Fonte: Climate&Capitalism - 24.06.2026

Il glifosato, uno dei principi attivi per il diserbo più diffusi al mondo, favorisce la diffusione di batteri resistenti alle sostanze antimicrobiche. Uno studio pubblicato recentemente su Frontiers in Microbiology rivela che l’uso agricolo del Roundup favorisce l’evoluzione di superbatteri letali.






Nell’ottobre 2025, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha nuovamente lanciato l’allarme sulla comparsa di batteri multiresistenti a farmaci negli ospedali di tutto il mondo. I ricercatori hanno trovato prove del fatto che l’uso di erbicidi, in particolare del glifosato, possa favorire l’evoluzione della resistenza antimicrobica (AMR) nei batteri del suolo come effetto collaterale dello sviluppo della resistenza all'erbicida stesso. Hanno ipotizzato che i batteri resistenti possano essere trasmessi in entrambe le direzioni tra gli ospedali e i terreni contaminati: attraverso le acque reflue e altre vie ambientali.



Ogni anno, l'AMR è responsabile di circa 1,1-1,4 milioni di decessi in tutto il mondo. Ora, gli scienziati hanno riscontrato che la sua diffusione non sempre è causata dai batteri che si evolvono per resistere agli antibiotici stessi: piuttosto, alcuni erbicidi possono avere lo stesso effetto.

«In questo studio dimostriamo che le specie più comuni di batteri multiresistenti provenienti dagli ospedali non solo sono resistenti a diverse classi di antibiotici, ma anche ad alte concentrazioni di glifosato», ha affermato la dott.ssa Daniela Centrón, ricercatrice presso l’Istituto di Microbiologia Medica e Parassitologia di Buenos Aires e autrice senior dello studio pubblicato su Frontiers in Microbiology. «Questi risultati indicano che gli erbicidi - che, a differenza degli antibiotici, sono ampiamente utilizzati in ambito agricolo - potrebbero avere l’effetto collaterale imprevisto di favorire l'AMR tra le comunità batteriche presenti nel suolo».

Nel 2018 e nel 2020, Centrón e i suoi colleghi avevano raccolto 68 ceppi batterici dai sedimenti di una riserva naturale nel delta del Paraná, una zona umida di importanza internazionale situata a nord di Buenos Aires. Il glifosato viene spesso utilizzato nelle aree agricole limitrofe.

Gli scienziati hanno poi testato il grado di resistenza di ciascun ceppo a 16 antibiotici comuni, quali l’ampicillina in combinazione con il sulbactam, il meropenem, la tetraciclina e la vancomicina. Hanno inoltre misurato la resistenza dei ceppi al glifosato puro e agli erbicidi a base di glifosato, scelti in quanto figurano tra gli erbicidi più utilizzati in tutto il mondo. Gli scienziati hanno confrontato i risultati con quelli relativi a 19 ceppi, tra cui specie multiresistenti, prelevati da ospedali locali. Altri 15 ceppi erano stati isolati da allevamenti intensivi e da terreni agricoli della regione esposti all'uso di erbicidi.

Come previsto, ciascuno dei ceppi ospedalieri era resistente a un numero di antibiotici testati compreso tra 1 e 16, a conferma della diffusa resistenza antimicrobica. È preoccupante che il 74% fosse resistente ai carbapenemi, antibiotici ad ampio spettro comunemente utilizzati come terapia di ultima istanza. È importante sottolineare che tutti i ceppi ospedalieri si sono inoltre dimostrati altamente resistenti al glifosato e agli erbicidi a base di glifosato. «Ciò significa che se questi batteri entrassero nell’ambiente attraverso le acque reflue non trattate provenienti dagli ospedali, potrebbero proliferare nelle aree agricole in cui viene utilizzato il glifosato», ha affermato l’autrice principale, la dott.ssa Camila Knecht.

I ceppi provenienti dal delta del Paraná appartenevano a 15 generi diversi, tra cui Acinetobacter, Pseudomonas, Exiguobacterium e Chryseobacterium. Ciascuno di essi presentava almeno una resistenza parziale al glifosato e agli erbicidi a base di glifosato, nonostante questi non fossero mai stati utilizzati all’interno della riserva stessa. I ceppi di Enterobacter tolleravano le concentrazioni più elevate di glifosato: fino a 80 milligrammi per millilitro. All’estremo opposto, i ceppi di Bacillus, solitamente presenti nel suolo, erano particolarmente sensibili: la loro crescita veniva inibita già a una concentrazione di 2,5 milligrammi di glifosato per millilitro. Inoltre, un’elevata resistenza al glifosato è stata riscontrata anche in ceppi isolati da infezioni ospedaliere caratterizzate da estrema resistenza ai farmaci.

Dopo aver ricostruito “l'albero genealogico” di tutti i 102 ceppi batterici, gli scienziati hanno riscontrato che quelli più resistenti al glifosato tendevano ad essere strettamente imparentati tra loro, indipendentemente dalla loro provenienza. Ad esempio, gli stessi generi erano resistenti al glifosato negli ospedali, nelle aree agricole e nel delta del Paraná.

«Nell’ambiente, l’uso del glifosato porta all’evoluzione di batteri resistenti nei suoli interessati, mentre l’uso di antibiotici favorisce la loro evoluzione negli ospedali. I batteri portatori di geni responsabili della resistenza agli antibiotici possono diffondersi e riprodursi tra questi due ambiti, in entrambe le direzioni e in più modi, con il ciclo dell'acqua che svolge un ruolo chiave nella trasmissione », ha dichiarato il coautore dello studio, il dott. Jochen A Müller.

Il glifosato, solitamente commercializzato con il marchio Roundup, è l’erbicida più utilizzato al mondo. È noto per essere dannoso per le api e l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) lo ha classificato come probabile cancerogeno per l’uomo. Francia, Belgio e Paesi Bassi hanno vietato l’uso del glifosato per uso domestico, mentre la Germania attualmente ne vieta l'uso negli spazi pubblici.

« Le linee guida relative all'uso di qualsiasi pesticida, nonché dei suoi metaboliti, dovrebbero prevedere l’obbligo di effettuare test di co-selezione (co-selection testing) con gli antibiotici prima della commercializzazione. Le etichette dovrebbero riportare un’avvertenza sul fatto che i geni responsabili della resistenza agli antibiotici possono diffondersi dai terreni contaminati dal glifosato agli ospedali, attraverso le acque non trattate», ha consigliato Centrón.


(Questo articolo contiene materiale pubblicato su Frontiers

Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org

Fonte: Climate&Capitalism 24.06.2026


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