Che cos’è la sesta estinzione di massa? È il crollo del potenziale evolutivo del Pianeta a causa del collasso di integrità biologica degli ecosistemi. Di solito pensiamo che la sesta estinzione significhi rarefazione e poi scomparsa del numero di specie che abitano la Terra. Non c’è niente di sbagliato in questo approccio affermatosi agli inizi degli anni ’80. Ma forse dovremmo aggiornarlo, e renderlo molto più radicale di quanto vorremmo. Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha compiuto passi in avanti notevoli per comprendere le conseguenze del declino dei mammiferi (e degli invertebrati) in tutto il mondo. Questi studi permettono di porre al centro del dibattito sulla protezione della natura la “diversità evolutiva” delle specie.

Per testare la gravità della situazione attuale bisogna andare a vedere che cosa succede ai meccanismi fondamentali dell’evoluzione negli habitat ancora abbastanza integri. E in quelli defaunizzati, cioè spogliati dei “tasselli principali” della comunità di specie un tempo endemica: grossi predatori ed erbivori frugivori, che si nutrono cioè di frutta e contribuiscono a disperdere i semi degli alberi ad alto fusto, dal legno duro e resistente, un magazzino naturale di carbonio stoccato nelle foreste tropicali umide.

Osservare le cose in questo modo ha un forte impatto anche politico sui negoziati internazionali che dovrebbero garantire, entro il 2050, un Pianeta “in armonia con la natura”. 

Il ruolo della paleontologia

Sono passati esattamente dieci anni da quando Anthony Barnovksy , un veterano della paleontologia, si poneva sulle pagine di Nature, insieme ad altri illustri colleghi, la domanda più dirompente del ventunesimo secolo: la sesta estinzione di massa nella storia della Terra è già arrivata?

Chi lavorava sulla biodiversità tropicale osservava da tempo un quadro piuttosto nitido. Si sapeva che negli ultimi 300 anni l’emorragia di specie aveva preso un ritmo diverso, accelerato. Considerando le grandi estinzioni del Pleistocene, si poteva addirittura affermare che un “enorme evento di estinzione, innescato dagli esseri umani, è in corso da circa 40mila anni”. La modernità era semplicemente la lunga risacca dell’ultimo periodo glaciale. A partire dal XVI secolo, se ne erano andate almeno 811 specie. Tutti, però, ipotizzavano anche una altra cosa. Molte famiglie animali erano (e sono) troppo poco studiate per fornirci proiezioni attendibili sul loro futuro. Questo significa che molte più specie potrebbero già aver imboccato la lenta e irreversibile china dell’estinzione. 

La ricostruzione paleontologica recente è stata fondamentale per confermare l’ipotesi di una estinzione di massa. Ed ha fornito due importanti lezioni.  

Barnovksy dimostrò che effettivamente la biodiversità globale va estinguendosi ad una velocità superiore a quella che possiamo dedurre dagli ultimi 4 miliardi e mezzo di anni. Il nostro presente è piuttosto simile ai cinque massivi show-down della presenza biologica sulla Terra, le cosiddette Big Five Extinctions. Eppure, non bisogna farsi ingannare da considerazioni massimaliste: è vero che il 99% di tutte le specie mai apparse sul nostro Pianeta è ormai andato, ma la fisiologica estinzione delle specie è sempre stata bilanciata dall’emergere di nuove forme di vita. 

Ecco, quindi, la seconda lezione. Quando si cerca di capire perché e come le specie si estinguono, è saggio prestare molta attenzione a quante nuove specie compaiono sullo sfondo dell’evoluzione degli organismi. Da un punto di vista paleontologico, infatti, una maggiore velocità di estinzione coincide con un netto calo dei tassi di origine di nuove specie. La bilancia biologica pende tutta a favore della scomparsa degli organismi.

Ma quel che conta davvero è che, finita l’emergenza, la vita possa riprendere il suo corso. Una estinzione di massa ha un doppio volto: stermina la maggior parte di quello che è in circolazione, avvicinando allo zero la nascita di nuove specie. All’ecatombe segue però una riorganizzazione ecologica. L’evoluzione di animali e piante ricomincia a macinare novità, perché è rimasto abbastanza materiale genetico per riprendere il filo della storia da dove era stato interrotto. 

Di fatto, le comparazioni paleontologiche dei primi anni Duemila hanno aperto la porta ad una piena comprensione del significato della perdita di habitat in tutto il mondo. Non è importante solo mantenere un certo numero di specie. Ma anche, e forse soprattutto, il “metabolismo genetico” di queste specie.


