ha posto la riforma agraria al centro della propria proposta politica. Il conflitto di gran lunga più esplosivo dal punto di vista geopolitico nel mondo di oggi è la difesa da parte di Stati Uniti e Unione Europea del capitalismo dei coloni in Palestina, mentre seminano crisi di legittimità globale per impedire la liberazione e il ritorno dei palestinesi (Ajl 2024a, 2024b).


2.4 Radici dell’anti-sviluppismo

Detto questo, a meno che non si sia interessati solo all’equivalente intellettuale del wrestling professionistico, sarebbe irresponsabile non prendere sul serio una delle osservazioni di Huber: la recente letteratura sull’ecologia politica spesso trascura sistematicamente chi non opera nei settori dell'agricoltura, dell'estrazione mineraria e dell'energia, e ha spesso considerato in modo inadeguato quale alternativa emancipatoria sia possibile per un mondo che, pur essendo ancora molto rurale, è anche molto urbano. È sbagliato affermare che il lavoro per la giustizia climatica sia incentrato sui «mezzi di sussistenza ... sulle comunità che in una certa misura traevano il proprio sostentamento direttamente dalla terra», concentrandosi sulla «espropriazione delle comunità locali delle loro strategie tradizionali di sussistenza» e sulle «comunità emarginate "in prima linea" come soggetti determinanti nella lotta per il clima»? (Huber 2019). Mentre l’eco-modernismo si fissa, come un cavallo con i paraocchi, solo su quel soggetto recalcitrante della rivoluzione comunista, ovvero il proletariato industriale del Primo Mondo, le correnti dominanti dell’ecologia politica si concentrano su coloro che affrontano direttamente l’espropriazione. Sebbene siano questi ultimi, e non i primi, ad avere un maggiore potenziale antisistemico, anche quando si considerano insieme, spesso viene tralasciato un aspetto importante. In particolare, entrambi evitano l’analisi di classe di un vastissimo semi-proletariato a cavallo tra campagna e città, intrecciato in modo irregolare nel tessuto produttivo nazionale e globale, e mancano di una concezione seria - anzi, la si rifiutano in linea di principio - dell’idea di uno sviluppo alternativo che possa affrontare simultaneamente i problemi delle riserve di manodopera e dell’industrializzazione.

Da queste lacune possiamo a nostra volta individuare un filo conduttore, per quanto labile, che ci riporta alla più ampia tendenza anti-sviluppista presente in alcuni correnti recenti, più popolari e solitamente nordiche, dell'ecologia politica, una radice fondamentale di queste discussioni, compreso il disagio della decrescita nei confronti dell'industrializzazione: la fonte delle caricature dell'eco-modernismo; ma, cosa più importante - poiché scontrarsi con accademici incompetenti non é produttivo - è la fonte dell'eccessiva attenzione dell'ecologia politica del Nord verso determinate lotte, al punto da non riuscire a impegnarsi seriamente in una pianificazione emancipatoria più ampia.

Una figura di spicco in questo ambito è stato Arturo Escobar, il cui lavoro ha ampliato notevolmente la prospettiva su concetti quali “sviluppo” o “modernità”. Egli ha compiuto diversi passaggi critici che sono stati ampiamente ripresi, anche se in seguito ha parzialmente preso le distanze dalle sue posizioni più estreme. In primo luogo, aveva fatto riferimento al «sviluppismo rozzo e sconsiderato che caratterizzava il periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale». In contrapposizione a questo quadro, sosteneva che «i poveri cercano di difendere i propri ambienti naturali»: una lotta senza fine contro l’accumulazione primitiva (Escobar 1996: 56). Dal punto di vista programmatico, Escobar si ispirava all’ecologista Enrique Leff, che aveva sviluppato un «linguaggio di autoaffermazione trasformativa» e aveva invocato «democrazia ambientale, decentralizzazione economica e pluralismo culturale e politico» (Escobar 1996: 61) (è significativo come si sia rimosso il fatto che Leff invocasse una struttura industriale centralizzata o decentralizzata a seconda delle necessità concrete). Altrove, Escobar ha sostenuto la creazione di «piccoli mondi» attraverso movimenti decentralizzati, in opposizione a un modello gerarchico e omogeneizzante (2020). Questi mondi sarebbero caratterizzati dalla «differenza», e si mobiliterebbero politicamente attraverso la lotta per il diritto a vivere in modo differente (Escobar 2020: 276, 283). Ciò ha portato alla difesa della «cosmovisione», un’«affermazione ontologica», che include il diritto di costruire una visione «autonoma» dello sviluppo, basata sulla propria «cultura e sulle forme tradizionali di produzione e organizzazione sociale» (Escobar 2020: 223).

Queste affermazioni sollevano una serie di questioni. Innanzitutto, l’argomentazione di Escobar si presenta come una smentita, non come un confronto critico: «il marxismo non era molto bravo ad affrontare la questione della natura» (Escobar 2020: 8). Per quanto riguarda il socialismo realmente esistente, questa affermazione è infondata. L’Unione Sovietica ha sviluppato innovazioni rivoluzionarie nella scienza del suolo e nell’agroforestazione, e la Cina maoista ha aperto nuove strade con terrazzamenti su larga scala, la gestione integrata dei parassiti e i fertilizzanti verdi. Il Nicaragua rivoluzionario ha promosso la riforestazione e ridotto l’uso di pesticidi, e la Cuba comunista  è stata all’avanguardia a livello mondiale nella vermicoltura, nel ripristino del suolo, nelle forme avanzate di agroecologia e nell’idroponica sostenibile. Possiamo inoltre menzionare l’agronomia rivoluzionaria di Amilcar Cabral, che collegava le monocolture di arachidi coloniali-capitaliste all’erosione sociale, e le tesi di Thomas Sankara secondo cui l’imperialismo stava portando alla distruzione delle foreste del Burkina Faso (Martinho 2023). Possiamo aggiungere l’eredità nordafricana di tecnologia combinata e appropriata, e l’innovazione proto-agroecologica nei campi delle sementi e dell’idraulica, attingendo all’esempio cinese. Inoltre, una vasta corrente del marxismo ecologico si è occupata in modo approfondito della natura, da Marie Mies a John Bellamy Foster a James O’Connor.

