Ogni tentativo di distruggere le imposizioni della natura distruggendo la natura dà come risultato una sottomissione ancora più profonda alle imposizioni della natura.
Max Horkheimer e Theodor Adorno - Dialettica dell’illuminismo -

La crescita della denutrizione e della miseria che minacciano la vita

La fame ha sempre accompagnato il capitale nei suoi quasi trecento anni di sviluppo. Dalla cruda miseria della prima modernità capitalista, rispetto alla quale la produzione alto medievale rappresenta “i bei vecchi tempi”, all’attuale fame globale, in cui sovrapproduzione, spreco alimentare e milioni di persone che soffrono la fame sono solo momenti diversi di un modo economico irrazionale e distruttivo in cui i bisogni dell’uomo – fintanto che possono essere trasformati, sotto forma di valore monetario, in domanda mercato – sono soltanto un mezzo per raggiungere il fine in sé della valorizzazione infinita del capitale.

 

Pertanto è sbagliato attribuire unicamente alla pandemia la crescita della fame e della denutrizione in molte aree del mondo. L’incapacità del sistema capitalista mondiale di organizzare una risposta efficace alla pandemia senza far affondare milioni di persone nella miseria non fa che rafforzare le tendenze già esistenti. Il numero delle persone che soffrono la fame, dopo un breve calo, secondo la Fao l’organizzazione dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura, dal 2014 cresce costantemente. [1]

Nel 2019, quasi 690 milioni di persone soffrivano di fame e denutrizione, 60 milioni in più rispetto all’anno prima. Secondo le stime, con la pandemia i numeri nel 2020 potrebbero raddoppiare. [2] Secondo l’indice mondiale della fame erano 822 milioni nel 2019. [3]

Un esempio attuale del rapporto esistente tra la pandemia e la crisi capitalista della fame è rappresentato dalla drammatica situazione delle donne dell’industria del vestiario nel sudest asiatico, [4] dove milioni di salariate, con salari già a livello di pura sussistenza, ora non arrivano neanche a tanto. Le sarte che lavorano per salari da fame[5] in Bangladesh, Pakistan e Myanmar, con paghe dell’ordine dei millesimi del prezzo al dettaglio dei vestiti di marca che producono in condizioni brutali per i centri del sistema mondiale, sono spesso costrette a contrarre debiti per procurarsi gli alimenti per sé e per le proprie famiglie.

Dal regime della patata al regime del riso

Il teorico della crisi Robert Kurz dice che il capitale spinge i suoi salariati ad un “regime della patata”. Per le lavoratrici tessili di Myanmar, che a volte riescono a mangiare minestra di riso tre volte al giorno, il regime è quello del riso. Secondo alcune ricerche, quasi l’80 percento delle lavoratrici che (ancora) lavorano, dichiarano di essere costrette spesso a saltare i pasti per far mangiare i propri figli.

 

Il meccanismo dell’impoverimento capitalista mediato dal mercato, in crescita durante la pandemia e non solo nell’industria tessile, trasforma il calo della domanda nei mercati del centro del sistema mondiale in pance vuote nella periferia. Secondo il Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz) [6], le vendite di prodotti tessili in Europa e America del Nord sono calate di quasi sedici miliardi di dollari nel corso del 2020, il che si traduce in un calo delle rendite di quasi il 21 percento nell’industria tessile del sudest asiatico. Dato che normalmente i salari del settore sono a livelli di sussistenza, ora milioni di lavoratrici fanno semplicemente la fame, o sono costrette ad indebitarsi. Secondo alcune ricerche, il 75 percento delle lavoratrici ha dovuto chiedere prestiti per acquistare generi alimentari.

Le lavoratrici che, pur se con la pancia che brontola, ancora riescono a cucire vestiti o scarpe di marca per Adidas & Co. secondo la logica della valorizzazione capitalista dovrebbero considerarsi “fortunate”, rispetto a quel 30 percento quasi dei salariati del settore che è diventato superfluo. Non essere più sfruttati in un mondo capitalista è la cosa peggiore. Nel sistema capitalistico ha diritto di esistere solo chi contribuisce direttamente o indirettamente al processo di valorizzazione del capitale, ossia chi promuove la moltiplicazione illimitata del denaro tramite il lavoro salariato. In quanto risorse, per il capitale gli esseri umani non hanno valore intrinseco, ma contano solo come strumento per il fine assurdo dell’accumulazione di capitale.

Quando non è più così, anche le necessità di base come l’alimentazione diventano impossibili. Le sarte del sudest asiatico riuscivano a vivere entro i limiti della sussistenza finché con il loro lavoro nell’industria dell’abbigliamento contribuivano a trasformare il denaro in più denaro. Per poi soddisfare i loro bisogni di base come consumatrici in un mercato alimentare capitalista, in cui il denaro deve essere trasformato, anche qui, in più denaro attraverso la produzione di merci.

