Fonte: Monthly Review - 01.10.2005

Ricordiamo Paul Burkett (1956 - 2014), pubblicando questo articolo apparso su «Monthly Review» il 1 ottobre 2005, tradotto e pubblicato in Frattura metabolica e Antropocene. La distruzione capitalistica della natura (Smasher, 2023)*, la prima antologia di testi ecosocialisti comparsa nel nostro paese.

Ringraziamo l’Editrice Smasher per l’autorizzazione a pubblicare la traduzione.


 

Nei paesi capitalistici avanzati, i dibattiti sull'economia socialista si sono concentrati principalmente su questioni di informazione, incentivi ed efficienza nell'allocazione delle risorse. Questa attenzione al "calcolo socialista" riflette il contesto principalmente accademico di tali discussioni. Al contrario, per i movimenti anticapitalisti e i regimi post-rivoluzionari alla periferia del mondo capitalista, il socialismo inteso come forma di sviluppo umano è stato una delle principali preoccupazioni. Un esempio notevole è il lavoro di Ernesto "Che" Guevara su Man and Socialism in Cuba, nel quale confuta l'argomento che «il periodo della costruzione del socialismo ... sia caratterizzato dall'annullamento dell'individuo per il bene dello stato». Per il Che, la rivoluzione socialista è un processo in cui «un gran numero di persone si vanno sviluppando» e «le possibilità materiali dello sviluppo integrale di ciascuno dei suoi membri rendono il compito sempre più fruttuoso».[1]

Con l'aggravarsi della povertà e delle crisi ambientali del capitalismo globale, lo sviluppo umano sostenibile viene alla ribalta come la questione principale su cui tutti i socialisti del XXI secolo devono impegnarsi tanto al centro quanto alla periferia. Come sosterrò nel presente articolo, è proprio in questa prospettiva di evoluzione umana che la visione di Marx del comunismo o del socialismo (due termini che usava in modo intercambiabile) può tornare molto utile.[2]

Il suggerimento che il comunismo di Marx possa fare da guida alla lotta per forme di sviluppo umano più sane, sostenibili e liberatorie può sembrare paradossale alla luce delle varie critiche ecologiche che gli sono state rivolte e che sono diventate così di moda negli ultimi decenni. La visione di Marx è stata ritenuta ecologicamente insostenibile e non auspicabile a causa del presunto suo modo di considerare le condizioni naturali come effettivamente illimitate e per aver egli presuntamente abbracciato, sia sul piano pratico che etico, l'ottimismo tecnologico e l’idea del dominio umano sulla natura.

Il noto economista ecologico Herman Daly, ad esempio, sostiene che, per il «materialista determinista» Marx, «la crescita economica è cruciale perché fornisce quell’enorme abbondanza materiale che è la condizione oggettiva per l'emergere del nuovo uomo socialista. I limiti ambientali alla crescita sarebbero in contraddizione con la “necessità storica”​​...». Il problema, afferma il teorico di politica ambientale Robyn Eckersley, è che «Marx ha pienamente approvato i risultati “civilizzatori” e tecnici delle forze di produzione capitalistiche e ha fatto completamente sua la fede dell’età vittoriana nel progresso scientifico e tecnologico come mezzo con cui gli esseri umani potevano superare in astuzia e conquistare la natura». Con ogni evidenza Marx «vedeva costantemente la libertà umana come inversamente correlata alla dipendenza dell'umanità dalla natura». Lo studioso di questioni ambientali Victor Ferkiss afferma che «Marx, Engels e i loro seguaci moderni» condividevano un «culto virtuale per la tecnologia moderna», il che spiega perché «si siano uniti ai liberali nel rifiutarsi di criticare il fondamentale carattere tecnologico della società moderna». Un altro politologo ambientale, K.J. Walker, afferma che la visione di Marx della produzione comunista non riconosce nessuna «carenza di risorse naturali» effettiva o potenziale, assumendo implicitamente «che le risorse naturali siano effettivamente illimitate». Il filosofo ambientale Val Routley descrive la visione del comunismo di Marx come un anti-ecologico «paradiso automatizzato» di produzione e consumo ad alta intensità energetica «dannoso per l'ambiente», che «sembra derivare dal presupposto [di Marx] del dominio sulla natura».[3]