In secondo luogo, Escobar muove una critica piuttosto vaga non solo alla corrente dominante, ma anche alla teoria del “delinking” [6] e dell’accumulazione autocentrica di Amin, riconoscendone l’utilità «a livello macroeconomico e politico», ma avvertendo che esse sono «formulate in chiave universalistica secondo un’epistemologia realista» e che la pratica non dovrebbe essere orientata verso «regimi più sani di accumulazione e sviluppo», come sosteneva Amin, «ma a fornire condizioni più favorevoli a esperimenti locali e regionali basati su modelli autonomi (ibridi)» (Escobar 1995: 100). Da un lato, i miglioramenti delle condizioni di vita della classe lavoratrice e dei contadini sotto Stati “sviluppisti” come l’Egitto di Nasser o l’India di Nehru vengono resi indistinguibili dall’industrializzazione neo-fascista orientata all’esportazione in Brasile, accompagnata dal super-sfruttamento del proletariato industriale - cosa che Escobar riconobbe solo tardivamente. Dall’altro lato, il rifiuto dell’“epistemologia realista” appare curioso, dato che il significato stesso del termine rimane opaco. Il realismo critico, tuttavia, costituisce la base di un progetto di pianificazione, e non vi è nulla nella natura del realismo o della pianificazione che impedisca di comprendere e affrontare interessi e bisogni espressi attraverso istituzioni centralizzate quando necessario, e decentralizzate quando necessario. Né è chiaro - né è mai stato chiarito - in che modo il linguaggio dell’autonomia e dell’ibridazione possa confrontarsi con richieste di industrializzazione sovrana e autodifesa. Perché «autonomia» non significa affatto che si verrà lasciati in pace: la storia dell’accumulazione primitiva mostra esattamente il contrario. «Esperimenti locali e regionali» possono benissimo aver bisogno della cornice politica e militarizzata di uno Stato -nazione centralizzato per evitare di essere spazzati via e per garantirne lo sviluppo.

Tuttavia, Escobar allora - e i suoi epigoni oggi - colgono un punto reale: il rapporto con coloro che sono impegnati nella produzione primaria e sono abituati a forme di organizzazione sociale non ottimali dal punto di vista della “produttività” ha messo in difficoltà i governi sviluppisti e nazional-popolari di sinistra in tutto il mondo, specialmente negli ultimi anni. In fondo, garantire un surplus per l’accumulazione primaria non è un compito semplice quando non può essere esportato attraverso gli olocausti coloniali e la tratta degli schiavi. A sostenere questo peso sono stati i poveri - di solito i poveri delle zone rurali - sollevando la questione delle diverse esigenze e dei diversi modi di inserimento in una formazione sociale nazionale. E questo ha spesso comportato, non senza resistenze, molteplici degradazioni dell’ecologia entro cui le persone vivono (Gill 2024). E non vi è dubbio che ciò produca una “differenza”, cosa che rappresenta un punto di partenza per la politica. Ma reificare la differenza ostacola la possibilità di unificare le classi popolari - popolazioni indigene, donne, contadini, abitanti delle baraccopoli - del Terzo Mondo. Inoltre, può giustificare l’idea che alcune persone semplicemente non desiderino accedere alla medicina moderna in grado di salvare vite, legittimando così lo smantellamento di sistemi sanitari universali.  Inoltre, si può rispettare la differenza e il diritto a vivere in modo diverso senza rifiutare l’idea degli Stati come terreni in cui la differenza viene mediata. A titolo illustrativo, dovrebbe andare da sé che una comunità che vive vicino a una miniera, e una comunità che potrebbe trarre beneficio dai proventi delle esportazioni di materie prime, presentano chiaramente delle differenze. Rifiutare qualsiasi progetto che cerchi di mediare e bilanciare tali differenze significa rifiutare l’unità e i progetti unificatori in quanto tali.

A questo proposito, la letteratura sull’“estrattivismo” ha giustamente messo in luce i danni subiti dai gruppi “in prima linea” delle zone periferiche, ma si è dimostrata molto meno efficace nel contestualizzare tali danni. In questo senso, la critica all’estrattivismo non mira a sostituire o respingere una critica ai progetti estrattivi nella storia latinoamericana - sia passata che contemporanea - ma per discutere di come tali concetti siano stati confezionati per il consumo accademico del Nord in modi che danneggiano i più ampi progetti di emancipazione e mettono in luce i loro punti deboli.

Per chiarire queste manovre, osserviamo come i cenni teorici di Escobar vengano ripresi da Maristella Svampa, Alberto Acosta e altri che si presentano come difensori dei movimenti “territoriali”. Da questa posizione si sostiene che la “sinistra” abbia resistito alle critiche del paradigma “produttivista”, un termine che tende a offuscare la specificità della critica stessa, esitando però al tempo stesso a chiarire la propria posizione o a giungere a conclusioni chiare: qualcuno può davvero sostenere che le forze produttive dell’industrializzazione nazionale siano sufficienti, da sole, per una transizione egualitaria in America Latina? Infatti, Svampa sostiene che la sinistra latinoamericana sia stata inebriata
«dall’ideologia del progresso e dalla fiducia nell’espansione delle forze produttive» - ma quale sarebbe un modo «sobrio» di assimilare tali ideologie? (Svampa 2015: 71). C’è un motivo per cui l’America Latina non dovrebbe avere un’industrializzazione sovrana, le proprie industrie di macchine utensili e produrre i propri treni ad alta velocità? Tecnologie di questo tipo dovrebbero essere importate in eterno? E tali strumenti - che si potrebbero considerare mezzi per una più piena autonomia - cancellano davvero la “differenza”?

Svampa sostiene poi che
«il governo boliviano ha ora intensificato il proprio discorso a favore dell'industrializzazione», collegando l’industrializzazione a progetti ad alta intensità di capitale orientati all’export, e afferma che, al di là della retorica, «i governi progressisti hanno accettato la divisione internazionale del lavoro che caratterizza il continente sin dall’epoca coloniale» (Svampa 2012). Qui si può rilevare una tensione: gli Stati latinoamericani “estrattivisti” vengono criticati sia per essere subordinati a visioni produttiviste di industrializzazione nazionale, sia per non essersi industrializzati adeguatamente ed essere tornati alla classica divisione internazionale del lavoro (nel frattempo, i principali periodi di industrializzazione di Brasile e Argentina avvennero sotto dittature neo-fasciste, mentre la deindustrializzazione iniziò non con la Cina e il “consenso sulle commodities”, ma con la caduta dell’Unione Sovietica e l’avanzata del neoliberismo globale) (Marini 1973). Inoltre, questa letteratura ha delineato in modo inadeguato i vincoli complessivi derivanti dalla «egemonia della finanza globalizzata» (Patnaik 2025). Tali incoerenze, fraintendimenti e contraddizioni non aiutano a comprendere quale possa essere un’alternativa emancipatoria, quali siano i suoi costi e benefici, e come possa essere realizzata. Inoltre, questi approcci evitano di affrontare le difficoltà incontrate anche da grandi Stati latinoamericani come il Brasile nel costruire una nuova politica industriale, accantonando la difficoltà della pianificazione e le enormi difficoltà della reindustrializzazione - per non parlare dell’industrializzazione sovrana - in condizioni in cui gli orizzonti di pianificazione sono continuamente compromessi dalle interferenze imperialiste, che impongono di puntare massicciamente sui beni di consumo per mantenere il consenso popolare.

