Fonte: Georges Gastaud blog - 08.07.2026
Le ondate di calore che si susseguono nel nostro paese - che era temperato fino a qualche tempo fa - hanno un solo vantaggio: rendono insostenibile la posizione di coloro che, al pari del rozzo individuo che sfila a Washington, negano ostinatamente l’attuale degrado climatico globale, fortemente segnato dal rapido collasso della biodiversità.
Preso atto di questa situazione angosciante, molti ecologisti miopi si accontentano di inveire contro “la tecnica” o, in modo non meno astratto, contro ciò che definiscono il “produttivismo”, con il rischio di alimentare una visione retrograda del coinvolgimento ambientale. Invece, noi sosteniamo che la lotta ecologica potrà strappare l’umanità dal buco nero ambientale in cui sta per sprofondare solo se saprà unirsi profondamente a una crescente resistenza consapevole contro lo sterminismo capitalista-imperialista, che è diventato incompatibile con la semplice sopravvivenza civilizzata della nostra specie, se non con il mantenimento di una vita anche solo minimamente complessa sul pianeta Terra.
1 - Sterminismo capitalista, catastrofe ambientale, spinta verso guerre globalizzate
A nostro avviso, lo “sterminismo” indica la fase suprema di un capitalismo-imperialismo giunto a un tale grado di putrefazione sociale che, sul piano ambientale, militare e socioculturale, la ricerca del massimo profitto, tipica del capitalismo contemporaneo, diventa oggettivamente suicida per l’umanità. Ciò è evidente anche in ambito geostrategico e militare. Già negli anni ’80, Reagan e la reazione mondiale sostenevano l’idea che, per sbarazzarsi dell’URSS e del blocco socialista europeo, che all’epoca limitavano fortemente le predazioni planetarie del capitale, fosse perfettamente legittimo minacciare Mosca con un conflitto nucleare generalizzato, in grado di mettere a repentaglio l’esistenza stessa dell’umanità. Fanatico sostenitore di questo “sterminismo” (che la reazione tedesca riassumeva con l’espressione lieber tot, als rot! "meglio morti che rossi!"), l’antifilosofo André Glucksmann, padre del promettente Raphaël Glucksmann, dichiarava quanto segue in La force du vertige (Grasset, 1985) per giustificare l’installazione dei missili Pershing in Europa: «Preferisco soccombere insieme a mio figlio, che amo, in uno scontro tra Pershing e SS-20, piuttosto che immaginarlo trascinato verso una qualche Siberia planetaria». E questo scandaloso ricatto, allora sostenuto dal “social-sterminista” Mitterrand (socialista a parole, euro-atlantista sfegatato nei fatti!), non è stato privo di gravissime conseguenze politiche controrivoluzionarie, poiché ha favorito l’ascesa a Mosca del super-capitolazionista Gorbaciov: il quale ha poi ripreso, in forma rovesciata, lo sterminismo occidentale, conferendogli le vesti del cosiddetto “nuovo pensiero politico” (in parole povere: “preferire i valori universali dell’umanità agli interessi di classe del proletariato”, liquidando il socialismo mondiale con il pretesto di preservare la pace; l’attuale Russia post-sovietica vede fin troppo bene, oggi, dove l’abbia condotta quella capitolazione apparentemente pacifista!).
Del resto, come Marx ed Engels avevano compreso da tempo, il sistema capitalista «genera ricchezza solo esaurendo le sue due fonti, la Terra e il lavoratore», e la crisi climatica, il collasso della biodiversità e l’imbarbarimento sociale, accompagnato da una dilagante deriva fascista: da Washington a Parigi, passando per Kiev e Bruxelles - dimostrano chiaramente, attraverso la loro convergenza mortale, che questa tendenza distruttiva ha superato una soglia qualitativa.
