Mesi fa è stato pubblicato su questo sito un articolo: I movimenti popolari globali stanno guidando la lotta per la difesa del nostro pianeta, dove Ian Rappel intervista Ashley Dawson, l'autore del libro, Environmentalism from Below (Ambientalismo dal basso). L'intervista offre la possibilità di annotare una serie importante di puntualizzazioni (ovviamente dal punto di vista dello scrivente).
Correttamente occorrerebbe leggere il libro, cosa che non ho potuto fare. Tuttavia, le risposte dell’autore consentono di cogliere un approccio che oggi va per la maggiore tra i critici del “Sistema”, ma che presenta, credo, delle pericolose criticità.
Il tema è quello fondamentale della trasformazione. Una trasformazione che giunge in un momento particolare della storia dell'umanità: l'uscita concreta dalle condizioni dell'Olocene che rende la crisi che stiamo vivendo diversa da tutte quelle che l'hanno preceduta. Dawson si esprime piuttosto chiaramente: «Guardando al futuro, tutte le certezze politiche a cui ci siamo abituati – gli Stati nazione, i confini nazionali e le megalopoli del mondo – stanno per essere buttate all'aria, probabilmente nel corso della nostra vita, ma certamente entro il 2100».
Così emerge la domanda decisiva: quali forze – pur all'interno di una condizione ormai irreversibile – possono prefigurare l'attuazione di quelle forme di vita che realizzino l'aspirazione universale dei popoli (pace con l'ambiente e giustizia tra gli umani)? L'autore di Environmentalism from Below ripropone, declinato in chiave ambientalista, un modello classico della sinistra attuale: come recita il titolo del libro: "l'ambientalismo dal basso".
La prima tesi è che l'ambientalismo dall'alto risulterebbe semplicemente disastroso, e già l'attualità sta lì a dimostrarlo. Molto spazio viene dedicato alla presentazione di leggi e procedure ambientaliste statali o comunitarie attuate con effetti disastrosi proprio perché gestite dall'alto. Gli esempi che l'autore presenta sono significativi e riguardano sia casi come quelli avvenuti in Paesi come l'India o il Sudafrica, sia applicazioni incerte, se non addirittura fallimentari, in Paesi del primo mondo. Anche certe proposte prefigurate da autentici democratici, come Sanders negli Usa e Corbin in UK, hanno mostrato l'incapacità di affrontare i problemi ambientali in modo sistemico. A maggior ragione si può pensare che le nuove tendenze politiche dell'internazionale reazionaria, in fase di costituzione, portino a cassare in modo definitivo, o almeno per un lungo periodo, qualsiasi politica ambientale.
Dunque, secondo Dawson, non rimane che tentare di sviluppare il contraltare, cioè l'ambientalismo dal basso. I riferimenti proposti non sono le pur significative associazioni come le ONG o i marchi storici come il WWF, Greenpeace o altri gruppi con finalità simili, perché l'autore del libro vi scorge forme di cooptazione da parte delle istituzioni ufficiali che finiscono per condizionare la loro azione. Inoltre, queste associazioni non possono essere un punto di riferimento perchè operano mediante volontari con donazioni di privati secondo il principio della delega. Perciò egli individua la risposta necessaria nella «mobilitazione di massa di persone che vogliono difendere i beni ambientali da cui dipendono»; praticamente la grande maggioranza dei popoli della Terra. L'autore, partecipando alla "Conferenza mondiale dei popoli sui cambiamenti climatici e i diritti della madre Terra" che è avvenuta a Cochabamba, in Bolivia, nel 2010, ha ricevuto un'ispirazione importante per la scrittura di Environmentalism from Below. Come è noto "La Via Campesina", l'organizzatrice della conferenza, è una associazione basata sulla solidarietà tra piccoli e medi agricoltori del Nord e del Sud del mondo, con lo scopo di realizzare la sovranità alimentare di tutti i popoli e di frenare la distruttività dell'agricoltura intensiva neoliberista.