Questi fatti continuano a essere assenti da tale discorso - una cecità verso l’imperialismo condivisa, certamente, anche dagli eco-modernisti. L’unico riferimento di Svampa all’imperialismo riguarda il sub-imperialismo brasiliano, una distorsione radicale del concetto elaborato da Ruy Mauro Marini, che collegava la ricerca di sbocchi per l'
esportazione da parte del capitale monopolistico locale, nel contesto di un super-sfruttamento interno, all’alleanza politica con l’imperialismo statunitense. Con Lula, in Brasile, i poveri hanno visto aumentare i propri redditi, e la politica estera, pur non essendo comparabile a quella di Cuba o Venezuela, non era certo pienamente allineata all’agenda degli Stati Uniti.

La questione dell’industrializzazione - o persino della natura del tessuto industriale periferico -rappresenta un punto debole ricorrente. Sebbene raramente lo affermino esplicitamente, questi modelli teorici suggeriscono comunque che l’estrattivismo spieghi la maggior parte delle dinamiche delle società latinoamericane. Si allineano così a diagnosi che riducono la formazione di classe del Terzo Mondo a coloro che subiscono l’estrazione o l’accumulazione primitiva del proprio ambiente. Questi schemi teorici risultano quindi viziati dall’ascesa di un’immaginazione folkloristica che trasforma Africa, America Latina e la regione arabo-iraniana in luoghi che soffrono a causa di forme  di estrazione primaria diretta, del saccheggio delle loro terre e delle loro miniere attraverso le “vene aperte”. Una variante di questa miopia sostiene, come fa Alberto Acosta, che esistano paesi del Terzo Mondo
«poveri perché ricchi di risorse naturali» - nonostante Canada, Australia e perfino Botswana siano ricchi, o almeno in via di sviluppo, e dispongano anch’essi di enormi risorse naturali (Acosta 2013: 71). Si tratta, in sostanza, di rozze rivisitazioni delle tesi di Prebisch, incentrate sul peggioramento dei termini di scambio tra materie prime e prodotti industriali (Ajl 2024c). Anche ai tempi di Prebisch, sebbene la sua tesi fosse sostanzialmente corretta per un'ampia gamma di prodotti su cui si era focalizzato, questo "feticismo delle materie prime" non poteva spiegare lo sviluppo trainato dai prodotti di base, l’uso dei cereali come arma politica e il predominio del Primo Mondo sui mercati cerealicoli globali, né il fatto che alcuni tipi di legname subiscano una contrazione dei termini di scambio mentre altri no, come osservava Emmanuel (1972).

In secondo luogo, i governi in un sistema capitalista neoliberista devono trovare un equilibrio tra i bisogni primari a breve termine delle loro popolazioni, il bisogno a breve e lungo termine di un ambiente pulito per garantire la salute di base delle classi popolari, e il bisogno a medio-lungo termine di migliorare le forze produttive per assicurare l'accesso permanente ai valori d'uso per la popolazione e per difendersi dall'imperialismo: industrializzazione a valore aggiunto, importazione e integrazione di macchine utensili e di forme avanzate di tecnologia industriale, oltre a un’industrializzazione a fini difensivi. In teoria, l’equilibrio tra queste esigenze può essere delineato; nella pratica, però, la sua realizzazione comporterà inevitabilmente sofferenze, spostamenti forzati o costi sociali. E tuttavia, anche in questo caso, l'attenzione è stata miope: la letteratura sull’estrattivismo ha evitato di portare alla luce altri aspetti delle formazioni sociali e si è dimostrata poco utile nell’immaginare percorsi alternativi.

Possiamo concentrarci sull'agricoltura e sull'estrazione mineraria senza confondere il presente con il passato. Tuttavia, trasformare mentalmente il Terzo Mondo in una miniera e in una piantagione - tutto teso a scavare ed esportare - crea due distorsioni. La prima consiste nel separare il ruolo delle riserve di manodopera e il ruolo riproduttivo della produzione primaria dalla compressione salariale periferica e dal suo rapporto con i trasferimenti di valore dalla periferia al centro, come hanno osservato Ossome e Naidu (2021), concentrandosi sul ruolo delle donne nella produzione primaria periferica e nella riproduzione sociale. Contemporaneamente, i Patnaik collegano il paniere di consumo dell’aristocrazia operaia del Nord all’accumulazione primitiva nel Sud e alla deflazione dei redditi, necessarie per convertire terreni agricoli alla produzione di beni da esportazione che non possono essere coltivati durante gli inverni del Nord.

La seconda distorsione è di natura prescrittiva, richiama una visione di trasformazione incentrata sul settore primario, rievocando, inconsapevolmente o meno, una lunga serie di fantasmi: i piani di sviluppo coloniali, i modelli a “doppio settore” (uno a bassa produttività e uno ad alta produttività), la successione di programmi di sviluppo rurale, il PDRI a livello mondiale,[7] le fascinazioni per la “tecnologia indigena” e i tentativi di ridurre lo sviluppo e gli apparati tecnologici ad una “tecnologia appropriata”.

Inoltre, le teorie sul colonialismo green elaborano in modo inadeguato la forma politica dello sfruttamento - neocoloniale/non coloniale. Denunciare gli Stati sovrani definendoli "coloniali" significa ignorare i risultati ottenuti dalle lotte anticoloniali nel porre fine alle carestie e ai genocidi, così come ignorare il fatto che l’obiettivo dello Stato statunitense sia precisamente l’eliminazione della sovranità statale, da Haiti alla Siria (Tornel e Dunlap 2025). Queste teorie interpretano erroneamente gli impatti ecologici del neocolonialismo, che colpiscono duramente le comunità "in prima linea" ma si estendono anche a tutte le formazioni sociali del Terzo Mondo attraverso la distruzione della «natura socialmente utile» necessaria al benessere delle classi popolari: dai disastri socio-naturali alla carenza di investimenti nelle infrastrutture sanitarie (Prasad 2019). Infine, interpretano erroneamente l’imperialismo contemporaneo. Le economie del Terzo Mondo hanno infatti subito enormi cambiamenti negli ultimi 50 anni. Non sono più semplici esportatori di materie prime, ma sono subappaltate nella produzione industriale a basso valore aggiunto, dall’assemblaggio al tessile. Sono inoltre integrate nella divisione internazionale del lavoro come fornitrici di servizi - call center - ed esportatori di manodopera qualificata: infermieri, medici e ingegneri, sulla base dell’esportazione dei frutti del lavoro sociale della periferia. L'enfasi sulla “riperiferizzazione” è esagerata anche nel caso paradigmatico dell’America Latina. Applicata alla regione araba, distorce profondamente la natura delle sue formazioni sociali.

