Il nostro è un tempo in cui ormai tutto si è estetizzato, dalla politica alla vita quotidiana filtrata dai social e data in pasto ai follower, di modo che possano prima invidiarci per poi subito provare a emularci. Ogni nostra esperienza deve essere a misura dell’immagine di noi stessi che vogliamo dare: i ristoranti in cui andiamo, le case che abitiamo, gli oggetti che possediamo sono costruiti per restituirci un’atmosfera che diventa parte integrante del nostro essere, e che contribuisce in larga misura a definirlo.

Siamo immersi in qualcosa che identifichiamo come realtà, ma che di fatto è irreale, completamente anestetizzata, fatta di spazi architettonici sapientemente costruiti per farci sentire al sicuro, protetti dalle ingiustizie e dalla violenza che invece sono sempre piú presenti attorno a noi. È l’evoluzione estetica del capitalismo, guidata dall’imperativo morale per cui ciò che è bello deve essere anche buono e giusto. Un’evoluzione che è andata di pari passo con la sparizione del futuro come orizzonte di conflitto e cambiamento. E le città sono il laboratorio privilegiato attraverso cui osservare questa mutazione.

Dai nuovi quartieri pensati a misura di miliardari, sempre piú simili ad asettici rendering, alle scritte sui muri che si trasformano in murales finanziati dalla fondazione bancaria; dai parchi in cui spariscono le panchine o si trasformano per non permettere di sdraiarsi o per diventare attrazioni turistiche, ai centri storici ormai svuotati dei loro abitanti. Per arrivare alle periferie, che sono sempre luoghi orrendi, pericolosi e abitati da barbari; e che vanno civilizzate magari con un bel design district. Giovanni Semi ci mostra, in queste pagine caustiche e precise, quello che sta succedendo alle nostre città (e quindi al nostro mondo), che non sono piú nostre ma di chi le usa come bancomat. E ci spiega perché ciò che è bello per alcuni, per pochi, non è per niente buono e giusto per tutti gli altri.

Nota editoriale


«In tutto il mondo è in corso un processo di riduzione degli spazi pubblici, con tecnologie di controllo sempre più raffinate e invisibili, legittimate da retoriche di difesa della comunità contro minacce terroristiche diffuse». Giovanni Semi



RECENSIONE

Il libro descrive una società in cui l’immagine ha progressivamente sostituito altre forme di rappresentazione della realtà. Le esperienze quotidiane vengono costruite e consumate anche in funzione della loro capacità di essere raccontate e mostrate. Case, oggetti, locali e quartieri diventano elementi di una scenografia permanente che contribuisce a definire status sociale e appartenenza. Secondo Semi, questa trasformazione ha accompagnato un cambiamento più profondo: la progressiva scomparsa del futuro come spazio di conflitto, immaginazione e cambiamento collettivo. Le città diventano così il luogo privilegiato per osservare tale mutazione.
[...] Più che una denuncia, quello di Semi – che da anni studia trasformazioni urbane, migrazioni e mutamenti sociali – è un esercizio di smontaggio critico. Attraverso esempi concreti e una scrittura tagliente, il sociologo mostra come il “bello” sia diventato una categoria politica ed economica capace di ridefinire città, relazioni sociali e diritti. Il risultato è una lettura che va oltre l’urbanistica. È un’indagine sul presente e sui meccanismi con cui il capitalismo contemporaneo costruisce consenso, desiderio e appartenenza. E che pone una domanda difficile da eludere: chi decide cosa è bello e, soprattutto, chi resta fuori da quella definizione?  (Redazione di Our Future)


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È il capitalismo, bellezza! L'estetica all'assalto delle città, di Giovanni Semi, Einaudi, 2026