Che cosa succede quando un sistema economico fonda il proprio funzionamento sulla consapevolezza che le risorse del pianeta non sono infinite? È da questa domanda che parte Arnaud Orain, economista e storico francese, nel suo nuovo saggio: La confisca del mondo. Un libro ambizioso, che attraversa cinque secoli di storia per delineare le forme di un capitalismo che ha sempre saputo – o temuto – che il mondo fosse finito, limitato, chiuso. Orain definisce questo modello «capitalismo della finitudine»: un sistema che non si basa sull’espansione illimitata, ma sulla predazione, sulla corsa all’accaparramento e al controllo delle sempre piú scarse risorse del pianeta.

Dal colonialismo europeo tra Cinque e Settecento all’imperialismo novecentesco, fino alla competizione globale contemporanea per le materie prime, i corridoi energetici, le infrastrutture digitali e persino lo spazio, il libro ricostruisce come la consapevolezza della «fine» abbia generato dinamiche sempre piú aggressive e monopolistiche. Ne esce un affresco inquietante e lucido, in cui il mercato non è mai davvero libero, ma intrecciato a forme di potere politico, militare e tecnologico che mirano alla cattura degli ultimi spazi ancora disponibili. Orain rilegge in chiave storica le trasformazioni del capitalismo attuale, mostrando come la fine dell’abbondanza coincida con una nuova epoca di conflitti per la gestione del limite. La confisca del mondo è un saggio dall’orizzonte ampio, che ci rivela le logiche profonde che governano il presente e prefigurano il futuro dell’economia globale.

Nota editoriale



"Per scrivere questo libro, volevo uscire da una dicotomia che circola un po' ovunque, sia nel grande pubblico che nella letteratura accademica, ovvero quella che contrappone da un lato il liberalismo economico e dall'altro l'intervento dello Stato. Penso che questa dicotomia abbia fatto il suo tempo, in altre parole che il suo potere euristico sia giunto al termine. Le contrappongo un'altra dicotomia, con da un lato un mondo aperto e portatore di una promessa - “liberale” in un certo senso - di arricchimento generalizzato (sia per gli Stati, sia per le imprese private, sia per gli individui) e illimitato, e dall'altro un'ideologia che ci spiega il contrario: che il mondo è finito, che le risorse naturali sono limitate, così come le esportazioni mondiali, per cui l'arricchimento di tutti appare a sua volta limitato, se non impossibile. Il mondo è quindi concepito come una torta che non può crescere di dimensioni, per cui tutto ciò che si può guadagnare ora sarà sottratto a qualcun altro, cioè confiscato da attori che si arrogeranno la possibilità di monopolizzare risorse, rotte marittime, porzioni di oceano, spazio, cyberspazio, ecc. E tutto questo a scapito di un universo competitivo.
[...]
Concepisco ciò che chiamo «capitalismo della finitudine» in modo ciclico e, se mi riferisco ad esempio a uno dei suoi periodi, che va dalla fine del XIX secolo alla metà del XX, si crede ancora nel progresso. Ciò non impedisce già, in quel momento, a un certo numero di élite economiche e militari di ritenere urgente appropriarsi di territori e risorse: da qui la seconda ondata di colonizzazione, che per la Francia viene chiamata «secondo impero coloniale». E al giorno d'oggi, le aziende tecnologiche credono possibile far progredire, se non le scienze, almeno le tecniche. Ma l'idea di un progresso per l'intera popolazione, in altre parole l'idea di un'abbondanza generalizzata, è completamente scollegata dal capitalismo della finitudine. L'aumento del tenore di vita per tutti, a lungo sostenuto dalle Nazioni Unite o dall'Organizzazione mondiale del commercio, non sembra più seriamente ipotizzabile."

Arnaud Orain 

(estratto da un'intervista pubblicata su philosophie magazine - 04.02.2025)



La confisca del mondo. Storia del capitalismo della finitudine, di Arnaud Orain, Einaudi, 2026