Per decreto, dopo aver cancellato la pluralità o addirittura la maggioranza delle formazioni sociali del Terzo Mondo, queste prescrizioni risultano ampiamente inadeguate rispetto alla varietà dei bisogni periferici. Si consideri che le proposte di Svampa comprendono:

…una prospettiva ambientale integrale che enfatizza l’idea del Buen Vivir; una prospettiva indigena e comunitaria; una prospettiva eco-femminista centrata sull’economia della cura e sulla lotta contro il patriarcato; e una posizione eco-territoriale legata ai movimenti sociali che hanno sviluppato una grammatica politica basata sulle idee di giustizia ambientale, beni comuni, territorio, sovranità alimentare e buon vivere” (Svampa 2012).

Sono idee valide. Ma implicano forse la rinuncia a infrastrutture elettriche e sanitarie moderne, a strade, trasporti pubblici industrializzati e a una base tecnologica sovrana? È sorprendente che Svampa - che rifiuta un’analisi marxista del lavoro alienato sotto il capitalismo, non consideri il comunismo come un orizzonte alternativo, prenda nettamente le distanze dalla sinistra “tradizionale” latinoamericana ed eviti di confrontarsi con il tema dell’industrializzazione - si richiami fortemente a Franz Hinkelammert, che aveva «sviluppato criteri per quello che lui chiama una ‘economia per la vita’ al fine di costruire un’alternativa». In realtà, Hinkelammert era un teologo della liberazione marxista influenzato dalla teoria della dipendenza, che chiedeva di «mettere la tecnologia moderna al servizio del soddisfacimento dei bisogni umani», nel quadro di «un altro tipo di sviluppo» (Hinkelammert 2005: 803). Egli accettava la modernità, i macchinari e lo sviluppo, ma alle condizioni del Sud. Sembra una strana decisione interpretativa, che non reggerebbe a un'attenta lettura, quella di ricavare dal suo chiaro sostegno alla modernità industriale il vago umanesimo di una “economia della vita”.

Inoltre, ed è significativo, il fatto che dopo quindici anni di discussione sull’“estrattivismo”, i suoi sostenitori non abbiano ancora elaborato una visione concreta né modelli di formazioni sociali “post-estrattiviste,  né abbiano indicato quale tipo di apparato produttivo potrebbe garantire l'emancipazione e soddisfare i bisogni primari delle nazioni di cui hanno scritto, né abbiano fornito alcuna chiarezza riguardo all'industrializzazione e al suo ruolo nei futuri delle regioni periferiche. I richiami alla «reciprocità e alla redistribuzione» o all’«economia sociale e solidale» evitano di affrontare il modo in cui la proprietà privata degli attuali mezzi di produzione impedisce la soddisfazione dei bisogni fondamentali, così come una domanda molto semplice sulla struttura produttiva concreta: ce n'è abbastanza? (Svampa 2019: 52).

Infatti, sebbene questa letteratura si protegga denunciando il fatto che i governi latinoamericani mettano in evidenza il finanziamento da parte dell’Unione Europea e degli Stati Uniti di gran parte del discorso sull’estrattivismo – un fatto che questi intellettuali non negano – essa finisce comunque per adottare parte della retorica della destra interna latinoamericana e dello Stato statunitense, contribuendo a spianare la strada alla rinascita della destra sostenuta dagli Stati Uniti attraverso la demonizzazione dei governi latinoamericani, diffamandoli come portatori di un «dispositif gerarchico, autoritario, persino militaristico» (Brand et al. 2016: 148).

Anche se gran parte della letteratura sull’“estrattivismo” non avesse gettato un’ombra oscura sui governi nazional-popolari dell’America Latina, essa potrebbe comunque essere criticata su altri terreni. Se molta della discussione su “post-sviluppo”, “anti-estrattivismo” e colonialismo green ha distorto o analizzato in modo selettivo le formazioni sociali del Terzo Mondo, proponendo una concezione frammentaria del neo-colonialismo contemporaneo e incoraggiando immaginari utopici troppo spesso folkloristici, antiquati e romantici, allora ci si può chiedere se l’imperialismo sia davvero minacciato da una visione del post-sviluppo che non affronta l’industrializzazione e l’autodifesa come parte della liberazione nazionale, oppure se una simile visione sia davvero in grado di confrontarsi con i bisogni fondamentali di intere formazioni sociali del Terzo Mondo, molte delle quali - come in America Latina o nella regione araba - sono ormai in maggioranza urbanizzate.

Ciò non dovrebbe essere interpretato come un atteggiamento ostile verso i soggetti sociali a cui questi autori fanno riferimento, né tantomeno verso piattaforme politiche come la sovranità alimentare - il superamento del vincolo cerealicolo, un’agricoltura orientata al mercato interno e la riforma agraria, anche se quest’ultimo termine viene spesso omesso nel contesto della crescente egemonizzazione da parte delle ONG del discorso sulla sovranità alimentare. La ri-contadinizzazione rappresenta un elemento necessario di qualsiasi piattaforma di sviluppo, insieme a una riforma agraria redistributiva e di rottura, capace di trasformare i rapporti sociali rurali. La prima si è verificata in misura maggiore nello Zimbabwe, e in misura minore nei processi di trasformazione agraria di Brasile, Nicaragua e Venezuela. E tuttavia, nonostante tutto questo, la questione agraria non può essere isolata da un programma di sviluppo nazionale sovrano ed emancipatorio che tenga conto delle questioni di genere ed ecologiche e che ponga l’industria al servizio dell’agricoltura, invece di mantenere una posizione agnostica rispetto all’industrializzazione.


2.5 Post-sviluppo o sviluppo alternativo?

Il concetto di post-sviluppo emerse quasi surrettiziamente, sostituendo le precedenti nozioni di “altro sviluppo” o “sviluppo alternativo”. Sebbene questi ultimi due termini avessero un'accezione cattolica, tendevano a comprendere la riforma agraria, l'industrializzazione sovrana, il soddisfacimento dei bisogni primari dei poveri e, molto spesso, l’impiego di tecnologie leggere. I disaccordi riguardavano soprattutto il ritmo e le tecniche dell’industrializzazione, il diverso grado di attenzione verso ecologia e genere, e forse il ruolo della proprietà privata in una transizione nazionale che mirava comunque a modificare la distribuzione della proprietà - cioè i rapporti sociali di proprietà. Questa letteratura, marxista o meno, dialogava certamente con il pensiero marxista e con i partiti comunisti, apprendeva dalle esperienze di sviluppo socialista e non indulgeva in critiche generiche e indiscriminate dello sviluppo o della modernità.

