In questo interessante articolo scritto dal fisico Erald Kolasi su Monthly Review viene scientificamente analizzata la questione economica ed ecologica globale su base quantitativa, oltre che meramente qualitativa.

Innanzitutto, a differenza di quanto venga percepito intuitivamente – ed erroneamente – dal senso comune, il problema centrale dell’economia non risiede affatto nel concetto di scarsità. Nonostante sia vero che l’abbondanza delle risorse naturali imponga dei limiti stringenti che non possono essere aggirati (principio di conservazione della massa e dell’energia), la maggior parte delle scarsità economiche che regolano le nostre vite sono sociali ed artificiali. Infatti, domanda e offerta non sono affatto osservabili fisiche o forze naturali! Esse sono realtà artificiali stabilite da un ambiente sociale interattivo che coinvolge governi, aziende, istituzioni e classi. In altre parole, esse sono semplicemente dei costrutti nati per rispondere alla domanda: Chi prende cosa?

Sfortunatamente, in un regime capitalista tale scarsità artificiale è innalzata al rango di realtà sociale. Ciò avviene perché le economie umane sono sistemi dinamici alimentati da flussi di energia, ed il loro buon funzionamento richiede la presenza di stabilità quando immerse in un ambiente incerto. Se le instabilità ecologiche rendono difficile per un’economia continuare a raccogliere energia, allora quell’economia è suscettibile al collasso, anche se molta energia e risorse rimangono disponibili al consumo. A causa della pandemia da coronavirus, l’economia globale sta sperimentando il peggior cataclisma dalla Seconda Guerra Mondiale non perché vi sia assenza di risorse, ma perché meccanismi di feedback caotici tra la Natura e la società hanno il potere di destabilizzare cicli di attività economica. Ergo, il problema centrale dell’economia non è rappresentato dalla scarsità, bensì dalla stabilità del flusso di beni e risorse ed, in particolar modo, dalla stabilità delle ecozone che agiscono come riserva primaria di energia. L’obiettivo principale di qualsiasi sistema economico dovrebbe dunque essere quello di assicurare la stabilità e la sostenibilità indipendentemente dalle perturbazioni naturali esterne, che hanno da sempre giocato un ruolo dominante nello sviluppo della storia umana.

Nonostante il concetto di stabilità sia più o meno noto a tutti, è bene chiarirne la sua applicazione fisica alla società. Il termine stabilità assume senso fisico riferito alle vicende sociali solo all’interno del concetto di equilibrio dinamico, il quale rappresenta un intervallo di consumi di energia (accettabili) da parte della civiltà umana che le permette di funzionare senza trasgredire i limiti energetici planetari. Ovviamente, nessuna società riuscirebbe mai a mantenere costanti i propri tassi di consumo di energia in epoche differenti, ed ecco perché vedere la stabilità come un equilibrio dinamico vincolato dalle risorse naturali offre alla civiltà più equilibrio e flessibilità mentre cerca di coesistere con il mondo naturale. Le economie assorbono energia dal mondo naturale e ne convertono una parte per alimentare i loro cicli di produzione, distribuzione e consumo. Un sistema ecologico necessita di dare la priorità alla stabilità dei flussi di energia che sostengono tali cicli economici produttivi. Ciò implica primariamente di stabilizzare i tassi di conversione dell’energia e dei consumi. La frazione del consumo totale che una civiltà converte in forme utilizzabili di energia è definita come l’efficienza energetica aggregata. Dal momento che tale efficienza energetica aggregata non varia apprezzabilmente all’aumento del consumo di energia da parte delle economie, gran parte di quel consumo di energia extra viene sprecato e dissipato (spesso nocivamente) nell’ambiente. Tali perdite energetiche hanno profondamente riorganizzato l’ecosfera del nostro pianeta negli ultimi due secoli di capitalismo al punto che l’intensificarsi dei disturbi ecologici è diventato una grave minaccia per la stabilità dei flussi energetici che alimentano i nostri sistemi economici.