Entrare nella sesta estinzione di massa

Ripercorrere le origini della sesta estinzione di massa chiama all’appello la storia umana moderna, non solo l’ecologia. Il XXI secolo si apre con la consapevolezza che i processi di estinzione delle specie animali sono inscritti nella storia delle nazioni, degli Stati e delle culture umane. 

Le stime paleontologiche di Barnovsky fissano il tasso di perdita di vertebrati durante il Novecento superiore di un ordine di grandezza di 114 rispetto al normale tasso di estinzione di sfondo.

È un fenomeno storico-ecologico globale: “l’evidenza che i recenti tassi di estinzione sono senza precedenti nella storia umana, e assolutamente inusuali nella stessa storia della Terra, è incontrovertibile”. 

È successo qualcosa a noi. Non soltanto ad animali e foreste.

L’intera modernità è implicata: “la perdita di habitat, il cambiamento climatico, l’ipersfruttamento per ottenere vantaggi economici dalla natura sono interrelati con le dimensioni raggiunte dalla popolazione umana e dalla crescita economica, che favorisce il consumo, specialmente tra i ricchi, e le diseguaglianze economiche”, scrivono Gerardo Ceballos e Paul Ehrlich insieme a Rodolfo Dirzo. 

Il crollo nella disponibilità di habitat selvaggi (più o meno integri) e le progressive certezze sull’importanza di proteggere i meccanismi evolutivi delle specie portano con sé dilemmi che sfuggono all’ambito protetto dell’ecologia. Quanti animali dovremmo salvare? Di quanti animali ha bisogno il Pianeta? Quanti animali sono compatibili con la civiltà umana? E dove dovremmo metterli?


Ecologia storica

La biologia della conservazione esce dagli anni Novanta con una convinzione in frantumi. Non è sufficiente stabilire una soglia minima per una popolazione animale, dentro un contesto giuridicamente protetto. Contano enormemente anche le funzioni ecologiche espresse dalle singole specie, e da ogni specie insieme alle altre in un habitat condiviso. 

Non esiste quindi un target assoluto sul numero di animali che non possiamo permetterci di perdere per sempre. Bisogna ragionare per ecosistemi. 

Questo metodo, inaugurato al principio degli anni Duemila, ha cambiato il paradigma ecologico. Essenzialmente perché fa affidamento sulla ricostruzione storica. Raccogliere informazioni su come era un habitat secoli fa aiuta a contestualizzare la perdita di popolazioni, perché contribuisce a ricostruire un punto di osservazione del comportamento delle specie in quella regione. A tracciare, cioè, la “variabilità naturale” degli spazi occupati dagli animali, e la densità delle popolazioni. La cosiddetta “ecologia storica” è estremamente utile, infine, perché è un ottimo metodo per avere a disposizione alcuni “proxy”, cioè indicatori precisi dei cambiamenti ambientali subiti da un intero paesaggio e dai suoi animali. 

Il profilo storico di un ecosistema non è certo semplice da descrivere. E non è univoco. Come ricorda sempre, giustamente, Erle Ellis, pioniere degli studi sull’Antropocene, “gli esseri umani plasmano l’aspetto della natura terrestre da 12mila anni. Ancora una volta è l’ecologia tropicale a dirci come stanno le cose. La “natura intatta prima del disturbo umano” è una fantasia: “un crescente numero di analisi archeo-botaniche, zoo-archeologiche e paleo-ecologiche, e genetiche, hanno dimostrato l’esistenza storica di diverse economie (…) che emersero nelle foreste tropicali durante l’Olocene. Questo ebbe impatti di lungo periodo sulla composizione e la struttura degli ecosistemi all’interno e attorno le foreste tropicali”.

Eppure, l’ecologia storica ha il grande merito di meglio contestualizzare anche il concetto di “capacità di carico” degli habitat protetti. Ossia, dei parchi nazionali. “Molta della conservazione è place-based (ndr, costruita su singoli luoghi), cioè focalizzata sui parchi nazionali o su altre tipologie di aree protette. In questi casi, “la conservazione di una specie può riguardare in via primaria il luogo”, scriveva Eric W. Sanderson nel 2006 su BioScience. “Gli amministratori fissano un target di popolazione stimando ad esempio quanti individui di una certa specie possono saturare un’area senza che la popolazione stessa superi i limiti del parco protetto. Negli USA le popolazioni nei parchi nazionali vengono sostanzialmente gestite secondo questo criterio”. E ciò nonostante “il problema è che la maggior parte dei parchi sono troppo piccoli per contenere popolazioni di specie che si muovono su grandi distanze”. 