Un confronto con queste opinioni è importante non da ultimo perché sono diventate influenti anche tra i marxisti sensibili agli aspetti ecologici, molti dei quali hanno guardato a paradigmi non marxisti, in particolare a quello di Karl Polanyi, per trovare riferimenti ecologici ritenuti carenti nel marxismo. L’aver trascurato gli aspetti dello sviluppo umano ed ecologico presenti nella visione comunista di Marx si riflette anche nella decisione di alcuni marxisti di scommettere su un "rinverdimento" del capitalismo come alternativa pratica alla lotta per il socialismo.[4]

Interpreterò pertanto i vari abbozzi che fece Marx dell'economia e della società post-capitalista mostrando come siano incentrati sulla visione di uno sviluppo umano sostenibile. Poiché su questo argomento non ci sono disaccordi importanti tra Marx ed Engels, farò riferimento anche agli scritti di Engels e alle opere di Marx ed Engels, a seconda dei casi. Dopo aver mostrato quanta attenzione riservi Marx allo sviluppo umano nei suoi studi sulla proprietà comune e la produzione associata (non di mercato), farò emergere l'aspetto della sostenibilità di questi principi per rispondere alle più comuni critiche ecologiche rivolte alle considerazioni di Marx. Concluderò riconsiderando brevemente le connessioni tra la visione del comunismo di Marx e la sua analisi del capitalismo, concentrandomi su quella forma importante di sviluppo umano che è la lotta di classe.

1. Principi organizzativi fondamentali del comunismo di Marx

Una credenza diffusa vuole che Marx ed Engels, evitando ogni «speculazione sulle ... utopie socialiste», pensassero molto poco al sistema che doveva prendere il posto del capitalismo, e che il loro intero corpus di scritti su questo argomento sia rappresentato dalla «Critica del programma di Gotha, lunga poche pagine, e da poco altro».[5]

In realtà, riferimenti economici e politici a una società post-capitalista ricorrono in tutte le opere maggiori, e in molte delle minori, dei fondatori del marxismo, dai quali, nonostante la loro natura disorganica, si può facilmente ricavare una visione coerente fondata su una serie chiara di principi organizzativi. In Marx, la caratteristica fondamentale del comunismo è il suo superamento della separazione sociale dei produttori dalle necessarie condizioni di produzione. Questa nuova organizzazione sociale comporta una totale demercificazione della forza-lavoro insieme a una nuova serie di diritti ad una proprietà comune. La produzione comunista o «associata» è pianificata e gestita dai produttori e dalle comunità stesse, senza le strutture di classe del lavoro salariato, del mercato e dello stato. Marx spesso motiva e illustra queste basilari caratteristiche in termini dei mezzi primari e del fine della produzione associata: il libero sviluppo umano.


A. La nuova unità e la proprietà comune

Per Marx, il capitalismo implica la «dissociazione dell'unità primitiva che esisteva fra il lavoratore e i suoi mezzi di lavoro», mentre il comunismo «ristabilisce l’unità primitiva in una forma storica nuova». Il comunismo è il «rovesciamento storico» della «separazione delle condizioni del lavoro come potenze indipendenti rispetto al lavoro e ai lavoratori». Sotto il sistema capitalistico del lavoro salariato, «i mezzi di produzione occupano (i lavoratori)» sotto il comunismo, «in quanto soggetti, (i lavoratori) impiegano i mezzi di produzione ... per produrre ricchezza per se stessi».[6]