 Ecco che diventa impellente dunque un cambio di paradigma. Il superamento del capitalismo richiederà non solo tassi più bassi di consumo di energia da parte delle economie avanzate del mondo industrializzato, ma anche un cambiamento radicale del modo in cui comprendiamo lo scopo dell’attività economica, l’affrancarsi dall’attuale ossessione per la crescita – misurata attualmente in termini di prodotto interno lordo – ed una maggiore attenzione alla stabilità energetica. La crisi ecologica è in gran parte un prodotto di persone, paesi e aziende molto ricchi che sfruttano le risorse del pianeta per il proprio guadagno economico. Il capitalismo dipende dal degrado ecologico perché ha bisogno di estrarre rapidamente grandi quantità di risorse naturali, fabbricare i prodotti corrispondenti e poi mercificare il surplus risultante nei mercati globali. I capitalisti non possono ridurre rapidamente i loro metodi di produzione e distribuzione ad alta intensità energetica senza minacciare i propri tassi di profitto. Poiché non ci si può aspettare che questo nesso di corruzione ripulisca la propria sporcizia, dobbiamo rivolgerci a qualcosa che possa farlo. Lo Stato è l’unica istituzione sociale abbastanza potente da frenare e limitare i modi economici del capitalismo ad alta intensità energetica. Dunque: quale dovrebbe essere il ruolo dello Stato in una società ecologica?

La sintesi neoclassica stabilita alla fine del ventesimo secolo implica che i governi possono occasionalmente intervenire per fissare problemi transitori causati dalle attività del mercato, ma che i mercati sistemeranno le cose solo nel “lungo termine”. Tuttavia, anche adottando le teorie miopi ed idealizzate neoclassiche alcuni risultati risalenti agli anni ‘70 mostrano che l’equilibrio generale a cui punterebbero i mercati nel lungo termine non è mai né stabile né unico. Lo Stato, inoltre, non protegge meramente la proprietà privata ma esso può crearla attivamente. Negli anni ‘30, al picco della Grande Depressione, il governo statunitense vietò alle società di manipolare i prezzi delle proprie azioni, il che fece sì che la maggior parte delle società smettesse di acquistare le proprie azioni come un modo per evitare accuse di manipolazione. Ma nel 1982, dopo che il crollo del regime del New Deal ha permesso a Ronald Reagan di ottenere il potere, il governo ha improvvisamente dimenticato le lezioni del passato ed ha sostanzialmente rivisto i regolamenti precedenti. Il risultato prevedibile è stato che le società hanno iniziato a versare ingenti somme di denaro nelle loro azioni, incrementandone il valore con scarsa (o nulla) considerazione per le prestazioni effettive. Tale esempio dimostra che lo Stato fornisce vincoli importanti dall’alto verso il basso sull’attività economica, e quindi esercita un’enorme influenza sui cicli di produzione e distribuzione. Di fatti, il concetto di “mercato libero” è in gran parte un’astrazione perché, in pratica, tutti i governi hanno un forte impatto sulle dinamiche del mercato.

I capitalisti (ri)corrono allo Stato quando hanno bisogno di denaro e favori ma, per il resto, le loro interazioni con i governi si limitano, nel migliore dei casi, all’accertarsi che le loro operazioni siano legittime. Inoltre, non esiste nulla che terrorizzi l’ortodossia neoliberista regnante più dello spettro della nazionalizzazione, il trasferimento di beni dalla proprietà privata a quella pubblica. Quando gli economisti liberali e conservatori criticano la nazionalizzazione, sono prevalentemente ossessionati dal concetto di efficienza. Tale concetto nebuloso non ha una definizione universalmente accettata e diversi studi di ricerca si concentrano su vari aspetti del termine. Per i gruppi economici dominanti, l’obiettivo principale è abbassare i costi di produzione come un possibile metodo per aumentare la redditività. In generale, qualsiasi risultato che aumenti i profitti è considerato efficiente. Per molti economisti, l’efficienza ha più a che fare con l’allocazione ottimale delle risorse, in modo tale che nessuna nuova allocazione può avvenire senza danneggiare qualcun altro (la cosiddetta ottimalità di Pareto), un criterio progettato per favorire lo status quo (a volte corrotto), che in effetti costituisce un diritto alla disuguaglianza. Il capitalismo stesso ha la tendenza a centralizzare la pianificazione economica nelle mani di poche potenti corporazioni, che poi controllano la distribuzione delle risorse per altri individui ed altre società. Un esempio contemporaneo è Amazon, che stabilisce i prezzi attraverso la pianificazione centrale per miliardi di merci diverse. I prezzi, dunque, non rappresentano indicatori innocenti della domanda e dell’offerta, o segnali imparziali sullo stato fisico dell’economia. I prezzi funzionano più come quantificatori simbolici del potere sociale, mediato da lotte di classe, monopoli, oligopoli e rivalità istituzionali. Studi scientifici globali sulla relativa efficienza della nazionalizzazione rispetto alla privatizzazione hanno prodotto risultati contrastanti. Un importante studio sull’ondata di privatizzazioni britanniche negli anni ‘80 non ha rivelato alcuna prova sistematica che le società private fossero più efficienti delle società pubbliche che avevano sostituito. Gli autori hanno concluso che “è difficile sostenere in modo inequivocabile l’ipotesi che la proprietà privata sia preferibile alla nazionalizzazione per motivi di efficienza”. Un altro importante studio sulla privatizzazione delle banche indiane ha concluso che le banche pubbliche avevano una maggiore efficienza produttiva di quelle private. Le argomentazioni basate sul concetto di efficienza contro la nazionalizzazione sono quindi fortemente discutibili, specialmente dal punto di vista di un sistema ecologico, che ha bisogno che lo Stato abbia un controllo diretto sulle leve di produzione e distribuzione come mezzo per modulare i flussi di energia connessi all’economia.