Questi studi, più eclettici di quelli sulla ricchezza di specie promossi dalla biologia della conservazione negli anni ’80, si muovono tutti, senza eccezione, in una unica direzione. Mostrano i limiti evidenti dei parchi nazionali. Un discorso che vale dappertutto, negli Stati Uniti così come in Africa e in Asia. 

I limiti di spazio sono clamorosi nel caso dei megavertebrati. Ossia i mammiferi di media e grossa taglia. L’emorragia di mammiferi è una minaccia globale alla tenuta delle foreste tropicali. La defaunazione dei mammiferi nei tropici ha raggiunto una intensità critica, a causa della pressione della caccia di sussistenza. 

A questo proposito, uno studio molto citato pubblicato nel 2019 da Plos Biology ha stimato nelle foreste tropicali “un declino medio nell’abbondanza dei mammiferi del 13%, che va oltre il 27% per le specie di media grandezza e supera il 40% per i grandi mammiferi”. In sintesi, “si può inferire che le popolazioni di mammiferi sono parzialmente defaunizzate nel 50% delle aree ricoperte di foreste tropicali, cioè una estensione di 14 milioni di chilometri quadrati. Il declino maggiore (70%) è in Africa occidentale”. Gli autori hanno esaminato una documentazione risalente al 1980, per poi risalire sino al 2017. 

Un altro comune denominatore di questi problemi è che finora c’è stata anche una eccessiva enfasi sulle specie prese singolarmente.

Annichilimento biologico

Nel 2017 Gerardo Ceballos, Paul Ehrlich e Rodolfo Dirzo hanno riscritto la cornice entro cui interpretare la sesta estinzione di massa. Insieme, traevano nuove conclusioni dall’epocale studio firmato da Dirzo e uscito su Science nel 2014: “Defaunation in Anthropocene”. C’è qualcosa di più pervasivo dell’estinzione conclamata di una specie. È l’annichilamento biologico lento e progressivo di tutte le popolazioni che compongono una specie. 

“L’attenzione esclusiva sulle estinzioni delle specie, che è certamente un aspetto fondamentale del ritmo di estinzioni contemporanee, conduce ciò nonostante ad una generale, controproducente impressione che i biota della Terra non siano sotto minaccia immediata. E che, invece, stiano entrando lentamente in una fase di massiccia perdita di biodiversità”.

La defaunazione del Pianeta, al contrario, è già conclamata: “questa lettura dei dati trascura i trend attuali di declino delle popolazioni animali, e la loro estinzione. Il volume delle popolazioni in caduta numerica e il restringimento dei loro habitat si somma alla enorme erosione della biodiversità causata dagli esseri umani”. 

Questo è il motivo per cui la sesta estinzione di massa è in corso. Il Pianeta, letteralmente, si svuota di specie animali molto prima che la Red List della IUCN classifichi una specie come “estinta allo stato naturale”. Il focus sulla defaunazione delle popolazioni mette definitivamente a tacere anche gli “ambientalisti scettici”, i ricercatori critici della classificazione delle specie della Red List. Sfruttando le difficoltà implicite nel definire estinta per sempre una specie questo gruppo di accademici contestava all’ecologia dell’estinzione i suoi risultati come “catastrofisti e manipolatori”. 

Ceballos, Ehrlich e Dirzo hanno riportato l’ago della bussola sulla centralità del processo storico. La sesta estinzione non è un fenomeno eclatante, puntiforme, isolato. È un evento che permea questa epoca attraversandola e condizionandola. Il preludio della scomparsa definitiva di una specie contiene più indizi, sintomi e danni irreparabili del possibile punto di approdo dell’intero processo.

L’umanità ha quindi attorno a sé “l’estirpazione e la decimazione” degli organismi animali. L’analisi della riduzione nell’habitat originario di 27.600 specie di vertebrati lascia comprendere che tra il 1900 e il 2015 sono state perse 177 specie di mammiferi. “Il 32% delle specie di vertebrati è in diminuzione, il che significa che diminuisce il numero di individui delle popolazioni e lo spazio che occupano”. 

Ecco come si presenta dunque il nostro Pianeta oggi: “almeno il 50% degli individui animali che una volta popolavano la Terra non esiste più, ossia miliardi di popolazioni animali”. 