La letteratura sul “post-sviluppo” o sulle “alternative allo sviluppo” si colloca invece su un piano differente. Vi è un occasionale riferimento all’economia politica marxista, ma diluito attraverso il post-strutturalismo, gli studi sulla scienza e la tecnologia e da una generale ostilità verso il marxismo, accusato di contenere «forme di universalismo che conservavano il fascino delle utopie secolari costruite sulla razionalità e sull’Illuminismo», insieme a un atteggiamento sprezzante verso lo «Sviluppo [come] modernità» (Peet e Hartwick 2015). In effetti, questa letteratura finisce per identificare la modernità con la sua specifica realizzazione capitalista occidentale e concepisce il razionalismo come qualcosa di inevitabilmente intrappolato nella storia dei suoi abusi. Curiosamente, queste scelte interpretative non vengono applicate - o solo parzialmente - ad altri campi del sapere: dovremmo forse rifiutare la matematica moderna perché gran parte del suo sviluppo è avvenuto all’interno di formazioni sociali europee razziste, coloniali e capitaliste?

Per chiarire cosa sia realmente in gioco nel dibattito sulla modernità, possiamo partire da una riformulazione più ampia di alcune posizioni classiche relative alla razionalità e alla modernità, emerse nel periodo di massimo splendore dei movimenti nazionali. Come osserva lo storico intellettuale egiziano-palestinese Zeyad El Nabolsy, l’adesione alla modernità e alla razionalità - da non confondere con il loro utilizzo come strumenti di dominio imperialista - costituiva un pilastro del pensiero di liberazione nazionale africano:

Questo impegno nei confronti della ragione (e dunque verso la scienza) come principale fonte di giustificazione normativa è evidente anche nell’approccio di Cabral alla costruzione di una moderna cultura nazionale in Guinea-Bissau e Capo Verde… Nel contesto del discorso filosofico della modernità emerge anche l’idea che la scienza liberi gli esseri umani nella misura in cui disincanta la natura… Cabral aderiva a questa tesi… [aggiungendo che Cabral riteneva che] gli individui e le società che credono nel progresso come ideale normativo siano fondamentalmente orientati verso il futuro, nel senso che cercano consapevolmente di trasformare in meglio il proprio ambiente sociale (Nabolsy 2019: 4).

In effetti, questa concezione della modernità era profondamente legata all’autonomia (si veda Nott 2025a). Come sosteneva Samir Amin, «la modernità si fonda sul principio secondo cui gli esseri umani, individualmente e collettivamente (cioè le società), costruiscono la propria storia». Né la modernità né l’autonomia potevano essere realizzate pienamente sotto il capitalismo, il colonialismo o l'imperialismo (Amin 1989: 7). In altre parole, il fatto che la ragione, il progresso e il discorso filosofico della modernità siano stati utilizzati per giustificare le piantagioni schiaviste non implica che debbano essere abbandonati, così come non si abbandonerebbe la matematica perché usata per calcolare la ricchezza degli schiavisti.

Il pianificatore Ismail-Sabri Abdallah sviluppa questo argomento su più livelli, richiamandosi a Mao, Cabral e Fanon in una riflessione sul rapporto tra pianificazione dello sviluppo e crescita, tra ciascuna di esse e l'innovazione tecnologica e tra tutte e tre e  la costruzione di una vivace cultura nazionale. Abdallah difendeva «lo sviluppo come processo di cambiamento complessivo, di cui la crescita economica rappresenta una componente fondamentale», sottolineando però che tale crescita poteva essere scomposta e differenziata: ad esempio, l’industria può svilupparsi in direzioni differenti ed essere orientata verso «i bisogni fondamentali della maggioranza, la ricerca dell’autosufficienza e l’affermazione dell’identità culturale» (Abdalla 1977a: 7–8). Per Abdallah ciò implicava il «diritto a essere differenti», concetto che assumeva un significato specifico rispetto alla tecnologia (Abdalla 1977a: 8). È significativo che Abdallah ritenesse - in linea con l’eterodossia dell’epoca - che i bisogni fondamentali dei poveri potessero essere compresi attraverso consultazioni e indagini, che i desideri potessero essere trasmessi chiaramente e integrati nella pianificazione macroeconomica, pur mantenendo l'attenzione verso la difficoltà di rendere leggibili i risultati del lavoro contadino (Abdalla 1977a, 1977b). Egli non vedeva alcuna contraddizione tra crescita, sviluppo, soddisfazione dei bisogni primari e fioritura culturale.

Al contrario, gran parte della letteratura critica di ecologia politica e del post-sviluppo è essenzialmente ostile allo sviluppo, alla modernità, all’industrializzazione e alle tecnologie sviluppate in Occidente. Sotto questo aspetto essa rappresenta l’immagine speculare della letteratura eco-modernista, che considera l’adozione di tecnologie provenienti dall’esterno del Terzo Mondo come una cosa positiva di per sé: qui, invece, l’adozione della tecnologia viene considerata quasi automaticamente un male. In realtà, entrambe sembrano condividere l’idea che le persone non siano in grado di compiere scelte sociali e razionali su quali tecnologie accettare o rifiutare e in che modo farlo; né che tali scelte possano evolvere man mano che si acquisisce maggiore conoscenza del mondo e delle tecnologie stesse; né, infine, che le facoltà della ragione e della creatività debbano essere applicate alle decisioni tecnologiche.

Queste linee di pensiero, in sintonia con una vasta critica araba che Abdallah aveva contribuito a far nascere - o addirittura a concepire - si cristallizzano nella sua affermazione secondo cui i popoli del Terzo Mondo dovevano «recuperare la propria creatività e capacità inventiva» e smettere di presumere che «l’ultima parola della tecnologia fosse già stata pronunciata» - con la Cina, allora come oggi, a rappresentare un esempio straordinario di tali prescrizioni tradotte in pianificazione dello sviluppo (Abdalla 1977a: 8).

Allo stesso modo, in uno studio sul cambiamento tecnologico e lo sviluppo, Souhail criticava sia coloro che enfatizzavano eccessivamente le tecnologie appropriate, sia chi accettava acriticamente il trasferimento tecnologico e ha espresso perplessità anche riguardo al concetto di tecnologie “combinate” per la sua mancanza di attenzione alla questione di classe. Egli sosteneva una concezione radicalmente diversa della tecnologia, posta al servizio di un percorso autonomo di industrializzazione sovrana e liberazione nazionale del Terzo Mondo, in particolare attraverso una combinazione di tecnologie cosiddette tradizionali e moderne - elemento centrale dell’esperienza di sviluppo cinese, che aveva profondamente influenzato il pensiero arabo sullo sviluppo (Ajl 2021, 2025a).

