Fonte: Climate&Capitalism - 06.12.2025

Il summit di Belém si è rivelato l'ennesima messinscena del capitale: una facciata di promesse per nascondere l'assenza totale di interventi concreti.





È calato il sipario sulla COP30 di Belém, lasciando scoperte le reali dimensioni di un fallimento ormai evidente e impossibile da ignorare: il mondo viaggia ormai verso un riscaldamento globale di dimensioni catastrofiche, tra il crollo degli ecosistemi e l'annientamento di milioni di persone nel Sud globale, una tragedia che non appartiene al futuro, ma alla cronaca di oggi. Mentre si è già oltre la soglia limite di 1,5°C, i leader mondiali si sono incontrati in Amazzonia per chiudere la partita con una manciata di impegni di facciata. Restano così sul tavolo, del tutto inevasi, i nodi centrali della crisi: mancano tagli vincolanti alle emissioni, piani concreti per l’abbandono dei combustibili fossili e finanziamenti concreti per l’adattamento. Ma soprattutto, manca una chiara assunzione di responsabilità per la distruzione già in corso.

Il divario tra le politiche climatiche internazionali e la realtà vissuta di un mondo in surriscaldamento non è mai stato così profondo. A Belém, quel solco è diventato un baratro.

Il mondo si dirige verso un riscaldamento di circa 2,8°C entro la fine del secolo, uno scenario incompatibile con la dignità umana e, per molti, con la vita stessa. L’innalzamento dei mari, le ondate di calore, la siccità e le alluvioni stanno erodendo la sicurezza alimentare, sradicando intere comunità e spingendo le disuguaglianze a livelli storici. Mentre i costi economici dei disastri climatici salgono alle stelle, il prezzo sociale e umano resta incommensurabile: vite spezzate, mezzi di sussistenza distrutti ed ecosistemi danneggiati in modo irreversibile.

Queste crisi si inaspriscono in un mondo plasmato dall'austerità neoliberista e dalla trappola del debito. I paesi travolti dagli shock climatici sono costretti a tagliare la spesa sociale, privatizzare i beni comuni e cedere sovranità ai creditori. Mentre i governi continuano a dirottare miliardi verso spese militari, sussidi ai combustibili fossili e incentivi verso le grandi aziende, questa economia politica è un motore a doppia spinta: alimenta il surriscaldamento del pianeta tanto quanto il conflitto bellico.


La crescente irrilevanza della COP

La COP30 non ha prodotto né meccanismi di attuazione, né scadenze certe, né percorsi definiti per restare entro la soglia dei 1,5°C. È mancato persino l'impegno per il phase-out (l’eliminazione) dei combustibili fossili: sotto la pressione delle nazioni petrolifere, ogni obbligo vincolante è stato rimpiazzato da tabelle di marcia puramente volontarie. Il summit ha invece offerto una ribalta privilegiata a colossi aziendali, operatori dei mercati del carbonio e lobby minerarie, pronti a ricorrere al greenwashing per coprire la realtà dei loro progetti estrattivisti.

Ciò che abbiamo di fronte, e che molti scienziati faticano a riconoscere, è che la crisi climatica è inscindibile dalla logica del capitalismo. Le cosiddette 'transizioni verdi' non fanno che aprire nuovi spazi di profitto, restando ancorate al medesimo sistema di accumulazione globale. L'espansione delle rinnovabili, infatti, non sta sostituendo i combustibili fossili, ma si sta semplicemente aggiungendo ad un consumo energetico complessivo in crescita, anziché guidare verso una transizione autentica.

I vertici sul clima si sono trasformati in una mera operazione di facciata, uno specchietto per le allodole a beneficio del capitale: offrono una parvenza d'azione mentre garantiscono la sopravvivenza dei fondamentali rapporti di sfruttamento. Per i lavoratori e le popolazioni già travolte dal collasso del clima, è indiscutibile: le COP li hanno abbandonati al loro destino.


La "rapina” della Giusta Transizione

La COP30 ha varato il Belem Action Mechanism for a Global Just Transition (BAM), un nuovo assetto istituzionale sotto l'egida dell'UNFCCC [Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici] nata per superare la frammentazione degli sforzi verso una transizione giusta. Tuttavia, sindacati e lavoratori non dovrebbero farsi illusioni: il meccanismo è privo di finanziamenti e di piani concreti per tutelare chi è colpito dai processi di decarbonizzazione. Senza risorse per una reindustrializzazione che rispetti la natura, i lavoratori e le fasce più vulnerabili saranno semplicemente lasciati al loro destino. Nelle dichiarazioni della COP le parole costano poco; la realtà, invece, non fa sconti.


Perché i movimenti di massa contano (mentre le istituzioni no)

Se la COP30 non è in grado di garantire né la decarbonizzazione né la protezione sociale, allora la speranza deve risiedere nei movimenti di massa: lavoratori, contadini, popolazioni indigene, donne, giovani e poveri delle realtà urbane. Senza un movimento globale radicato nelle realtà nazionali, i passi necessari per affrontare la crisi climatica non saranno mai compiuti. Tuttavia, un tale movimento non potrà mai nascere se non saprà rispondere ai bisogni immediati delle classi lavoratrici e degli ultimi. La lotta per il clima e la giustizia ecologica deve quindi partire dalla lotta per la vita stessa: per l'acqua pulita, alloggi dignitosi, lavoro, cibo e protezione dai disastri ambientali.

Il negazionismo climatico delle destre strumentalizza la disperazione sociale per scavare un solco tra le classi popolari e l’ecologismo, dipingendo le politiche ambientali come una minaccia alla sussistenza dei lavoratori, anziché come l'unica via per la sopravvivenza. Per ottenere il consenso della maggioranza, il nostro movimento deve saper fondere la trasformazione ecologica con la giustizia sociale. Dobbiamo esigere che ricchezza e potere siano sottratti al controllo dei miliardari, dei colossi del tech e di quelle élite dirigenti che continuano a saccheggiare il pianeta in nome del profitto.


Brian Ashley

Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org

Fonte: Climate&Capitalism 06.12.2025


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