Su tali premesse e considerazioni Erald Kolasi propone un nuovo modello: lo Stato Ecologico. Lo Stato Ecologico non può essere disaccoppiato da una società ecologica. Nel loro fondamentale lavoro del 1997, A History of World Agriculture, gli scienziati Marcel Mazoyer e Laurence Roudart hanno coniato il termine valenza ecologica o ecovalenza per descrivere la capacità di una specie di massimizzare la propria densità di popolazione in ambienti diversi. Alcuni organismi, come i batteri, sono in grado di vivere in ecosistemi sia a loro favorevoli che inospitali. Dunque i batteri possiedono un alto livello di ecovalenza. Altri organismi richiedono invece ambienti molto più specifici e sono dunque caratterizzati da una bassa ecovalenza. Erald Kolasi ridefinisce l’ecovalenza in chiave sociale come la capacità di sostenere o aumentare i flussi biofisici in risposta alle interruzioni esterne nelle ecozone circostanti. Nel contesto degli animali selvatici, l’ecovalenza potrebbe essere una misura della loro adattabilità quando interagiscono con la civiltà umana. In tale contesto, l’ecovalenza rappresenta per la civiltà stessa l’obiettivo centrale: la protezione del nostro modo di vivere di fronte alle caotiche instabilità naturali. Lo stesso Kolasi introduce il termine valerismo per catturare questa nuova prospettiva ecologica. Il valerismo è una combinazione di valenza e rigenerazione. La valenza è connessa alla raccolta di modalità di gruppo stabili che mantengono attività economiche sostenibili mentre la rigenerazione è basata sull’idea che le attività sociali dovrebbero nutrire e rigenerare il mondo naturale e, dunque, non sfruttarlo per obiettivi a breve termine. Il valerismo risulta quindi compatibile con alcune forme di socialismo e altri movimenti democratici focalizzati sulla creazione di una relazione reciproca tra la civiltà umana ed il mondo naturale.