È chiaro che posto in questi termini il discorso appare logico e sensato, ma a ben vedere c'è qualcosa che non torna. Lo schema impiegato da Dawson è:
l'ambientalismo dal basso è olistico
l'ambientalismo dall'alto è riduzionistico (o particolaristico)
Il criterio "olistico" considera un sistema tenendo conto delle interazioni tra le sue parti e del contesto più ampio in cui è inserito. Cerca di comprendere il "tutto" come qualcosa di più della semplice somma delle sue parti.
Il criterio "riduzionistico", al contrario, cerca di spiegare un sistema complesso scomponendolo nelle sue parti più semplici e studiandole separatamente. Si concentra sui dettagli specifici e cerca di ridurre la complessità a meccanismi più elementari.
Come giustamente osserva Dawson, (cercare di) rimettere ordine nel mondo dopo i guasti di secoli di capitalismo e, nell'ultima fase, del neoliberismo richiede assolutamente un atteggiamento olistico perché le cause del fenomeno, così drammatico dell'uscita dall'Olocene, nascono esattamente proprio dalle pratiche riduzioniste con cui le istituzioni politiche e economiche moderne leggono la realtà.
Ora, però, nasce un problema. I movimenti dal basso non sono in grado di avere una visione olistica. Possono tutt'al più comprendere che per rimettere ordine nel mondo occorra avere una visione olistica. Però, sapere che occorre fare una cosa non significa avere le capacità di farla e, soprattutto, di sapere come farla. Sono due condizioni tra loro molto diverse. Il concetto è semplice: la storia umana vede l'approdo attuale in un sistema-mondo di inaudita complessità. La costruzione del sistema-mondo ha attraversato fasi di distruzioni e ricostruzioni, soprattutto in prossimità dei passaggi da un sistema industriale al successivo. Inoltre ha creato un'instabilità non soltanto politica, ma anche economica, sociale e, soprattutto, ambientale. Rimediare i danni compiuti è un compito che, se avverrà, dovrà avvenire entro una complessità immane, perché richiederebbe nuovamente una delicatissima operazione di distruzione e ricostruzione che non avverrebbe nella tranquillità di un laboratorio, ma nella complessità sociale in cui particolari interessi consolidati non garantirebbero una transizione "gentile".
Gli stessi obiettivi della "Via Campesina" non potrebbero realizzarsi senza avere riflessi colossali sul lavoro di masse immense con altri propri interessi, talvolta legittimi, talaltra no, ma quasi sempre soverchianti (ricordiamo, a titolo d'esempio, la rivolta dei trattori nell'UE). Inoltre, l'approccio dal basso potrebbe essere rischioso anche all'interno del movimento stesso perché, essendo costituito da soggetti diversi, qualora i principi vengano tradotti in prassi, non è escluso che possano emergere possibili interessi contrastanti, occultati precedentemente dalla genericità degli slogan.
Insomma strutture organizzative, tra le quali "Via Campesina" è soltanto un esempio, non sono né possono essere olistiche perché operano all'interno di un sistema più complesso di quello da esse rappresentato. L'ipotetica trasformazione del mondo in chiave di autentico progresso (anziché di sviluppo) dovrebbe essere condotta soltanto se i movimenti dal basso, di cui certamente la democrazia si nutre, lavorassero insieme a strutture governative nazionali e internazionali in grado - queste sì - di avere una visione sistemica.
L'obiezione è immediata. Le attuali strutture governative non sono soltanto inadeguate, ma addirittura finalizzate a scopi diversi, esattamente orientate verso quella distruzione del pianeta che oggi si presenta ai nostri occhi. Pertanto, l'ostilità dichiarata dell'autore del libro verso le soluzioni dall'alto, è in parte assolutamente corretta. La stessa avversione - intendo quella che rifiuta misure, programmi e piani dall'alto - si trova in tanti altri autori, e ben se ne comprende la ragione: tutte le soluzioni tecnocratiche gestite all'interno del sistema capitalistico devono essere contestate e, se possibile, contrastate. Chi sistematicamente produce la malattia non è nella condizione di somministrare medicine e nemmeno è legittimato a farlo.