Integrità biologica 

Gli studi di popolazione del Gruppo di Stanford (Rodolfo Dirzo si occupa di defaunazione nelle foreste tropicali dai primi anni ’80) sono la sintesi di riflessioni che, più o meno in sordina, circolano da trent’anni nel mondo accademico. Solo che adesso la gravità della situazione, enfatizzata dall’intensificarsi degli eventi climatici estremi, ha spinto in superficie evidenze scientifiche che per moltissimo tempo sono state tenute timidamente in sordina. 

Ecco dunque che sui paper di maggior impatto balzano le dinamiche evolutive. Il significato sociale e politico di queste ricerche è stato finora troppo dirompente per fare breccia nel discorso pubblico. E sui giornali.

Occorre coraggio per porre sotto la lente di ingrandimento il numero di popolazioni animali rimaste. Vuol dire osare discutere di integrità biologica ed ecologica. La demografia, infatti, racchiude l’etologia, l’etologia dipende dalle dinamiche evolutive e tutti e tre questi fattori si combinano per far funzionare il “metabolismo ecologico” tra animali e ambiente. 

E un sano “metabolismo ecologico” (circolo dei nutrienti attraverso il bilanciamento tra erbivori, carnivori ed onnivori, riproduzione di alberi e piante grazie alla dispersione dei semi garantita dai frugivori, stoccaggio di carbonio nella vegetazione) è l’espressione finale della diversità di specie di un habitat. La cosiddetta diversità filogenetica.

Ma su un Pianeta popolato da 8 miliardi di esseri umani, che cosa significa che dovremmo preoccuparci di preservare la variabilità genetica di milioni di specie?

Nel 2001 la Proceedings Academic of Science (Pnas) degli Stati Uniti organizzò un seminario speciale (COLLOQUIUM) per mettere a confronto vari pareri, di illustri conservazionisti, sul futuro dell’evoluzione. Norman Myers di Oxford e Andrew Knoll di Harvard avevano già allora le idee molto chiare sulla posta in gioco. Le tre pagine del loro intervento, pubblicate nel maggio dello stesso anno, sono un documento eccezionale della lungimiranza di questi due scienziati. Soprattutto perché tre quarti dello studio sono domande aperte. Dettate dall’angoscia per il futuro.

“A dispetto della nostra impossibilità nel predire i prodotti finali dell’evoluzione – ossia le traiettorie delle future morfologie degli animali o le innovazioni della loro futura fisiologia – possiamo comunque stilare stime sensate sui processi evolutivi, su come cioè essi subiranno gli effetti del depauperamento della diversità biologica. L’esito finale delle estinzioni che incombono andrà di gran lunga al di là delle distruzioni ambientali cui assistiamo oggi. Non meno importante sarà infatti l’alterazione dei processi evolutivi stessi”. 

Alcune di queste alterazioni Myers e Knoll potevano immaginarle: “la frammentazione dei range delle specie, con la conseguente distruzione del flusso di geni; il declino numerico all’interno delle popolazioni, con l’impoverimento delle riserve di geni; gli scambi biologici di specie a seguito dell’introduzione di alcune specie, o addirittura di interi biota, in nuove aree”. 

Allo stato delle cose, dovremmo anche rassegnarci alla “fine della speciazione dei grandi vertebrati”. Infatti, “anche le nostre più grandi aree sotto protezione si riveleranno troppo piccole per una ulteriore speciazione di elefanti, rinoceronti, scimmie, orsi e grandi felini (…). Potranno la biodiversità e gli esseri umani prosperare in un mondo in cui la maggior parte della diversità biologica sarà confinata in parchi e riserve relativamente piccoli?”. 

Simili interrogativi ne presuppongono altri ancora più terribili: “dovremmo accontentarci solo di proteggere stock di specie il più numerosi possibili? O dovremmo, invece, concentrarci sul salvaguardare i processi evolutivi a rischio? (…) La domanda è dunque se dovremmo tentare di preservare lo status quo evolutivo proteggendo precisi fenotipi di talune specie o se non dovremmo preferire mantenere linee filogenetiche in grado di esprimere in futuro adattamenti evolutivi persistenti, che a loro volta condurranno a nuove specie”. 

L’esempio proposto è scioccante. Nei secoli passati l’elefante africano (Loxodonta africana) ha conservato la sua variabilità genetica spostandosi su enormi distanze. Ma oggi gli elefanti rimasti sopravvivono in popolazioni talmente frammentate che il flusso di geni è interrotto. Gli elefanti sono cioè già “sotto i numeri minimi per mantenere aperta la possibilità della speciazione”. E allora: dovremmo abbandonare gli elefanti al loro destino?