L’obiettivo centrale dello Stato valerista è il perseguimento della stabilità macroenergetica, che rende il sistema valeristico molto diverso dal capitalismo. In questo contesto, il concetto di stabilità implica che la produzione ed il consumo stiano cambiando e fluttuando attorno ad un equilibrio energetico predefinito. L’equilibrio stesso potrebbe essere definito dalle condizioni locali, riflettendo la confluenza di fattori sociali e politici che dominano in una particolare economia. Sebbene la crescita possa certamente verificarsi in un sistema valeristico, la crescita stessa non sarebbe mai il principio organizzativo dell’economia. Per superare la crisi ecologica e per evitare che un’altra si ripeta a causa dell’attività umana, un’economia valerista deve imporre limiti all’uso e al consumo di energia aggregata. Questi limiti potrebbero anche essere associati a vincoli sul consumo di materiali e sulla produzione di merci. Per essere pragmatici e quantitativi, si consideri il consumo di energia su base pro capite giornaliera. Il tasso di consumo globale medio attuale si aggira attorno a circa 50.000 kilocalorie, chi più chi meno. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno un tasso di consumo medio di circa 200.000 kilocalorie mentre molte altre economie occidentali sono generalmente al di sotto del dato statunitense (≈ 150.000 kilocalorie). Valori di consumo come questi, se fossero generalizzati e non rispecchiassero una media statistica, avrebbero già portato la civiltà umana alla catastrofe. Al contrario, un paese come l’India, il secondo più grande al mondo in termini di popolazione, aveva un tasso di consumo di circa 20.000 kilocalorie nel 2019. Per tracciare una prospettiva storica su questi numeri, si consideri che i cacciatori e raccoglitori dopo l’invenzione del fuoco avevano un tasso di consumo di circa 4.000 kilocalorie mentre l’Impero Romano, al suo apice, potrebbe aver raggiunto un tasso medio di circa 10.000 kilocalorie. La riduzione delle emissioni di carbonio e l’aumento dell’efficienza del carburante sono fondamentali, ma il riscaldamento globale non è il nostro unico problema ecologico. Affrontare la crisi ecologica in modo olistico significa che dovremmo concentrarci sul controllo dell’uso e del consumo di energia, il tutto soddisfacendo i bisogni essenziali. Tuttavia, i controlli e i vincoli che dovremmo adottare possono variare a seconda del paese e del contesto storico che lo ha portato al momento attuale. Alcuni paesi devono ridurre drasticamente i consumi, mentre altri possono ancora continuare a consumare a ritmi più elevati per qualche altro anno. Dunque, in ogni società, è una buona idea stabilire un limite massimo di 70.000 kilocalorie per il tasso medio di consumo energetico. Questo limite sarebbe attivamente applicato attraverso vari decreti costituzionali e dovrebbe cambiare solo in caso di estrema emergenza sociale. Tale particolare dato è in linea con le raccomandazioni degli scienziati ecologisti, rappresenta un valore massimo ragionevole e realistico che aiuterebbe a ridurre l’impronta ecologica dell’umanità e ci consentirebbe comunque di conservare i risultati tecnologici più importanti del mondo moderno, come le aspettative di vita più elevate e il miglioramento dei livelli di istruzione. Molte società funzionanti si trovano già in questa fascia, o sono molto vicine ad essa; ad esempio, l’Italia ha un tasso di consumo medio di circa 70.000 kilocalorie mentre in Spagna è di circa 80.000.

In ogni caso, l’unico modo realistico per imporre questi vincoli energetici è avere un forte controllo pubblico e collettivo sui settori dominanti dell’economia. Un sistema valeristico consentirebbe comunque l’esistenza di mercati privati. In altre parole, sarebbe sempre possibile andare al mercato locale e mangiare nel proprio ristorante preferito. Tuttavia, per impedire alle grandi società di accumulare troppa ricchezza e potere, e per impedire che diventino divoratori di energia che minacciano la stabilità ecologica del pianeta, lo Stato dovrebbe essere direttamente coinvolto nella loro proprietà e amministrazione, che in molti casi implicherebbe un qualche tipo di nazionalizzazione. In tal modo, lo Stato valerista metterebbe anche un freno alle spietate tendenze del capitalismo moderno a saccheggiare le risorse naturali e mercificarle per grandi profitti nei mercati globali. In sintesi, le caratteristiche fondamentali del valerismo proposto da Kolasi come sistema economico sarebbero le seguenti: un tasso medio di consumo energetico pro capite compreso tra 30.000 e 70.000 kilocalorie, l’organizzazione della vita economica intorno al principio di stabilità invece che di crescita, controllo collettivo e democratico dell’estrazione e distribuzione delle risorse naturali ed un mercato dei cambi strettamente regolamentato in cui i privati possono cercare di ottenere profitti acquistando e vendendo determinati beni e servizi attraverso il consenso reciproco. Questo programma ci permetterebbe di muoverci verso una società più egualitaria e, al tempo stesso, faciliterebbe la sopravvivenza e la stabilità della civiltà industriale.



Giuseppe Cassone, ricercatore presso l'Istituto per i Processi Chimico-Fisici del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IPCF-CNR) di Messina.