Fonte: Climate&Capitalism - 29.04.2026

La corsa ai minerali per l’"energia verde" danneggia le persone più vulnerabili del mondo. Le attività minerarie trasferiscono il danno ambientale dalle comunità più ricche a quelle più povere.





L'estrazione di minerali critici come il litio e il cobalto alimenta la transizione verso l'energia “verde” e quella digitale, essenziali per il raggiungimento degli obiettivi climatici. Tuttavia, un nuovo rapporto dell'United Nations University Institute for Water, Environment and Health (UNU-INWEH) [Istituto per l'acqua, l'ambiente e la salute dell'Università delle Nazioni Unite], avverte che lo sviluppo delle tecnologie che rendono possibile un futuro sostenibile sta generando gravi crisi ambientali e sanitarie, spesso nascoste, che il mondo non riesce a monitorare né ad affrontare.

Dall'indagine emerge che alcune carenze sistemiche a livello globale stanno facendo sì che i costi dell'estrazione dei minerali critici ricadano in modo sproporzionato su alcune delle comunità più vulnerabili del mondo, mentre i benefici si accumulano altrove sotto forma di veicoli elettrici (EV), sistemi di energia rinnovabile e infrastrutture di intelligenza artificiale.

Il rapporto non mette in discussione la necessità di sistemi di energia pulita o delle infrastrutture digitali che li sostengono. Si domanda, invece, chi sta pagando e chi sta beneficiando del progresso dell’umanità in questi settori, e trova una risposta profondamente ingiusta.

«Le innovazioni tecnologiche sono necessarie e utili. Ma dovremmo essere consapevoli delle loro conseguenze indesiderate, e affrontarle in modo proattivo se vogliamo che il mondo intero ne tragga uguale beneficio», afferma Kaveh Madani dell'UNU, che ha guidato il team di ricerca. «Non si può definire verde, sostenibile e giusta una transizione, se ci si limita a spostare il danno ambientale dai ricchi ai poveri e da un gruppo di persone o da una regione all'altra».

Il rapporto, Critical Minerals, Water Insecurity and Injustice [Minerali critici, insicurezza idrica e ingiustizia], sottolinea l’elevato fabbisogno idrico legato all’estrazione dei minerali critici e il fatto che le comunità che vivono nelle immediate vicinanze delle attività minerarie stiano pagando un prezzo molto alto in termini di contaminazione dell’acqua, scarsità idrica, perdita dei mezzi di sussistenza e gravi conseguenze per la salute.

Nel 2024, secondo il rapporto, la produzione globale di litio, pari a circa 240.000 tonnellate, ha consumato circa 456 miliardi di litri d’acqua, equivalenti al fabbisogno idrico domestico annuale di 62 milioni di persone nell’Africa subsahariana, all’incirca la popolazione della Tanzania. Nel Salar de Atacama, in Cile, l'estrazione del litio da sola rappresenta fino al 65% del consumo idrico regionale, intensificando la competizione con l'agricoltura e il fabbisogno domestico e causando un drastico esaurimento delle falde acquifere. Tra il 1990 e il 2015, le falde acquifere nelle aree con pozzi di salamoia sono scese fino a nove metri. L'estrazione del litio nella regione di Uyuni, in Bolivia, sta rendendo sempre più difficile per le comunità coltivare la quinoa, loro alimento base sia dal punto di vista economico che nutrizionale.

A livello globale, circa un sesto (16%) delle riserve di minerali critici si trova in regioni ad alto stress idrico, mentre il 54% dei minerali per la transizione energetica si trova all'interno o in prossimità di territori indigeni.

Il danno ambientale va ben oltre il consumo idrico. Per ogni tonnellata di minerali delle terre rare - difficili da estrarre - prodotta, vengono generate circa 2.000 tonnellate di rifiuti tossici. Nel 2024, la produzione globale di terre rare ha generato circa 707 milioni di tonnellate di rifiuti tossici, sufficienti a riempire circa 59 milioni di camion della spazzatura – un numero di camion che, messi in fila, potrebbero fare il giro dell’equatore 13 volte.


Il petrolio del XXI secolo

L'Accordo di Parigi assegna urgenza all'estrazione di minerali critici per ridurre l'intensità di carbonio delle attività umane. Tuttavia, ciò crea un nuovo “paradosso”: il raggiungimento degli obiettivi climatici globali richiederebbe un aumento di nove volte della domanda di litio e un raddoppio della domanda di cobalto e nichel entro il 2040.