 

Quando questo ciclo non è più possibile, persone e materiali vengono semplicemente eliminati. Quando non possono più essere valorizzate, le merci, compresa la merce forza lavoro, diventano semplici fattori di costo. Ora, con la pandemia, lo spreco di risorse e l’inefficienza del capitalismo arrivano a dimensioni inedite. Alla crescita di massa della fame si accompagna, soprattutto negli Stati Uniti [7], una distruzione di massa di alimenti che non generano più profitto sul mercato.

Secondo la Welthungerhilfe [8], al “business as usual” del capitalismo si accompagna invariabilmente uno spreco terribile di generi alimentari: ogni anno se ne distruggono 1,3 miliardi di tonnellate, mentre centinaia di milioni di persone muoiono di fame. Alla crisi alimentare del capitalismo fa da contrasto l’eccesso produttivo: i lavoratori salariati, pur affamati, non hanno abbastanza soldi da creare una domanda solvente sui mercati.

La fame nei centri capitalisti

Nel 2020, solo negli Stati Uniti milioni di tonnellate di alimenti di base [9] sono stati distrutti, perché incapaci di generare profitto con la vendita sul mercato. Per il capitale, sono solo fattori di costo da eliminare nel modo più economico possibile, ad esempio sotterrandoli.

Negli Stati Uniti la crescita della fame e della malnutrizione, fenomeno di massa già prima della pandemia, nell’anno pandemico 2020 contrasta con la distruzione di alimenti. Secondo l’organizzazione non governativa Feeding America, in quello che è uno degli stati capitalisti più ricchi al mondo nel 2018 quasi 37 milioni di cittadini [10] soffrivano di “insicurezza alimentare” o denutrizione. Le stime parlano di altri 50 milioni nel 2020, di cui 17 milioni sono bambini.

Secondo il britannico The Guardian [11] la paura della scarsità alimentare, generalmente associata alla lotta per la sopravvivenza nella periferia, sta ora raggiungendo i centri capitalisti. Una ricerca conferma che “meno della metà” dei nuclei famigliari americani con figli confida sulla possibilità di avere soldi sufficienti per “comprare alimentare il mese prossimo”. A novembre, sempre secondo questa ricerca, 5,6 milioni di famiglie avevano problemi alimentari.

 

La crescita della denutrizione nella vecchia potenza egemonica dell’Occidente, già afflitta da un’epidemia di obesità [12] spinta dall’impoverimento, si accompagna ai colpi di crisi del ventunesimo secolo, come rivela una serie di dati sul lungo termine [13]. Il picco storico dell’insicurezza fu raggiunto nel 2008 con la crisi finanziaria globale, il livello è rimasto alto per anni e si è avuto un leggero calo solo negli ultimi anni. Nel 2020 dovrebbe salire a nuovi massimi storici.

La grande differenza tra la fame capitalista in Bangladesh e negli Stati Uniti è che nei centri ancora si riesce ad offrire qualche aiuto d’emergenza, perlomeno ad alcune delle persone colpite. A Houston, nel Texas, secondo i giornali locali [14], quasi il 45 percento dei salariati non riesce a far fronte alle spese necessarie per vivere. Bisogna fare chilometri per arrivare alle banche alimentari: i rappresentanti della classe media in decadenza sono costretti a recarsi sul posto in automobile e aspettare ore prima di avere qualcosa. Houston, città distorta dal neoliberalismo, di fatto è priva di trasporti pubblici efficienti.

La fame nella periferia

A sud del Texas, in America Centrale e Sud America, quasi nessuno può sperare in un’automobile che lo conduca ad un banco alimentare. Si stima che l’esercito di malnutriti e affamati a sud del Rio Grande con la pandemia [15] crescerà da 11 a 14 milioni per effetto della combinazione di tre crisi: alimentare, sanitaria ed economica.

In America Latina, oltre 1,6 milioni di persone [16] sono già state infettate dal coronavirus. È lecito supporre una contrazione economica media del 5,6 percento a livello continentale. Particolarmente colpiti sono il Brasile, governato dall’estremista di destra e negazionista Jair Bolsonaro, Haiti, casa povera del continente, e la Colombia, dove i disperati che vivono in case di lamiera e che hanno bisogno di cibo espongono un fazzoletto rosso alla finestra.

 

Nel Mediterraneo orientale e in Medio Oriente, gli epicentri della pandemia della fame sono il Libano e la martoriata Siria. La crisi economica del Libano [17] ha spazzato via quella che un tempo era la classe media della vecchia isola regionale della prosperità. Centinaia di migliaia dipendono ora dalla distribuzione di alimenti, dopo che la svalutazione massiccia della moneta e il collasso economico hanno portato la disoccupazione alle stelle.