La sua posizione era favorevole alla modernità e alla scienza, pur prendendo consapevolmente le distanze dalle applicazioni ristrette, imperialiste, coloniali e capitaliste del metodo scientifico. Come scriveva, «La scienza, intesa come corpo di conoscenze dotato di un oggetto e di un metodo, non può essere ridotta all’applicazione limitata delle sue scoperte», sostenendo che l’accumulazione storica di conoscenze e risultati avrebbe potuto, «se utilizzata secondo un’altra razionalità… aprire ampie prospettive per il Terzo Mondo». Inoltre, affermava che la rielaborazione delle politiche scientifiche e tecnologiche e del loro ruolo nello sviluppo nazional-popolare non sarebbe avvenuta tramite una rottura millenaristica, né attraverso l’adozione delle stesse tecnologie utilizzate nel percorso occidentale di sviluppo, né mediante un antiquato ritorno al passato, ma partendo dalla condizione concreta del Terzo Mondo. Egli sosteneva che la sua «salvezza» non risiedesse in una «rottura», ma piuttosto nel modo in cui avrebbe «progettato il proprio processo di sviluppo», separandosi dall’Occidente e confrontandosi con una scienza «presa in prestito». Ciò implicava un passaggio verso una «originalità creativa», capace di accogliere «influenze esterne» senza esserne subordinata - raggiungendo l’autonomia attraverso lo sviluppo. Sarebbe stato proprio attraverso la riscoperta della propria identità da parte del mondo non-occidentale, mediante la decolonizzazione della scienza e la de-occidentalizzazione della tecnologia, che la scienza avrebbe potuto diventare realmente universale e realizzare pienamente il proprio potenziale. Sul piano programmatico, questo significava padroneggiare, organizzare e riorientare la tecnologia attraverso una «appropriazione sociale della tecnologia» orientata alle classi popolari, fondata sulla «volontà politica dell’atto collettivo di appropriazione sociale della tecnologia». Tutto ciò avrebbe infine richiesto una capacità nazionale di ricerca, sviluppo e ingegneria (Souhail 1985: 278–285). Correlativamente, questo metodo di appropriazione sociale della tecnologia richiedeva la costruzione di spazi nazionali per lo sviluppo e l'ingegneria - cioè l'industrializzazione nazionale e la capacità scientifica di sviluppo che inevitabilmente sarebbero andate in conflitto con gli interessi del centro capitalistico. Infine, Souhail sollevò la questione di una mobilitazione collettiva e di classe, necessaria per garantire che questo processo restasse popolare e nell’interesse delle classi popolari.

L’adozione dell'ingegneria e della scienza - senza ridurle alle loro storie intrecciate con il capitalismo occidentale - costituisce dunque un filo conduttore evidente, in netto contrasto con la corrente post-sviluppista (Dowidar 1973; ʻAlī 1983; Abdallah 1987). Un secondo aspetto, in linea con un’ampia parte della letteratura dell’Africa occidentale e della regione araba, era la spinta verso uno sviluppo specifico, su misura e appropriato, ancora una volta in netto contrasto con la quasi totale liquidazione di questa prospettiva da parte del post-sviluppo (Hountondji 1987). Inoltre, ciò non implicava il rifiuto delle tecnologie sviluppate in Occidente durante il suo processo di sviluppo violento e sfruttatore. La scienza era intesa come un patrimonio universale e la tecnologia come un'eredità condivisa.

3 Conclusione

Questo articolo ha esaminato una serie di controversie nei dibattiti contemporanei sulla questione ecologica, principalmente nel Nord, ma che, a causa del peso sproporzionato della produzione accademica del Nord, tendono a modellare gran parte della discussione anche nel Sud. Si è sostenuto che, sebbene sotto certi aspetti la decrescita e le correnti affini del post-sviluppo o dell’anti-sviluppo sembrino totalmente opposte all’eco-modernismo, in realtà presentano alcuni parallelismi: entrambe mancano di un confronto con il problema della sovranità statale del Terzo Mondo. Tendono a ignorare la storia del pensiero sviluppista emancipatorio del Terzo Mondo. E rifiutano di concettualizzare o di avere una prospettiva realistica sull’industrializzazione del Terzo Mondo. Inoltre, nessuna delle due correnti si impegna in una rigorosa analisi di classe, ed entrambe mancano di una prospettiva realistica sull’imperialismo. Di conseguenza, finiscono per funzionare come antagonisti speculari, che stanno l’una accanto all’altra senza affrontare la struttura complessiva delle relazioni di classe della periferia. Infine, entrambi mancano di una prospettiva seria sullo sviluppo nazionale-popolare della periferia, o addirittura di strumenti sufficienti per elaborarne i programmi.

Infatti, sebbene ciascuna prospettiva lasci intravedere la propria capacità universalistica, nessuna delle due riesce a offrire una prospettiva sufficientemente ampia per affrontare la vastissima gamma di problemi, che sono necessariamente specifici delle diverse formazioni sociali, ma non escludono la possibilità di un progetto universale condiviso. Al contrario, questo articolo ha rivisitato i lavori fondamentali del Sud su modernità, sviluppo, industrializzazione e tecnologia. Ha mostrato come i dibattiti più in vista e le loro radici principali nascondano alla vista un dibattito più antico che, radicato negli Stati, nelle istituzioni e nei movimenti della periferia, rispondeva più direttamente agli interessi delle loro classi popolari in città e in campagna. Essi sostenevano un approccio alla modernità e allo sviluppo su misura, elaborato in modo creativo e nazionale — per, in questo modo, spogliarli del loro provincialismo eurocentrico e cercare così di renderli — più — universali. Al contrario, questo articolo ha cercato di recuperare una serie di contributi fondamentali del Sud globale riguardanti la modernità, lo sviluppo, l'industrializzazione e la tecnologia. Ha mostrato come i dibattiti dominanti e le loro radici teoriche tendano a oscurare un dibattito più antico, radicato negli Stati, nelle istituzioni e nei movimenti della periferia, che si confrontava più direttamente con gli interessi delle classi popolari, sia urbane sia rurali. Esso sosteneva un approccio alla modernità e allo sviluppo costruito “su misura”, creativo e tarato sulle esigenze e condizioni nazionali, nel tentativo di liberarli dal loro provincialismo eurocentrico e di renderli, in questo modo, più universali.



Note del traduttore

[1] Raül Prebisch è stato un economista e uomo politico argentino, nato a Tucumán il 17 aprile 1901, morto a Santiago del Chile nel 1985. I suoi contributi riguardano il problema dell'industrializzazione della ''periferia'' economica mondiale, in particolare dei paesi dell'America latina, ponendo l'accento su quattro aspetti del sottosviluppo delle aree periferiche: il gap crescente nei livelli di reddito rispetto al centro; la disoccupazione persistente; il persistente deficit della bilancia dei pagamenti; la tendenza al deteriorarsi delle ragioni di scambio delle merci.

[2] CEPAL: sigla spagnola di Comisión Económica para América Latina y el Caribe. È l’agenzia ONU fondata nel 1948 che ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo del pensiero strutturalista latinoamericano (Prebisch, industrializzazione sostitutiva delle importazioni, critica dello scambio diseguale centro-periferia).

