Sfruttamento, inquinamento, guerra. Scienza di classe, di Jean Fallot, Orthotes, 2025. Pubblicato per la prima volta in Italia nel 1976 con un’introduzione di Dario Paccino, ora inclusa in appendice, il libro indaga il legame profondo tra quelle che Jean Fallot definisce “le tre teste del capitale”. Se la guerra imperialistica, come tutte le forme di violenza degli sfruttatori, rappresenta la condizione strutturale delle società di classe, funzionale a difendere i privilegi e spartirsi risorse e territori, l’inquinamento, per contro, ne è la conseguenza storicamente determinata.

La corsa al profitto e l’incessante progresso tecnologico, guidati dalla necessità di generare un sempre maggiore plusvalore, conducono alla distruzione della natura insieme al sovra-sfruttamento delle risorse umane e alla loro alienazione.

L’inquinamento emerge dunque come esito inevitabile del modo capitalistico di organizzare il rapporto tra società e natura, evidenziando la necessità di ripristinare un metabolismo sociale e naturale ormai gravemente distorto. Cinquant’anni dopo, quest’opera si conferma un classico dell’analisi marxista e dell’ecologia politica.

La nuova edizione, arricchita da un’introduzione che ne ripercorre la genesi e ne analizza l’attualità, rilancia la domanda cruciale posta da Jean Fallot: è possibile immaginare una scienza che, anziché alimentare il dominio e la distruzione, si schieri dalla parte della vita, dei bisogni umani e della giustizia sociale?

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DALL'INTRODUZIONE

Nel rileggere, a cinquant’anni di distanza, Sfruttamento, inquinamento, guerra, un dato salta subito all’occhio: si tratta di un testo che risulta “infiammato” dalla prospettiva di una società alternativa, intesa non come vacua enunciazione di un’utopia impossibile da realizzare, né tanto meno come profezia di un destino imminente, ma come obiettivo verso il quale bisogna orientare fin da subito, nella consapevolezza delle grandi difficoltà oggettive e soggettive da superare, la propria azione culturale e politica. In confronto, non c’è dubbio che questa sia un’era di attese più limitate. Mentre il passato appare come una raccolta di tragedie o di sconfitte, il futuro, da promessa, è diventato una minaccia: più che prefigurare il mondo emancipato, delinea quello delle catastrofi ecologiche annunciate.

Per molti versi, il testo di Fallot pare provenire dall’altro versante di una frattura temporale, ed è anzitutto con questo scarto temporale che chi vi si approccia oggi è chiamato a fare i conti e a riflettere. Una distanza che non riguarda meramente una trasformazione nella tonalità emotiva generale, il passaggio da un futuro radioso a uno minaccioso. Lo stesso Fallot, d’altronde, aveva bene in vista una critica delle illusioni del “principio speranza” in nome delle minacce che già gravavano sul suo presente e che tormentano il nostro. Piuttosto, a un livello culturale più profondo, la sua riflessione rinvia a una differente costellazione storica, sociale e ideologica.


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