Alla chiusura di quel simposio, fu purtroppo chiaro agli ecologi presenti che capire la sesta estinzione di massa significava anche constatare l’insufficienza dell’etica e della morale moderna dinanzi a dilemmi di coscienza che mai l’uomo si è trovato ad affrontare. 

“Chi dovrebbe prendere simili decisioni?” Si chiedeva Paul Ehrlich al termine del COLLOQUIUM. “A quali valori dovremmo far riferimento?”. 


“Faunal intactness”

Nel 2016 la IUCN mette a punto uno standard globale “per la identificazione delle aree strategiche di biodiversità”. Tra i 4 criteri prescelti per definire una regione di fondamentale valore ecologico spicca la integrità ecologica. 

Secondo Andrew Plumptre questa caratteristica è decisamente la più importante tra le altre fissate dalla IUCN. Per almeno un paio di motivi. Intanto, è strumentale a capire la relazione tra lo stato di una foresta e il bisogno di protezione delle intere comunità di specie che ospita. L’integrità ecologica (il criterio C della metodologia internazionale IUCN) permette di riformulare il tanto controverso concetto di “wilderness” o “natura selvaggia”. Non poco, se pensiamo che da un secolo l’argine contro l’estinzione delle specie animali è proprio la conservazione degli habitat originari e selvaggi. 

Plumptre, in definitiva, ha piazzato al centro di qualunque altra valutazione sulle conseguenze della sesta estinzione la “interezza faunistica” delle eco-regioni del mondo. Uscito allo scoperto nel 2019 su Frontiers, Plumptre ha di fatto scritto il capitolo integrativo del pionieristico lavoro di documentazione del Gruppo di Stanford sulla defaunazione. 

Il ragionamento di Plumptre non fa una piega. “Il criterio C per le aree strategiche di biodiversità incorpora deliberatamente sia la interezza faunistica che l’integrità biotica”. Ossia “aree completamente intatte dal punto di vista naturalistico, con un minimo di disturbo antropogenico post-industriale, abbastanza estese da ospitare la maggior parte dei processi ecologici su vasta scala (…), compresi i predatori altamente mobili e gli erbivori che lungo tutta la loro vita influiscono sulla struttura della vegetazione”. 

Ormai, il 77% delle terre emerse (escluso l’Antartide) e l’87% degli oceani sono stati modificati dagli effetti diretti delle attività umane. È l’impronta ecologica umana (human footprint) sulle specie animali e sulle terre selvagge del Pianeta.

Plumptre ritiene che concentrarsi solo sulla estinzione delle terre ancora selvagge non basti. Una foresta può essere folta e molto estesa fotografata dal satellite. Ma ormai vuota delle serie complete di specie animali che la rendono una foresta ecologicamente viva e pulsante. 

“Gli sforzi di conservazione dovrebbero avere come obiettivo-target le poche regioni rimaste al mondo che rappresentano esempi eccezionali di integrità ecologica (…) dovrebbero anche puntare alla restaurazione di questa stessa integrità ecologica su una porzione più vasta di mondo”.

Meglio chiedersi, allora: dove possiamo ancora trovare comunità animali ecologicamente intatte?


Nuovi obiettivi per arginare l’estinzione

Plumptre propone dunque “il primo censimento della interezza faunistica (faunal intactness)”. Ebbene, “solo il 2.9% della superficie terrestre può essere considerata faunisticamente intatta”. E tuttavia, “re-introducendo 1-5 specie” questa percentuale potrebbe salire al 20% del Pianeta. 

Il criterio C della IUCN fornisce già tutto quello di cui abbiamo bisogno per procedere in questa direzione, almeno dal punto di vista della metodologia scientifica. Una regione strategica deve avere aree intatte “che comprendono la composizione e l’abbondanza delle specie native e delle loro interazioni”. Queste specie sono gli animali che ci aspetteremmo di trovare in un certo luogo, sulla scorta della documentazione storica risalente a prima della espansione globale della industrializzazione. 

Una regione “wilderness”, dunque, non è disabitata. Non mette al bando di principio gli esseri umani. È una regione estesa su almeno 10mila chilometri quadrati che non è stata però convertita all’agricoltura estensiva moderna e non ha subito l’impatto delle industrie negli ultimi 5 secoli.