[3] IDEP: Istituto africano creato nel 1962 a Dakar sotto l’egida delle Nazioni Unite e legato alla UNECA. Fu un importante centro panafricano di formazione e ricerca su pianificazione economica, sviluppo autonomo, industrializzazione e sull’opposizione alla dipendenza verso il Nord globale nel periodo postcoloniale.

[4] Third World Forum: rete internazionale di studiosi e militanti fondata nel 1975 da Samir Amin a Dakar. Riuniva intellettuali dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina interessati a temi come dipendenza, imperialismo, sviluppo autonomo, delinking e cooperazione Sud-Sud. Fu uno dei principali luoghi di elaborazione teorica del marxismo del Terzo Mondo e dell’economia politica anti-imperialista.

[5] Space Communism (comunismo spaziale): è un ipotetico futuro in cui la robotica avanzata e le economie post-scarsità rendono il lavoro obsoleto, eliminano la scarsità materiale e mettono fine a tutte le disuguaglianze sociali e le gerarchie di genere. 

[6] Il delinking (sganciamento) è un concetto socio-economico e politico, reso celebre dall'economista Samir Amin, che indica la strategia attraverso cui i Paesi in via di sviluppo (il Sud globale) cercano di sottrarsi al dominio del mercato capitalistico globale per riorientare la produzione verso i bisogni interni.

[7] Nel contesto dell'ingegneria e del project management, il PDRI (Project Definition Rating Index) è una metodologia standardizzata sviluppata dal Construction Industry Institute (CII). Serve a quantificare e valutare il livello di definizione dello scopo di un'opera prima dell'inizio della fase esecutiva e di progettazione dettagliata.



Ringraziamenti

Si ringraziano Zeyad el Nabolsy per i commenti.

Bibliografia

Abdalla, I. S. 1977a, Development and the International Order Selected Papers (No. 1210), Institute for National Planning.

Abdalla, I.-S. 1977b, Development Planning Reconsidered, in "Surveys for Development", a cura di J. Nossin, Elsevier, Amsterdam, pp. 151-165

Abdallah, I.-S. 1987, Al-tanmīyya al-mustaqila: Muḥāwala litaḥdīd mafhūm mujahal [Independent Development: An Attempt to Define an Unknown Concept], in "Al-tanmīyya al-mustaqila fī al-waṭan al-‘arabī [Independent Development in the Arab Nation]", a cura di N. Fergany, Center for Arab Unity Studies, pp. 25-56.

Acosta, A. 2013, Extractivism and Neoextractivism: Two Sides of the Same Curse, Beyond Development: Alternative Visions from Latin America 1, pp. 61-86.

Ahmed, A. S. 1981, Nord-Sud: Les enjeux: théorie et pratique du nouvel ordre économique international, Publisud, Parigi.

Ajl, M. 2019, Auto-Centered Development and Indigenous Technics: Slaheddine el-Amami and Tunisian Delinking, Journal of Peasant Studies 46 (6), pp. 1240-1263.

Ajl, M. 2021, Delinking’s Ecological Turn: The Hidden Legacy of Samir Amin, Review of African Political Economy 48 (167), pp. 82-101.

Ajl, M. 2023, Theories of Political Ecology: Monopoly Capital Against People and the Planet, Agrarian South: Journal of Political Economy 12 (1), pp. 12-50.

Ajl, M. 2024a, Palestine’s Great Flood: Part I, Agrarian South: Journal of Political Economy 13 (1), pp. 62-88.

Ajl, M. 2024b, Palestine’s Great Flood: Part II, Agrarian South: Journal of Political Economy 13 (2), pp. 187-217.

Ajl, M. 2024c. Dismantling Green Colonialism: Stages of a Just Transition? ROAPE.

Ajl, M. 2025a, Genealogies of Auto-Centered Development: The Afterlives of China in Arab Developmental Thought, in "Anti-Colonial Thought", a cura di A. Al-Hardan e J. Go, Cambridge University Press, Cambridge.

Ajl, M. 2025b, Liberation, Ecology, and Industrialization in the Thought of Ismail-Sabri Abdallah, Agrarian South: Journal of Political Economy 14 (1), pp. 139-167.

ʻAlī, M. Ḥasan, 1983. Shurakāʼ fī tashwīh al-tanmiyah..., Dār al-Ṭalīʻah, Beirut.

Amin, S. 1977. Unequal Development: An Essay on the Social Formations of Peripheral Capitalism, Monthly Review Press, New York.

Amin, S. 1989, Eurocentrism, NYU Press, New York.

Brand, U., K. Dietz e M. Lang, 2016. Neo-Extractivism in Latin America: One Side of a New Phase of Global Capitalist Dynamics, Ciencia Política 11 (21), pp. 125-159.

Declaration. 1974, Declaration by UNCTAD/UNEP Expert Seminar. Development Dialogue 2 (2), Mexico, Cocoyoc, pp. 88-96.

Deere, C. D. 1976, Rural Women’s Subsistence Production in the Capitalist Periphery, Review of Radical Political Economics 8 (1), pp. 9-17.

Doutaghi, H. 2024, Wealth Drain and Value Transfer, Carleton University, Ottawa.

Dowidar, M. 1973, The Import Substitution Pattern in the Context of Trade and Development, IDEP, Dakar.

Dunaway, W. A. 2013, Conceptualizing Women’s Subsidies to Commodity Chains, in "Gendered Commodity Chains", a cura di W. A. Dunaway, Stanford University Press, Stanford, pp. 55-71.

Emmanuel, A. 1972, Unequal Exchange: A Study of the Imperialism of Trade, Monthly Review Press, New York.

Escobar, A. 1995. Encountering Development: The Making and Unmaking of the Third World. Princeton: Princeton University Press.

Escobar, A. 1996, Constructing Nature: Elements for a Poststructural Political Ecology, in "Liberation Ecologies", a cura di R. Peet e M. Watts, Routledge, Londra, pp. 46-68.

Escobar, A. 2020, Territories of Difference: Place, Movements, Life, Duke University Press, Durham, Redes.

Estes, N. 2019, Our History Is the Future, Verso, Londra.

Frame, M. L. 2022, Ecological Imperialism, Development, and the Capitalist World-System: Cases from Africa and Asia, Taylor and Francis.

García Molinero, A. Pedregal. 2024, Socio-ecological Dimensions of Tricontinental (1967–1971): A Sovereign Social Metabolism for the Third World, Agrarian South: Journal of Political Economy.

Gill, B. S. 2021, A World in Reverse: The Political Ecology of Racial Capitalism, Politics.

Gill, B. 2024, The Political Ecology of Colonial Capitalism: Race, Nature, and Accumulation, in "The Political Ecology of Colonial Capitalism", Manchester University Press.

Heron, K. 2022, The Great Unfettering, Sidecar.

Hickel, J., et al. 2024, Unequal Exchange of Labour in the World EconomyNature Communications 15 (1), p. 6298.