Questo carattere sterminista è aggravato dall’egemonismo occidentale, di cui gli Stati Uniti di Trump rappresentano l’avanguardia, con la loro fuga in avanti estrattivista, il negazionismo climatico e il riarmo permanente. L’UE-NATO non è da meno, dato che figure come Merz, Macron e Ursula von der Leyen si vantano di non temere più la guerra nucleare (che, se dovesse scoppiare, sarebbe nucleare e sterminatrice) con Mosca, che non smettono di provocare fornendo all’Ucraina nazificata (il “moderno” sterminismo globale si congiunge così al vecchio sterminismo nazista che riemerge dal regime banderista di Kiev) i mezzi militari per colpire la Russia in profondità nel suo territorio.
Di contro, la sistematica demonizzazione mediatica della Repubblica Popolare Cinese occulta gli sforzi concreti che questo Paese sta compiendo per conciliare industrializzazione, pianificazione e politiche ambientali, in particolare con la vertiginosa ascesa del fotovoltaico. Ciò non significa affatto che il modello di sviluppo cinese sia privo di contraddizioni, ma nessuno può negare che la Cina non si sia ritirata dall’Accordo di Parigi sul clima, a differenza degli Stati Uniti, leader del “mondo libero”. Al contrario, Pechino non smette di proporre a tutti i paesi interessati forme di cooperazione vantaggiose per entrambe le parti, capaci di conciliare lo sviluppo industriale nazionale autonomo con le basi per una possibile transizione energetica. Per non parlare della Cuba socialista che, prima di essere letteralmente assediata e affamata da Trump, stava diventando, sotto la guida di Fidel e Raúl Castro, un modello globale di sviluppo ecologico alternativo.
2 - Tecno-feticismo, consumismo e radici capitalistiche dello sterminismo ambientale
Alcuni attribuiscono la crisi ecologica alla “tecnologia” in generale, altri al consumismo degli anni del boom del secondo dopoguerra, come se la tecnica o la legittima ricerca del benessere costituissero di per sé un problema. Tuttavia, senza negare in alcun modo la maniera in cui l’attuale capitalismo distorce dall’interno le forze produttive (progettate più per soppiantare l’essere umano che per promuoverlo) e perverte i modelli di consumo, la radice profonda del fenomeno risiede nella logica del capitale, che sottomette lo sviluppo tecnologico e produttivo alla corsa al massimo profitto, trasformando le conquiste della scienza in strumenti di appropriazione privata e di distruzione: sia della Terra che dei corpi umani. Provocando, per di più, un controllo nocivo senza precedenti da parte del grande capitale e della reazione sui modi di pensare, di vivere e di esprimersi, di miliardi di persone, e in particolare dei giovani.
Non è quindi “la tecnica” che va denunciata, ma il modo di produzione capitalistico che, giunto allo stadio imperialista-sterminista, integra ormai i progressi scientifici in una dinamica di saccheggio planetario, di guerra permanente e di concorrenza generalizzata tra i lavoratori. L’idea di un “capitalismo verde” è quindi un ossimoro: finché la redditività sarà l’unico fattore a guidare le scelte di investimento, la logica di distruzione delle condizioni stesse della vita sulla Terra prevarrà su qualsiasi pseudo-regolamentazione di facciata.
3 - Una dialettica millenaria tra l’uomo e la natura
Da un punto di vista storico, l’umanità è coinvolta in una dialettica millenaria inizialmente dominata dalle potenze naturali, come testimoniano le antiche religioni pagane della natura che personificavano l’Aria, l’Acqua, la Terra, il Fulmine e il Fuoco. La nostra specie ha poi cercato di farsi “signore e padrone” della natura, secondo la brillante formula, non sempre ben compresa, di Cartesio. Tale aspirazione al dominio non è di per sé criminale: esprime la volontà di sviluppare le forze produttive, di liberare l’umanità dalla fame e dalla dipendenza immediata dai cicli naturali; ma diventa mortale quando si separa da qualsiasi consapevolezza dei limiti e dei ritmi propri del vivente e li subordina al processo, per sua natura disumano e devitalizzante, di riproduzione allargata del capitale. Però, siamo giunti a una svolta antropologica in cui la produzione sociale deve assumersi, in modo consapevole e scientifico, la responsabilità della riproduzione delle proprie condizioni ambientali di esistenza, pena l’autodistruzione globale. Si tratta qui della negazione della negazione nella sua forma più pura; la cultura ha dapprima “negato” la natura da cui, tuttavia, essa proveniva (poiché la cultura umana e la storia sono il risultato dell’affermazione a lungo termine dell’evoluzione biologica), e questa negazione deve a sua volta negare se stessa per rifondare il rapporto uomo-natura: non «camminando a quattro zampe», come Voltaire rimproverava perfidamente a Rousseau, ma sviluppando come mai prima d’ora la scienza (di cui l’ecologia, da distinguere dall’ecologismo, diventa elemento eminentemente unificante e coordinatore), rivoluzionando al contempo - per civilizzarli, "disselvatichirli" e "debarbarizzarli" in profondità - i rapporti tra gli uomini così come le relazioni tra le nazioni.
