Non si tratta soltanto di miniere a cielo aperto, di petrolio o di grandi dighe. L’estrattivismo è un modello economico e politico che riduce la natura a riserva di materie prime, da sfruttare all’infinito per alimentare la crescita, a qualunque costo sociale e ambientale.

Con rigore e chiarezza, Anna Bednik mostra come questa logica non appartenga solo al Sud del mondo ma sia ormai globale: governi, imprese e istituzioni finanziarie la promuovono come strada inevitabile verso lo “sviluppo”, mentre intere comunità si mobilitano per difendere i propri territori e immaginare alternative. Dalle Ande all’Africa, dall’Asia all’Europa, il libro coniuga inchiesta e riflessione critica per svelare i meccanismi dell’estrattivismo e le sue conseguenze devastanti: distruzione ecologica, violenze, nuove forme di colonialismo. Ma allo stesso tempo restituisce voce a chi resiste, offrendo strumenti per pensare un futuro diverso.

Un testo fondamentale per comprendere le radici della crisi ecologica e sociale del nostro tempo, e per riconoscere che la lotta contro l’estrattivismo è anche una lotta per la democrazia e la giustizia.

Nota editoriale



RECENSIONE

L'estrattivismo come logica materiale e fonte di conflitto

Queste sono le parole con cui Anna Bednik apre il suo libro, prendendole in prestito da Lino Pizzolon, attivista anti-minerario della Patagonia argentina, che le pronunciò al Forum mondiale alternativo dell’acqua nel 2012. L’estrattivismo non descrive solo un insieme di attività tecniche finalizzate all’estrazione di materie prime; esso designa una configurazione di potere e un rapporto sociale di dominio che riduce la Terra a un deposito di merci.

È su questa premessa radicale che prende forma il libro di Anna Bednik, Estrattivismo (Orthotes, 2025): un’analisi che, attraverso racconti autobiografici e riflessioni globali, traccia l’evoluzione di un modello che va oltre la singola miniera. L’autrice non ci offre un semplice inventario della devastazione ambientale, ma pone tutti e tutte davanti a uno specchio: l’estrattivismo non è altrove, è la logica stessa che modella il nostro presente in molte più forme e attraverso più pratiche di quelle che solitamente riconosciamo.

L’estrattivismo è quindi un insieme di tecniche e rapporti di forza che si nutrono di una condizione di invisibilizzazione strutturale, rendendo chi guarda cieco. In che modo? Qual è la configurazione di potere che non vediamo? Questo viene da chiedersi già dopo i primi capitoli della Bednik. La riflessione che il testo ci impone riguarda la natura stessa del “produrre” e dello “sviluppo” (Benegiamo, 2021). L’estrattivismo, prima ancora di essere una pratica industriale, è una macchina di oggettivazione: trasforma il vivente in risorsa, il territorio in spazio geometrico svuotabile e la complessità degli ecosistemi in flussi e logistica del capitale (Gago & Mezzadra, 2017). Questa visione del mondo produce una scissione tra l’esistenza dei territori e la loro utilità per il mercato, rendendo invisibili i legami biologici e sociali che non rientrano nel bilancio aziendale.

Come sottolinea Roberto Cantoni nella prefazione al volume, questa cecità si affianca a una verità biofisica ineludibile che «l’economia non è circolare, è entropica», sempre. Produrre l’estrattivismo significa dunque produrre un degrado progressivo e irreversibile, mascherato da progresso, che consuma le basi stesse della riproduzione della vita per alimentare dei processi metabolici sempre più voraci. Il testo, originariamente scritto in lingua francese e tradotto in italiano da Roberto Cantoni, propone una genealogia della categoria di estrattivismo, analizzandone l’evoluzione, il radicamento progressivo e la pervasività. Bednik inoltre sceglie di dare voce a chi lotta e resiste, dimostrando come i conflitti e le opposizioni territoriali non siano un semplice sottoprodotto o un effetto collaterale, ma parte integrante e costituente per comprendere questo processo.

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Estrattivismo, di Anna Bednik, Orthotes, 2025