«Senza efficaci meccanismi di controllo, proprio gli obiettivi pensati per proteggere il pianeta possono accelerare le crisi idriche, sanitarie e di ingiustizia nelle comunità meno responsabili del cambiamento climatico», afferma il Prof. Madani, recentemente nominato vincitore dello Stockholm Water Prize per il 2026. «Il mondo si affretta a costruire un futuro energetico più pulito, e noi sosteniamo questa urgenza. Ma la nostra indagine dimostra che le operazioni minerarie che alimentano questa transizione stanno contaminando l’acqua potabile, distruggendo i mezzi di sussistenza agricoli ed esponendo i bambini a metalli pesanti tossici in alcune delle comunità più vulnerabili del mondo».

Si prevede che la domanda di grafite e di altri minerali essenziali per la transizione energetica e digitale aumenterà di quattro o cinque volte entro il 2050.

Definendo i minerali critici come il «petrolio del XXI secolo», il rapporto traccia un parallelo che fa riflettere con l’era dei combustibili fossili, sottolineando che in passato, i benefici dell’estrazione delle risorse raramente hanno raggiunto le comunità che ne hanno sostenuto i costi. Senza un intervento politico mirato, avverte, la transizione energetica rischia di ripetere quello schema, creando nuove «zone di sacrificio» in regioni ricche di minerali ma economicamente emarginate.


L'onere sanitario ricade maggiormente su donne e bambini

La contaminazione idrica legata all'attività mineraria sta creando gravi emergenze di salute pubblica. Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), uno dei principali produttori di cobalto, il 72% delle persone che vivono vicino ai siti minerari ha riportato malattie della pelle e il 56% delle donne e delle ragazze ha riportato problemi ginecologici.

I tassi di malformazioni congenite nei reparti di maternità, in prossimità delle aree minerarie della RDC, sono nettamente più elevati rispetto a quelli più lontani, compresi i difetti del tubo neurale (che possono portare a gravi malformazioni cerebrali e spinali nei neonati) con un tasso di 10,9 per 10.000 nascite, e difetti agli arti inferiori con un tasso di 8,8 per 10.000 nascite.

È documentato anche il costo psicosociale. I residenti delle comunità minerarie di Calama, in Cile, e di Mibanze, nella Repubblica Democratica del Congo, descrivono una vita caratterizzata da paura e ansia costanti e dalla sensazione di essere “sacrificati” affinché le regioni più ricche possano progredire. Gli studi collegano l’insicurezza idrica e l’esposizione cronica all’inquinamento a tassi elevati di ansia, di depressione e, in casi estremi, di suicidio.

Circa il 30% dei siti minerari nella Repubblica Democratica del Congo impiega bambini, che in genere non godono delle protezioni di base in materia di salute e sicurezza. Oltre l’80% della produzione mineraria nella Repubblica Democratica del Congo è controllata da proprietà minerarie straniere, il che limita i benefici economici per la popolazione locale. Nonostante le vaste ricchezze minerarie del Paese, oltre il 70% della popolazione vive con meno di 2,15 dollari al giorno.

«La transizione verso l'energia verde è una delle imprese più importanti del nostro tempo. Ma le prove che abbiamo raccolto mostrano che le comunità che scavano, respirano la polvere e perdono l'accesso all'acqua pulita, sono in gran parte escluse dai suoi benefici», afferma il dottor Abraham Nunbogu, scienziato dell'UNU-INWEH e autore principale del rapporto. «Se non correggiamo le carenze di governance che stanno alla base di tutto questo, avremo costruito l’economia dell’energia pulita del futuro sulle stesse ingiustizie estrattive dell’economia dei combustibili fossili del passato».


È necessaria un'azione politica urgente

Il rapporto chiede un cambiamento radicale nel modo in cui la comunità globale gestisce le catene di approvvigionamento dei minerali critici. Il rapporto sottolinea che tali questioni incidono direttamente sui progressi verso il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite: 6 (acqua pulita e servizi igienico-sanitari), 3 (buona salute e benessere), 1 (nessuna povertà), 7 (energia pulita e accessibile) e 10 (riduzione delle disuguaglianze).

«Questa indagine rigorosa e basata su dati concreti, condotta dagli scienziati dell’UNU, espone un problema che il mondo deve affrontare con urgenza», afferma il prof. Tshilidzi Marwala, Sottosegretario generale delle Nazioni Unite e Rettore dell’Università delle Nazioni Unite. «Una transizione che aggrava la povertà, compromette l’accesso all’acqua potabile e concentra i problemi sanitari sulle comunità più emarginate del mondo, non è una transizione verso gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. È un passo che ci allontana da essi. Non possiamo rinunciare alla transizione digitale, ma dobbiamo realizzarla nel modo giusto».

