Forse mai come oggi il mondo delle piante è al centro dell’attenzione, in un dibattito sulle prerogative di alberi e spazi naturali che coinvolge antropologi, scienziati, giuristi e decisori politici. Sarebbe dunque facile pensare che si tratti di un tema squisitamente moderno, estraneo all’interesse delle culture antiche. In realtà, quelle culture hanno riflettuto a lungo sul proprio rapporto con la natura, ma lo hanno fatto attraverso i loro strumenti: ponendo l’accento non già sui diritti dell’ambiente, ma sui doveri delle società umane nei confronti della realtà circostante e cogliendo ovunque in essa la presenza del sacro. 

E se il nostro tempo punta a ridurre la distanza che ci separa dalle piante, attribuendo loro caratteristiche sino a ieri riservate ai soli esseri umani, gli antichi, al contrario, le hanno allontanate da sé, ponendole sotto la tutela degli dèi e sottraendo in questo modo agli uomini la possibilità di appropriarsene. Greci e Romani hanno avuto insomma un loro modo di essere “verdi”. Estremamente affascinante. E non privo di sorprese.

Nota editoriale



RECENSIONE

Nel 183 d.C. sul tetto del santuario romano della dea Dia lungo la Via Campana, sulla riva destra del Tevere, è cresciuto un fico. Per eliminarlo non basta salire sul tetto e tagliarlo: i Fratres Arvales devono compiere sacrifici e rivolgersi alla divinità Adolenda Conmolenda Deferunda, nome che riassume le operazioni necessarie per bruciare, tagliare e far scendere la pianta.

Mario Lentano ricostruisce il «senso degli antichi per la natura» con cui Greci e Romani trattavano le piante, non in termini di «diritti», come si direbbe oggi, ma non per questo lasciate all’illimitata disponibilità dell’uomo. Per gli antichi ogni luogo ha il suo genius, un bosco appartiene a una divinità, una ninfa può vivere e morire insieme a un albero e intervenire sulla natura significa entrare in una sfera che non è esclusivamente umana, chiedere un assenso, negoziare, offrire un sacrificio espiatorio. Anziché di «diritti» attribuiti alle piante, insomma, gli antichi ragionavano in termini di «doveri» assegnati agli uomini nei loro confronti.

Docente di Letteratura latina e Antropologia del mondo classico all’Università di Siena, Lentano applica agli antichi una domanda contemporanea, ma va in cerca di una risposta «emica», formulata cioè attraverso le categorie proprie della cultura interrogata. Ne nasce un itinerario fra il genius loci, le potature rituali di Catone, le ninfe arboree, la fame insaziabile inflitta a Erisittone per aver abbattuto una pianta sacra, gli uomini generati dalle querce, gli ulivi ateniesi dei quali non è lecito raccogliere neppure le foglie cadute. E ancora il fico ruminale e il corniolo di Romolo, doppi vegetali dell’Urbe, o l’ulivo di Atena che germoglia dopo l’incendio persiano dell’Acropoli, facendo della propria sopravvivenza quella simbolica della città.

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Il senso degli antichi per la natura. I geci, i Romani e le piante, di Mario Lentano, Einaudi, 2026


Mario Lentano
insegna Letteratura latina e Antropologia del mondo classico all'Università di Siena. Si occupa di teatro comico, retorica di scuola, relazioni di parentela, dei racconti sulle origini di Roma e l'età monarchica e della percezione del mondo vegetale nella cultura antica. Le sue pubblicazioni piú recenti includono Bruto. Contro il tiranno (il Mulino 2023), «Vissero i boschi un dí». La vita culturale degli alberi nella Roma antica (Carocci 2024), I Romani che non ti aspetti. Storie bizzarre per menti curiose (Carocci 2025). Per Einaudi ha pubblicato Il mito di Enea. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi (2013, con M. Bettini) e Il senso degli antichi per la natura I Greci, i Romani e le piante (2026).