Ciò comporta una rivoluzione nei rapporti tra cultura e natura: la cultura non è più allora, semplice dominio brutale, bensì un’appropriazione razionalmente ponderata, rispettosa e organizzata delle leggi della natura, il che presuppone l’abolizione della barbarie dell’uomo sull’uomo e del dominio di alcuni paesi su altri. È necessario liberare la società da ciò che in essa permane di relazioni selvagge, naturali e irriflessive tra gli uomini, per poter instaurare, in modo simmetrico, un rapporto armonioso tra l’uomo e la natura esterna stessa.
Un socialismo-comunismo di nuova generazione
Una tale consapevole assunzione della natura da parte della cultura è impossibile nel quadro del capitalismo-imperialismo, di cui l’attuale sterminismo costituisce la verità ultima. Essa richiede un socialismo-comunismo di nuova generazione, che coniughi un elevato livello scientifico, la pianificazione democratica, la proprietà sociale dei mezzi di produzione, un ampliamento senza precedenti della democrazia, la priorità dei bisogni umani sul profitto e l’integrazione (nel lungo periodo) della dialettica tra natura e storia e (nel breve e medio periodo) nelle scelte di produzione e scambio. Come non vedere che una simile rivoluzione richiede, in prospettiva, la direzione della società da parte della classe dei lavoratori salariati? Ciò implica non solo di estromettere la criminale oligarchia capitalista, ma anche di contendere la guida della transizione ecologica alla piccola borghesia, incapace per natura di condurre una lotta anticapitalista e antimperialista coerente (come dimostra il disperante allineamento dei "Verts" francesi e dei "Grünen" tedeschi alle forze belliciste che dominano l’Unione Europea).
La pianificazione ecologica comunista, lungi dal limitare la libertà, ne amplierebbe la portata, consentendo agli individui di vivere con dignità in un ambiente preservato, anziché consumare compulsivamente in un mondo devastato. A livello internazionale, essa presuppone una co-pianificazione della produzione organizzata democraticamente da paesi sovrani, liberati dalla perenne spada di Damocle rappresentata - in particolare nel Sud Globale - dalle ingerenze imperialiste.
Rottura con l’UE e riconquista della sovranità popolare
Sul piano nazionale, la Francia è imbrigliata nella morsa della «concorrenza libera e non falsata» propria dell’UE, la quale vieta qualsiasi politica industriale, agricola ed ecologica democraticamente pianificata. Occorre spezzare le catene di questa prigione dei popoli che promuove il ribasso degli standard sociali e l’apertura totale ai flussi di capitale, e che consegna il nostro apparato produttivo alla predazione dei monopoli transnazionali - nella forma estrema dell’«economia di guerra» - chiudendo al contempo gli occhi di fronte ai danni devastanti causati dalla pesca e dall’agroindustria capitalistica.
Uscire dall'UE, dall'euro e dalla NATO è la condizione per salvare la produzione in Francia, rilocalizzando le filiere industriali e agricole e pianificando una transizione energetica e ambientale socialmente accettabile e capace di dare nuovo slancio al Paese. Tale transizione implica la riconquista della sovranità nazionale e popolare sulle scelte economiche, affinché lavoratori, agricoltori, tecnici e scienziati possano decidere insieme l'uso delle risorse, anziché subire i diktat di Bruxelles, di Francoforte e della grande imprenditoria.