Attingendo ad analisi empiriche, studi scientifici e prove sul campo provenienti dal Triangolo del Litio, dalla Repubblica Democratica del Congo e da altre regioni ad alto rischio di estrazione, il rapporto presenta quella che gli autori descrivono come una delle ingiustizie più trascurate della transizione globale verso la sostenibilità.

È importante sottolineare che il rapporto chiarisce che non si tratta esclusivamente di un problema che riguarda regioni lontane o in via di sviluppo. La miniera di litio di Thacker Pass in Nevada, il più grande giacimento di litio conosciuto negli Stati Uniti, richiede fino a 3,5 miliardi di litri d’acqua all’anno, in gran parte sottratti alle comunità agricole della Quinn River Valley.

In Canada, il disastro avvenuto nel 2014 nella miniera di rame e oro di Mount Polley, nella Columbia Britannica, ha provocato il riversamento di circa 25 milioni di metri cubi di rifiuti tossici in fiumi e laghi, contaminando le fonti di acqua potabile e devastando le comunità indigene. Il rapporto lo definisce uno dei peggiori disastri ambientali legati all’attività mineraria in Canada.

«L'insicurezza idrica non è un effetto collaterale dell'estrazione di minerali critici, ma è una conseguenza sistemica di come la catena di approvvigionamento globale è attualmente progettata e governata», afferma il professor Madani. «Senza standard internazionali vincolanti, divulgazione obbligatoria, e una vera e propria cogestione da parte delle comunità, l'impennata della domanda prevista per i prossimi decenni peggiorerà drasticamente la situazione attuale».

Il rapporto sostiene che, in assenza di norme globali vincolanti, l’attuale sistema continuerà a esternalizzare i costi ambientali e sanitari.

Tra le raccomandazioni chiave figurano:

·    Standard internazionali obbligatori di due diligence [1] per sostituire l'adesione volontaria con meccanismi giuridicamente vincolanti per l’approvvigionamento etico e la giustizia ambientale.

·    Controlli rigorosi sull'inquinamento e sulle acque reflue, compresi sistemi a scarico zero, e monitoraggio indipendente dell'utilizzo idrico e della contaminazione da metalli pesanti.

·        Investimenti per soluzioni a economia circolare - tra cui il riciclaggio avanzato di batterie, dispositivi elettronici e componenti per le energie rinnovabili - per ridurre la pressione sull'estrazione primaria.

·        Accordi di condivisione dei benefici previsti dalla legge che destinino alle comunità interessate una quota equa dei proventi minerari per servizi sanitari, idrici ed educativi.

·        Riconoscimento giuridico del consenso libero, preventivo e informato (FPIC) per le comunità indigene le cui terre sono interessate dall’estrazione

·    Sistemi sanitari pubblici stabili, e valutazioni d’impatto sulla salute obbligatorie nelle regioni minerarie, con l’obbligo per le aziende di contribuire finanziariamente.

·        Investimenti in tecnologie di estrazione a basso consumo idrico, come l’estrazione diretta del litio (DLE), per ridurre il consumo di acqua dolce.

«I dati raccolti per questo rapporto presentano un quadro drammatico, documentando gravi conseguenze per la salute e l'ambiente in comunità che probabilmente non possiederanno mai un veicolo elettrico né beneficeranno delle tecnologie per la cui realizzazione le loro terre vengono distrutte, nel prossimo futuro», afferma il dottor Nunbogu. «Questi costi occultati della transizione energetica rimangono in gran parte invisibili alle autorità di regolamentazione e al pubblico, perché i dati affidabili e accessibili a tutti sull'uso dell'acqua e sull'inquinamento in specifici siti minerari rimangono insufficenti. «Senza dati accessibili e verificabili, non possiamo garantire la trasparenza delle catene di approvvigionamento né assicurare che la transizione avvenga in modo equo. Non si tratta di un fallimento tecnico, ma di un fallimento di governance».


(Questo post include contenuti forniti dall’United Nations University)


[1] N.d.T. Gli standard di due diligence sono processi investigativi e di valutazione volti ad analizzare la solidità, i rischi e le opportunità di un'azienda o di una transazione. Al fine di assicurare trasparenza e conformità in vista di fusioni, acquisizioni, investimenti o per il rispetto delle normative ambientali e di condotta responsabile.


Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org

Fonte: Climate&Capitalism 29.04.2026


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