Certo, ammette Plumptre, gli esseri umani hanno influito per migliaia di anni sulla distribuzione di moltissime specie. Ma, come riconosce la IUCN nella sua Red List, è dal 1500 che questa ingerenza si fa così invadente da riorganizzare la biodiversità della maggior parte del Pianeta, orientando la bussola della storia verso la sesta estinzione di massa. 

L’integrità faunistica è un indicatore di un altro aspetto cruciale nella protezione della natura in una epoca di estinzione di massa. Bisogna tenere in massimo conto il declino del ruolo funzionale di singole specie come risultato dell’influenza umana.

“Là dove le specie sono scese al di sotto della diversità funzionale in un sito, importanti interazioni biotiche non potranno più completare il loro ruolo ecologico (…) conducendo ad una perdita di integrità funzionale, anche se quelle specie non sono sono state ancora completamente estirpate”. 


La diversità filogenetica

Jedediha Brodie è un promettente e brillante ricercatore che insegna ecologia alla Missoula University, nel Montana. Ha iniziato la sua carriera studiando le foreste del sud est asiatico le cui faune sono state decimate, oltre che dalla deforestazione, dalla caccia per la carne selvatica. Brodie è quindi un esperto di bushmeat, uno dei dilemmi ecologici più pressanti e controversi della nostra epoca. Ma proprio per questo ha visto da vicino che cosa succede quando la biodiversità scompare a macchia di leopardo.

Brodie è riuscito a centrare tutto ciò che c’è sapere oggi per capire che cosa è la sesta estinzione.  

“La perdita di specie riduce anche la quantità accumulata di ciò che resta della storia evolutiva all’interno delle comunità animali, ossia la nostra eredità bio-diversa”, ha scritto Brodie quest’anno sulla PNAS. Ad estinguersi, dunque, non sono solo le specie che se ne vanno. È anche la diversità filogenetica, ossia la sintesi cumulativa delle differenti storie evolutive scritte dentro ciascuna specie. 

Tutte le specie di un certo paesaggio esprimono inoltre la “diversità funzionale”: ognuna di loro ha un ruolo che contribuisce a mantenere vivo l’ecosistema. A far circolare i nutrienti, a rinnovare la vegetazione, a regolare l’equilibrio tra carnivori ed erbivori. 

L’approccio di Brodie è innovativo. A suo parere finora ci si è concentrati troppo sul calcolo del numero di specie, sperando di dimostrare che se in una area protetta le specie sono numerose allora le cose vanno bene. Ma i meccanismi ecologici sono molto più sofisticati e molto più sensibili ad ogni tipo di disturbo inflitto dall’uomo. Caccia, bracconaggio, trappole, taglio di alberi ad alto fusto hanno un potere di rifrazione gigantesco in un habitat.

I dati raccolti da Brodie confermano le pessime notizie degli ultimi anni. Gli habitat cancellati hanno un impatto sui mammiferi di 25 volte superiore rispetto al cambiamento climatico. E la caccia (più o meno di sussistenza) fa peggio dell’aumento delle temperature di un ordine grandezza di 28 volte.

La conclusione è facilmente intuibile: “la diversità filogenetica ha un immenso valore intrinseco, perché è una misura fondamentale della biodiversità, probabilmente, anzi, la migliore delle misure. Di conseguenza, la protezione della diversità filogenetica è un obiettivo primario della conservazione”. 


Colonizzazione assistita contro l’estinzione

Brodie è convinto che la Convenzione sulla Biodiversità (CBD) dovrebbe prendere molto più serio le minacce che incombono e fare mente locale sulla rapidità del cambiamento climatico. Viviamo già in tempi estremi. Insieme a Kent H. Redford (che nel 1991 coniò il termine “foresta vuota” con uno studio pionieristico sull’Amazzonia) e a James Watson (della University of Queensland, in Australia, autore delle mappe più dettagliate al mondo sulle terre selvagge), Brodie ha affidato a Science la sua proposta più provocatoria: la CBD deve includere la colonizzazione assistita nel prossimo accordo internazionale sulla natura. 

Si tratterebbe di spostare alcuni individui di specie a rischio in un habitat fuori del loro home range originario. In un futuro ormai alle porte, infatti, almeno un terzo delle specie potrebbe “avere un rischio correlato al clima”. La prima risposta a uno stress ambientale è il movimento. Ma molti organismi “potrebbero avere bisogno di aree-rifugio al di fuori dei loro attuali e storici luoghi di insediamento”. 