Nella devastata Siria, che ha legami economici stretti con il Libano, 9,3 milioni circa di persone [18] soffrono di carenze alimentari o fame. Il numero è cresciuto di 1,4 milioni nei primi sei mesi del 2020, alimentato principalmente dalla svalorizzazione incontrollabile della moneta siriana che colpisce i guadagni della popolazione. Particolarmente colpiti sono i bambini, che rappresentano circa la metà del totale.

In alcune parti dell’Africa [19], dove alla crisi economica si aggiunge l’instabilità politica, la pandemia ha aggravato una situazione già precaria. Tra i paesi che stanno peggio c’è la Nigeria, il Ciad, il Burkina Faso e il Sudan meridionale. Secondo l’Indice Mondiale della Fame, dal 2019 gran parte del continente è a rischio. [20]

Fame nell’abbondanza

Globalmente, l’ultima crisi alimentare capitalista sembra minacciare l’esistenza fisica di centinaia di milioni di persone. Il New York Times [21], in un articolo sulla crescita della fame globale, cita numeri delle Nazioni Unite secondo i quali nel 2020 in tutto il mondo 265 milioni circa di persone si troveranno ad affrontare livelli di “insicurezza alimentare” tali da minacciare la loro esistenza. Le persone che rischiano di morire di fame raddoppieranno quasi. Il Frankfurter Allgemeine Zeitung [22] parla di 270 milioni di persone attualmente sulla “strada della fame”.

 

Le conseguenze economiche della pandemia equivalgono ad un eccidio capitalista mediato dal mercato: milioni di tonnellate di alimenti vengono distrutti a causa dell’assenza di domanda solvente. Allo stesso tempo, però, l’assillo capitalista della crescita distrugge le basi ecologiche della civiltà umana, così che le conseguenze sempre più evidenti della crisi climatica aggraveranno ancora di più la precarietà alimentare futura dell’umanità.


Tomasz Konicz
Scrittore e giornalista, è nato nel 1973. Ha studiato storia, sociologia e filosofia ad Hannover e storia economica a Poznan. Interviene regolarmente e con determinazione – in rete e sulla stampa – sulle principali questioni sociali aperte in Germania e in Europa.
Stampa Alternativa ha pubblicato nel 2015 Exit. Ideologie della crisi, e nel 2016 Ascesa e caduta dell'Europa tedesca.

Fonte: Pulgarias -
19.03.2021

Originale: Pandemie des Hungers pubblicato su www.exit-online.org - 20.12.2020


Note

1.https://www.bpb.de/politik/hintergrund-aktuell/316899/welternaehrungstag

2.https://www.swr.de/swr2/wissen/hunger-pandemie-vereinte-nationen-schlagen-alarm-100.html

3.https://www.dw.com/de/krieg-und-klimawandel-foerdern-hunger/a-50827881

4.https://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/textilbranche-gibt-pandemiekosten-an-naeherinnen-weiter-17102357.html

5.http://www.konicz.info/?p=2667

6.https://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/textilbranche-gibt-pandemiekosten-an-naeherinnen-weiter-17102357.html

7.https://www.heise.de/tp/features/Marode-kapitalistische-Misswirtschaft-4717812.html

8.https://www.welthungerhilfe.de/aktuelles/blog/lebensmittelverschwendung/

 

9.https://www.heise.de/tp/features/Marode-kapitalistische-Misswirtschaft-4717812.html

10.https://www.feedingamerica.org/sites/default/files/2020-04/

11.https://www.theguardian.com/food/2020/nov/25/us-hunger-surges-spiraling-pandemic

12.http://www.konicz.info/?p=2544

13.https://www.nationalgeographic.com/history/2020/11/one-in-six-could-go-hungry-2020-as-covid-19-persists/

14.https://www.dallasnews.com/business/economy/2020/11/20/food-lines-late-payments-falling-income-as-covid-cases-surge-in-dallas-and-texas-so-do-signs-of-distress/

15.https://www.npr.org/sections/coronavirus-live-updates/2020/05/28/864076929/14-million-people-in-latin-america-caribbean-at-risk-of-hunger-u-n-report-says

16.https://www.voanews.com/americas/wfp-warns-looming-hunger-crisis-latin-america

17.https://www.heise.de/tp/features/Libanon-vor-dem-Kollaps-4866035.html

18.https://www.wfp.org/news/more-syrians-ever-grip-hunger-and-poverty

19.https://www.voanews.com/covid-19-pandemic/coronavirus-pandemic-worsens-hunger-malnutrition-parts-africa

 

20.https://www.dw.com/de/krieg-und-klimawandel-foerdern-hunger/a-50827881

21.https://www.nytimes.com/2020/09/11/business/covid-hunger-food-insecurity.html

22.https://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/textilbranche-in-der-corona-pandemie-naeherinnen-hungern-17102357.html