Ritornando da un recente interessante incontro su Basaglia, ho messo giù qualche considerazione che riporto qui di seguito, senza particolari revisioni. Ritengo così di collegarmi ai due recenti interventi pubblicati qui su Forum Antropocene: Nasce 'Science for the People Italia' e Sulla presunta neutralità della scienza e della ricerca.



Basaglia: per la complessità e contro il riduzionismo


A partire dall’800 fino a tutto il ‘900, ci si rende conto della dimensione sociale ideologica politica della scienza e dell’uomo-paziente. Se in tante occasioni, sin dall’antichità, si era riconosciuto che dietro il malato c’era un uomo, ora invece si comprende anche che la malattia ha importanti aspetti sociali, politici, e l’appartenenza a una classe sociale, ad esempio, può essere una discriminante perché essa venga diagnosticata e curata. La Psichiatria non si riduce pertanto alla chimica, magari col supporto della psicologia: il malato non deve essere “rimosso” e isolato a livello familiare e sociale.

L’approfondimento di questo aspetto porta a ridimensionare la distinzione fra sano e malato e la concezione della patologia mentale come malattia sacra, riconoscendone invece gli aspetti sociali: certi contesti familiari, culturali, politici, economici, favoriscono l’insorgere della malattia e approfondiscono le sue manifestazioni, come condizionano il tipo di approccio terapeutico. Pertanto la malattia mentale dev’essere affrontata riconoscendo gli aspetti ideologici che caratterizzano l'approccio tradizionale: essa va “disenfatizzata”, creando le condizioni non solo mediche ma anche sociali della cura, del recupero e del ritorno alla normalità. Queste cose ormai ovvie, non sono state tali fino all’altro ieri.

Ma, ricorrentemente, la scienza ritorna ad abbracciare approcci ideologici e riduzionistici: basti vedere il trionfo della chimica dei nostri giorni e l’ironia e il senso di superiorità con cui certi psichiatri liquidano l’esperienza di Basaglia e la Legge 180. Si tratta quasi sempre di medici mancanti di una visione umana e sociale del paziente e del tutto inconsapevoli della dimensione politica della scienza.

E, come nella Psichiatria, anche in altri ambiti della scienza del ‘900 si è registrato uno scontro tra approcci riduzionistici e non. Persino nel campo della Genetica si sono contrapposte posizioni riduzionistiche, che riconducevano ogni malattia al livello dei geni, giungendo addirittura ad  ipotizzare l’esistenza di un “gene egoista” capace di usarci come marionette sul piano evolutivo, all’interno di una lotta per la sopravvivenza concepita secondo il darwinismo più becero (senza accorgersi di proiettare sul “comportamento” dei geni aspetti competitivi della moderna società capitalistica), e dall’altra posizioni anti-riduzionistiche, come quella del biologo e genetista Richard Lewontin, del neurobiologo Steven Rose, della sociologa Hilary Rose, dello psicologo Leon J. Kamin, del biologo evoluzionista Stephen Jay Gould, del genetista Richard Levins, che invece sottolineano acutamente gli aspetti ideologici della scienza, la non neutralità di scienza e ricerca e rivalutano, ad esempio, l’influenza dell’ambiente sull’attivazione dei geni, cosa per altro oggi confermata dall’Epigenetica.

Tanto Basaglia quanto gli studiosi appena citati riconoscono pervasivi elementi ideologici, quasi sempre funzionali al potere politico ed economico, dietro la concezione della patologia e del malato. Gli stessi che determinano la cultura nei suoi vari aspetti, dalla letteratura alla mentalità. Lo studio e la cura della malattia mentale non si riducono all’uso della chimica e alla scoperta della dimensione umana del paziente ma mettono in questione l’intera società, coi suoi modelli economici e culturali, che indiscutibilmente la determinano in modo profondo se non preponderante; ma lo stesso discorso si può fare per la Genetica, il cui pervasivo approccio riduzionistico di matrice positivistica fino a poco tempo fa nessuno avrebbe messo mai in discussione. Basti pensare a come l’intera stagione del romanzo realista francese ed europeo ottocentesco risenta profondamente dell’ideologia positivistica, secondo cui, ad esempio, la predisposizione all’alcolismo in certi personaggi di Zola viene spiegata dall’autore con cause ereditarie e non esclusivamente ambientali.

Riconoscere che l’uomo è un essere sociale e le malattie hanno determinanti origini sociali, e che la scienza si caratterizza spesso per un’inconsapevole componente ideologica, sono conquiste di un periodo di forte progresso sociale, su cui è inutile al momento ritornare. Ciò che invece salta oggi agli occhi è l’aspetto involutivo di una scienza che ritorna prepotentemente alla chimica, al determinismo genetico, al riduzionismo. Ma un motivo c’è ed è evidente: il rifiuto della complessità è un rifiuto di affrontare e mettere in discussione le contraddizioni e i rapporti di potere della nostra società, cosa che Basaglia e gli altri studiosi citati avevano sempre presente, mentre il determinismo, il riduzionismo, la chimica hanno una funzione rassicurante per il potere politico ed economico e per una società politicamente sempre più incolta, e si prestano soprattutto a legittimare i colossali interessi economici di Big-Pharma e della sanità fino a poco fa pubblica ma ormai privatizzata.


Alessandro Cocuzza