La translocazione per dare inizio a nuove popolazioni è una strategia piuttosto diffusa. Casi eclatanti sono i leoni e i rinoceronti del Sudafrica spostati ad Akagera, in Rwanda. Ma incontra anche molti oppositori. Il rischio di trasferire anche zoonosi o patogeni letali per gli animali endemici c’è sempre. 

Brodie e i suoi colleghi ritengono tuttavia che la colonizzazione assistita sia la migliore opzione per ottenere popolazioni in grado di resistere e persistere in habitat da cui la frammentazione delle aree protette avrebbe tagliato fuori le specie coinvolte.

La vera controversia riguarderebbe piuttosto il modo in cui si intende l’area di insediamento di una specie, “intrinsecamente statica o invece dinamica”. Soltanto la Convenzione è nella posizione giuridica per definire una regolamentazione internazionale, che funzioni da ponte anche per gli inevitabili negoziati politici. Spostare una popolazione animale potrebbe voler dire insediarla in uno Stato sovrano diverso da quello di origine.

Colonizzazione o no, anche questa via d’azione riporta in auge la questione di vecchia data dei parchi transfrontalieri, come il Kgalagadi o il Kavango Zambesi in Africa, che oggi sono una rarità. E che però sono il giro di volta della questione: enormi, interregionali, ricchi di habitat misti e diversificati. Nel lessico diplomatico della conservazione, però, transfrontaliero significa “più spazio per gli animali”. E lo spazio è ciò che scarseggia su un Pianeta sovraffollato di umani. 

È vero che nel 2019 la IUCN ha riconosciuto “il ruolo delle popolazioni animali al di fuori dei loro range storici come risultato della colonizzazione assistita”. Ma Brodie e i suoi colleghi sanno che serve qualcosa di decisamente più ardito: “la CBD dovrebbe considerare di espandere l’applicazione del termine neo-nativo, che fu all’inizio suggerito per specie che colonizzavano spontaneamente nuove aree in risposta al cambiamento climatico, per includervi, oggi, specie traslocate”. 

Mettendo da parte tutte le preoccupazioni sulle specie invasive. 


Il cerchio si chiude

Il lungo viaggio per capire che cosa è la sesta estinzione di massa termina su risposte che, in qualche modo, abbiamo tra le mani da 30 anni. La conservazione delle specie si fonda sull’assunto base che bisogna proteggere sia la quantità che la qualità di animali e piante di un certo ecosistema. Per ottenere questo obiettivo macro-ecologico, è indispensabile garantire che, come disse Eric W. Sanderson nel 2001, “gli animali facciano gli animali”.

Frase ironica che sottintende qualcosa di molto semplice: le comunità animali devono funzionare dal punto di vista evolutivo. La vita stessa è giunta fin qui perché è cambiata senza sosta. Preservarne le dinamiche è lo scopo di qualunque politica ambientale che si pretenda tale.

Ma non dobbiamo ingannarci sullo stato del Pianeta nel XXI secolo. I parchi nazionali sono pochi, e isolati. La nostra iper-demografia richiede reti di strade e concentrati di infrastrutture che tagliano a puzzle le aree protette ricche di animali, e di alberi. La Terra si restringe. Non possiamo proteggerla mantenendo così come sono le regole del gioco.

Evoluzione e civiltà sono in conflitto. E in attesa che emerga un pensiero capace di condensare le evidenze scientifiche con le pretese culturali di noi Sapiens, non resta che leggere la sesta estinzione di massa nella storia della nostra stessa specie. E di questa epoca che sull’annichilamento degli animali abbiamo edificato: l’Antropocene.


La sesta estinzione e l’Antropocene

Lo scorso autunno alcuni autori hanno proposto di considerare l’Antropocene come evento geologico, e non come una epoca. Quello che ormai i media chiamano Antropocene racchiude infatti uno spettro molto ampio di “pratiche culturali umane di tipo trasformativo”. Che durano da millenni.

L’Antropocene è quindi “un evento geologico che si è protratto nel tempo”, nonostante tutti gli sforzi di fissare una data precisa (e un indicatore stratigrafico) del suo inizio. Gli esseri umani non alterano la biodiversità a partire dal 1945, con la Grande Accelerazione. Lo hanno fatto a intermittenza per migliaia di anni, anche quando non progettavano di cooptare intere specie a proprio vantaggio. 