I vicoli ciechi di un "ambientalismo" allineato alla NATO
Un’ecologia di lotta non può conciliarsi con la sottomissione alla NATO e alla sua strategia - militarmente ed ecologicamente irresponsabile - di confronto illimitato con la Russia. Quale credibilità possono avere quei partiti “verdi” che si lamentano quotidianamente del cambiamento climatico, mentre spingono verso un’escalation continentale - potenzialmente nucleare - contro una potenza dotata di armi atomiche? Chi sono, dunque, queste persone stolte e meschine che strepitano contro le ondate di calore ricorrenti, ma che promuovono la peggiore ondata di calore globale - quella di una guerra nucleare continentale, seguita a breve da un inverno nucleare? La guerra imperialista - in Ucraina come a Gaza, in Iran, in Libano, ecc. - è di per sé un enorme fattore di distruzione ambientale, di sperpero di risorse e di blocco della cooperazione scientifica necessaria alla transizione ecologica.
Questo “ambientalismo” compatibile con la NATO non è che una veste morale dell’egemonismo occidentale: esso devia la rabbia popolare verso singoli capri espiatori (il “comportamento” del consumatore, e in primo luogo del consumatore operaio) per evitare di mettere in discussione il sistema capitalistico stesso.
Le devastazioni dell'era Maastricht e la priorità al riarmo
I governi succedutisi nell’era di Maastricht hanno metodicamente smantellato la sanità pubblica, proprio mentre i cambiamenti climatici hanno moltiplicato le crisi sanitarie e le patologie legate all'inquinamento. Non hanno dotato le scuole di sistemi di climatizzazione, hanno lasciato che i bambini soffocassero in aule surriscaldate, mentre favorivano il trasporto transeuropeo su gomma, altamente inquinante, a scapito del trasporto su rotaia; per non parlare dell'incessante trasporto marittimo transcontinentale di centinaia di migliaia di container, devastante per i mari e per l'atmosfera.
Oggi, quegli stessi dirigenti hanno l'audacia di stanziare centinaia di miliardi per il riarmo e la guerra, sostenendo al contempo di non avere risorse sufficienti per la riconversione ecologica e sociale della produzione. Questa scelta di bilancio è una palese manifestazione di "sterminisimo": si finanziano generosamente gli strumenti di morte immediata, mentre si lesina sulle infrastrutture vitali che potrebbero mitigare la crisi ambientale.
Per una crescita delle resistenze anti-sterministe
Di fronte a tutto ciò, non si tratta di aggiungere una "componente verde" alle politiche neoliberiste, bensì di unire le resistenze popolari contro lo sterminismo capitalista. La lotta per la pace, per la rinazionalizzazione dei settori chiave dell'economia (energia, trasporti, sanità), per la pianificazione ecologica, per l'uscita – passando per la porta di sinistra, quella della democrazia popolare e delle nazionalizzazioni democratiche - dall'UE, dall'euro e dalla NATO: tutte queste battaglie formano un unico fronte, quello del Lavoro contro il Capitale, ovvero, nelle condizioni attuali, della vita contro l'annientamento.
L'ecologia di lotta deve dunque legarsi alla lotta di classe, alla ricostruzione di un progetto dichiaratamente comunista e consapevole, alla riabilitazione della dialettica tra natura e storia.
Solo a questa condizione le "nubi cupe" che si addensano sull'umanità potranno lasciar filtrare dei "bagliori rossi", annunciatori non di una tenebrosa fine del mondo - la battaglia di Armageddon sognata da Trump e Netanyahu - ma della felice fine del capitalismo e dei nuovi "Giorni felici" di una nuova civiltà solidale.
Georges Gastaud
Filosofo maxista francese. Attivista del PRCF (Pôle de Renaissance Communiste en France), oppositore linguistico al predominio dell'inglese. Tra le sue ultime pubblicazioni: Dialectique de la nature (Editions Delga, 2024), Mondialisation capitaliste et projet communiste: Cinq essais pour une renaissance (Editions Delga, 2022).
Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org
Fonte: Georges Gastaud blog 08.07.2026