Hinkelammert, F. J. (With Princeton Theological Seminary Library), 2005, Hacia una economía para la vidaAsociación Departamento Ecuménico de Investigaciones, San José, Costa Rica.

Hountondji, P. J. 1987, On the Universality of Science and Technology, in "Technik und sozialer Wandel: Verhandlungen des 23. Deutschen Soziologentages in Hamburg 1986", a cura di B. Lutz, Campus Verl pp. 382-389.

Huber, M. T. 2019, Ecological Politics for the Working Class, Catalyst: A Journal of Theory and Strategy 3 (1).

Huber, M. T. 2022, Climate Change as Class War: Building Socialism on a Warming Planet. Verso Books.

Huber, 2025. Of, By, and for the Left. Damage.

Jha, P. , P. Yeros e W. Chambati, 2020, The Quest for Epistemic Sovereignty in the South, in "Rethinking the Social Sciences with Sam Moyo", a cura di P. Jha , P. Yeros e W. Chambati, Tulika Books, pp. 1-26.

LaVenia Jr., P. A. e L. A. Busk. 2024, Degrowth or Class Struggle? A Critique of Matthew Huber’s Climate Change as Class War, in "Capitalism Nature Socialism" 35 (4), pp. 40-61.

Leff, E. 1994, Ecología Y Capital: Racionalidad Ambiental, Democracia Participativa Y Desarrollo Sustentable. Siglo XXI.

Lemos, M. H. 2025, Open Veins: Drain from Latin America through Ecologically Unequal Exchange, SMAIAS-ASN Summer School 2025, Harare, Zimbabwe.

Levien, M. 2023, White Energy Workers of the North, Unite? A Review of Huber’s Climate Change as Class War, Historical Materialism.

Maher, S., e J. K. McEvoy. 2023, Between De-Growth and Eco-Modernism: Theorizing a Green Transition, Critical Sociology 49 (7–8), pp. 1323-1330.

Marini, R. M. 1973, Dialéctica de la dependencia, Ediciones Era.

Martinho, T. D. 2023, Amílcar Cabral: Agriculture, Technology and Colonialism, in "Portuguese Philosophy of Technology", 43, a cura di H. M. Jerónimo, Springer, pp. 89-108.

Matar, L. e A. Kadri. 2018, Syria: From National Independence to Proxy War, Springer.

Mora, A. e G. Peinado. 2021, Las ideas sobre el desarrollo en el pensamiento ambientalista latinoamericano, Historia Ambiental Latinoamericana y Caribeña (HALAC) 11 (1), pp. 253-275.

Moyo, S. 2011, Three Decades of Agrarian Reform in ZimbabweJournal of Peasant Studies 38 (3), pp. 493-531.

Moyo, S., et al. 2013, The Classical Agrarian Question: Myth, Reality and Relevance Today, Agrarian South: Journal of Political Economy 2 (1).

Mullin, C. 2023, The ‘War on Terror’ as Primitive Accumulation in Tunisia: US-Led Imperialism and the Post-2010-2011 Revolt/Security Conjuncture, Middle East Critique 32 (2), pp. 167-193,

Nabolsy, Z. 2019, Amílcar Cabral’s Modernist Philosophy of Culture and Cultural LiberationJournal of African Cultural Studies 32 (2), pp. 1-20.

Nemchenok, V. V. 2013, A Dialogue of Power: Development, Global Civil Society, and the Third World Challenge to International Order, 1969–1981, University of Virginia.

Nott, L. 2025a, Can the Philosopher Change the World? the Enduring Relevance of Anticolonial Marxism in an Era of Decoloniality, Antipode. anti.70079.

Nott, L. 2025b, Internationalism with national-popular Characteristics: The Politics of Food and Sovereignty in the Afro-Asian Peoples’ Solidarity Organization, SMAIAS-ASN Summer School 2025, Harare, Zimbabwe.

Ossome, L. e S. Naidu. 2021, The Agrarian Question of Gendered Labour, in "Labour Questions in the Global South, a cura di P. Jha , W. Chambati e L. Ossome, Springer, Berlin Heidelberg, pp. 6386.

Patnaik, P. 2025, The Free Trade Argument and Development Strategy, Agrarian South: Journal of Political Economy 14 (1), pp. 14-25.

Patnaik, U. e P. Patnaik. 2021, Capital and Imperialism: Theory, History, and the Present, Monthly Review Press.

Peet, R., and E. Hartwick. 2015, Theories of Development, Third Edition: Contentions, Arguments, Alternatives, Guilford Publications.

Perry, K. K. 2025, Unsettling the Plantation “Babylon” System: Humanness Beyond Disaster, Reparative Ecologies and Caribbean Freedom, The CLR James Journal.

Prasad, A. 2019, Towards a Conception of Socially Useful Nature, Economic and Political Weekly 54 (37), p. 41.

Prasad, A. 2020, Ecological Crisis, Global Capital and the Reinvention of Nature, in "Rethinking the Social Sciences with Sam Moyo", a cura di P. Jha, P. Yeros e W. Chambati, Tulika Books, 180-197.

Prasad, A. 2026, Metabolic Rifts’ and Contemporary Agrarian Transitions Some Notes on the Current Debate, in "Land, Labour, and Agriculture in the Global South", a cura di M. Kumar.

Rignall, K. E. 2021, An Elusive Common: Land, Politics, and Agrarian Rurality in a Moroccan Oasis, Cornell University Press.

Souhail, M. 1985, Quelles technologies pour le tiers-monde? Pour quel développement ?Les Editions Maghrébines.

Svampa, M. 2012, Resource Extractivism and Alternatives: Latin American Perspectives on Development, Journal Fur Entwicklungspolitik 28 (3), pp. 43-73.

Svampa, M. 2015, Commodities Consensus: Neoextractivism and Enclosure of the Commons in Latin America, South Atlantic Quarterly 114 (1), pp. 65-82.

Svampa, M. 2019, Neo-Extractivism in Latin America: Socio-Environmental Conflicts, the Territorial Turn, and New Political Narratives, Cambridge University Press.

Tilley, L. 2024, Horizons of Liberation: Materialism, Ecology, and the Colonial Question, Interventions, pp. 1-19.

Tilley, L. e M. Ajl. 2023, Eco-Socialism will be Anti-eugenic or it will be Nothing: Towards Equal Exchange and the End of Population, Politics 43 (2), pp. 201-218,

Tornel, C. e A. Dunlap. 2025, Towards a Pluriverse of Transitions: An Editorial Introduction to Anti-colonial and Insurrectional Energy Transformations, Human Geography 18 (2), pp. 129-145.

Yeros, P. 2023, Generalized Semiproletarianization in Africa, The Indian Economic Journal 71 (1), pp. 162-186.

 

Max Ajl

Traduzione a cura di Andrea Bulgarelli

Fonte: Brill -Journal of Labor and Society 09.12.2025