Conosciamo un lungo elenco di attività umane i cui effetti sul sistema terrestre valicano i confini temporali di una data, un giorno, una epoca storica: la deforestazione, l’industrializzazione, il colonialismo. E “la dispersione delle specie condotta sotto assistenza umana, ossia la omogeneizzazione della biodiversità della Terra”. 

La conclusione di queste valutazioni eco-geologiche è molto importante per capire bene che cosa è la sesta estinzione di massa. E come si colloca nelle vicende millenarie della civiltà umana.

“Gli impatti umani sulla superficie della Terra sono diacronici” e “definire l’Antropocene come un evento lo pone accanto alle grandi trasformazioni del sistema terrestre”. Questo perché “la relazione stessa tra gli uomini e l’ambiente è diacronica”.

Siamo dunque una eccezione nella storia della vita di questo Pianeta? No. Altre forme di vita hanno fatto cose fuori scala, di portata millenaria. Ad esempio i cianobatteri, protagonisti del “grande evento di ossidazione” occorso tra i 2.4 e i 2.1 miliardi di anni fa. L’ossigeno prodotto dai cianobatteri, nel corso di milioni di anni, ha consentito agli organismi multicellulari di spostarsi sulle terre emerse e di innescare la portentosa evoluzione dei regni animale e vegetale. 

Le nostre gesta, dagli esiti così distruttivi da farci discutere, oggi, di estinzione di massa causata dall’uomo, sono dunque inscritte nei meccanismi di funzionamento ed evoluzione del Pianeta, e di alcuni dei suoi organismi. Perciò, “la comprensione scientifica del cambiamento ambientale globale richiede una analisi dei processi su scale temporali e spaziali multiple”. Questo non scagiona le responsabilità enormi di Homo sapiens nel collasso della biodiversità. 

Gli studi più avanzati sull’Antropocene confermano il bisogno urgente di un “ecologismo umanista”, come lo chiama Telmo Pievani.

“L’approccio isocrono all’Antropocene (ndr, l’Antropocene è una epoca con una sua connotazione stratigrafica netta) rappresenta inevitabilmente gli esseri umani come una forza globale omogenea”. Ma, di fatto, l’apporto dei diversi gruppi sociali e delle diverse culture alla evoluzione eco-culturale dell’Antropocene è stato molteplice, non lineare, ed estremamente variegato. 

La sesta estinzione di massa è la manifestazione globale di una impresa collettiva della nostra specie, ma è anche la somma di situazioni storiche diversissime. Il declino catastrofico delle specie animali è un fenomeno di cui osserviamo oggi le ultime propaggini. Ma per elaborare quella posizione morale di cui c’è urgente bisogno serve qualcosa di più di un tribunale dell’inquisizione per Homo sapiens. 

Dobbiamo anche essere consapevoli che la proposta (già molto controversa) di destinare ad area protetta il 30% del Pianeta entro il 2030 potrebbe non essere sufficiente, vista la rapidità del cambiamento climatico.

Sarebbe davvero utile recintare nuove riserve mentre piante e animali sono in movimento a causa delle temperature? “Entro metà secolo (2050) più della metà della superficie terrestre avrà caratteristiche climatiche pertinenti ad una eco-regione diversa rispetto ad oggi. Quella che attualmente è una foresta molto folta potrebbe diventare una radura aperta con alberi a legno duro. Una prateria trasformarsi in un deserto”. 

Un secolo fa, il nascente movimento ecologista esercitò abbastanza influenza politica da motivare la “recinzione” di aree speciali per la fauna selvatica, nel Nord America e in Africa. Bene, oggi, questa visione non è più adeguata. Neppure per coloro che ancora considerano imprescindibile destinare porzioni speciali di territorio alla sola natura.

Il problema è sempre lo stesso. Lo spazio. Ne serve una quantità enorme perché le dinamiche evolutive proteggano la biodiversità dall’accelerare della sesta estinzione.

Una ricostruzione paleo-culturale il più dettagliata possibile può essere di grande aiuto. Per rimettere i Sapiens al loro posto nella storia della vita conferendo così una nuova dignità ecologica ed evolutiva a loro, e alle specie animali con cui condividono il proprio destino. 

In questa prospettiva, le dinamiche evolutive rientrano spontaneamente nel discorso complessivo sul futuro della biodiversità. Perché la biodiversità stessa non è più un addendo della civiltà industriale, da riposizionare con un trattato giuridico che la confina nei parchi nazionali. È il mondo intero. 


Elisabetta Corrà

Fonte: Traking Extinction - 16.12.2021