E allora come se ne esce? Si tratta certamente di sostenere, come propone Dawson, qualsiasi movimento che diffonda una visione diversa e radicale con lo scopo di prefigurare una nuova gestione di un settore così basico come quello relativo alla sostenibilità alimentare dei popoli. Così come si tratta si sostenere tutti i movimenti che ricordano come la democrazia si nutra del rispetto di interessi giusti e legittimi provenienti dalla società. Ma, nel contempo, si deve incominciare a comprendere che non è scolpito in nessuna tavola dei valori che attività governative diverse da quelle liberali (o peggio, reazionarie) non possano esistere. Non è immaginabile che il quadro politico si sia fermato così come oggi ci appare e con le caratteristiche che attualmente gli sono proprie. Se un altro mondo è possibile, vuol dire che deve essere possibile anche una politica, e una amministrazione della società, capace di leggere i problemi reali e di trovare soluzioni in una prospettiva davvero olistica, sistemica. Pertanto, la fase in cui si strutturano i movimenti deve essere accompagnata anche dalla capacità di costruire strutture più solide (partiti) con visioni strategiche e capacità di lettura della realtà finalizzate alla trasformazione.
Mi sembra che la sinistra attuale non riesca a districarsi da due prospettive poco attraenti. La prima è quella che si esprime in partitini radicali e che finisce per muoversi al traino di partiti riformisti orientati, se va bene, verso un keynesismo fuori tempo massimo. Questi, nella presente discussione, non costituiscono oggetto di interesse. La seconda possibilità è ben illustrata proprio dall'intervista di Ian Rappel. Le domande e le risposte mostrano un quadro assai problematico e piuttosto diffuso in altre componenti della sinistra: quello movimentista. Il tipo di mobilitazioni che Dawson e il suo intervistatore sembrano auspicare è quello di una «organizzazione molto flessibile e, si potrebbe dire, spontanea». Ora, si può constatare come i movimenti, per loro natura, abbiano organizzazioni molto flessibili che, nei casi peggiori si traducono in uno spontaneismo inefficace. Lo spontaneismo potrà pure proclamare una visione olistica (affermarlo non costa nulla), ma mal si concilia con la capacità di mettere le mani in una società complessa.
Del resto, la storia insegna che i movimenti sono fenomeni sociali particolarmente esposti ad una caducità estrema. La ragione si comprende facilmente. I movimenti spesso nascono come aggregazioni spontanee, senza una gerarchia definita o una struttura organizzativa rigida. Questa flessibilità può essere un punto di forza nella fase iniziale, ma può diventare un limite nel lungo periodo, rendendo difficile il mantenimento della coesione e la presa di decisioni efficaci. In Italia e nel mondo si sono succeduti innumerevoli movimenti che sono scomparsi nel giro di pochissimo tempo. A titolo d'esempio si pensi a "Occupy Wall Street". Oppure al movimento No Global. Le critiche e le istanze di questo movimento rimangono attuali di fronte alle sfide globali del nostro tempo, come le disuguaglianze economiche, la crisi climatica e le minacce alla democrazia. Ma le schegge nate dalla sua disintegrazione sono diventate fantasmatiche. Possono solo criticare stancamente una realtà che continua a assumere sempre più marcatamente proprio quei tratti che si vorrebbero contrastare.
Il movimentismo - che poi è l'oggetto di queste considerazioni critiche - ha ormai prodotto un fragilissimo e spettrale sostituto della politica. Con la caduta del Muro di Berlino, la sinistra ha dato l'impressione di avere vergogna di sé. Ha conservato le sue passioni, ma ha ritenuto che la politica vera, cioè gli ambienti e le istituzioni dotati di agentività, sia stata definitivamente colonizzata da personaggi infrequentabili. Da qui la necessità di tenersi alla larga da quegli ambienti, anziché tentare di riconquistarli. Così, si è rifugiata in un movimentismo fragile e scarsamente produttivo, perché non ha senso chiedere la realizzazione dei propri scopi a chi persegue l'opposto, né, d'altra parte, è immaginabile che possa avere la forza di imporli al di fuori di un quadro istituzionale. Se effettivamente stiamo uscendo dall'Olocene e entro il 2100 tutto sicuramente salterà per aria, il movimentismo non sarà certamente lo strumento per impedire, o almeno attenuare, la grande devastazione.
Aldo Sottofattori