Questa nuova unione dei produttori e delle condizioni di produzione, come scrive Engels, «vuole liberare la forza-lavoro umana dalla sua posizione di merce». Naturalmente, una tale emancipazione, in cui gli operai intraprendono la produzione come «operai socializzati» (si veda sotto), «è possibile unicamente quando essi sono i proprietari delle condizioni della loro produzione». Questa proprietà operaia non implica tuttavia i diritti individuali di possesso e l’alienabilità che caratterizzano la proprietà capitalistica. Piuttosto, la proprietà comune dei lavoratori codifica e impone la nuova unione dei produttori collettivi e delle loro comunità con le condizioni di produzione. Di conseguenza, Marx descrive il comunismo come «la sostituzione della produzione capitalistica con la produzione cooperativa e la proprietà capitalista con una forma più alta del tipo arcaico di proprietà, cioè la proprietà comunista».[7]

Data l’unificazione con le condizioni di produzione, la proprietà comunista non ammette la proprietà privata individuale in quanto questa «esclude … la cooperazione, la divisione del lavoro all'interno degli stessi processi di produzione, la dominazione e la disciplina della natura da parte della società, il libero sviluppo delle forze produttive sociali». In altre parole, «il singolo lavoratore potrebbe non solo essere restituito come individuo alla proprietà delle condizioni di produzione separando la forza produttiva dallo sviluppo del lavoro [alienato] su larga scala». Come affermato ne L’ideologia tedesca, «l’appropriazione da parte dei proletari» è tale che «una massa di strumenti di produzione deve venire sussunta sotto ciascun individuo, e la proprietà sotto tutti. Le relazioni universali moderne non possono essere sussunte sotto gli individui altrimenti che con l’essere sussunte sotto tutti ... Con l'appropriazione delle forze produttive totali da parte degli individui uniti cessa la proprietà privata».[8]

Inoltre, data la previa socializzazione della produzione da parte del capitalismo, la proprietà "privata" dei mezzi di produzione è già un tipo di proprietà sociale, anche se il suo carattere sociale è di sfruttamento di classe. Dal carattere del capitale non come «potenza personale, [ma] sociale» ne consegue che quando «il capitale viene trasformato in proprietà comune, appartenente a tutti i membri della società, ciò non vuol dire che si trasformi una proprietà personale in proprietà sociale. Si trasforma soltanto il carattere sociale della proprietà. Esso perde il suo carattere di classe».[9]

La visione di Marx implica quindi una «ritrasformazione del capitale in proprietà dei produttori, non più però come proprietà privata di singoli produttori, ma come proprietà di essi in quanto associati, come proprietà sociale immediata». La proprietà comunista è collettiva proprio in quanto «le condizioni materiali di produzione sono proprietà collettiva degli operai stessi» nel loro insieme, non di individui particolari o sottogruppi di individui. Come afferma Engels: «Il singolo lavoratore diviene proprietario dell’abitazione, della cascina, degli strumenti di lavoro; … e … sarà difficile che ne conceda l’usufrutto a singoli o a società senza corresponsione delle spese». La pianificazione e amministrazione collettiva della produzione sociale richiede che, non solo i mezzi di produzione, ma anche la distribuzione del prodotto totale siano soggetti a un chiaro controllo sociale. Con la produzione associata, «a ciascuno può essere assicurato “l’intero provento del suo lavoro” … solo se [questa espressione] viene estesa in maniera tale che non significhi che il singolo lavoratore divenga ​​possessore dell’“intero provento del suo lavoro”, bensì che tutta la società composta da soli lavoratori divenga proprietaria del prodotto complessivo del loro lavoro, e che in parte lo ripartisca fra i suoi membri per il consumo, in parte l’impieghi per la ricostituzione e l’accrescimento dei mezzi di produzione, in parte, infine, lo accantoni quale fondo di riserva per la produzione e il consumo». Le ultime due «detrazioni dal “reddito integrale del lavoro” sono una necessità economica»; esse rappresentano «forme di pluslavoro e plusprodotto ... che sono comuni a tutti i modi sociali di produzione». Ulteriori detrazioni sono necessarie per le «spese generali d’amministrazione», per la «soddisfazione collettiva di bisogni, come scuole, istituzioni sanitarie ecc.» e per «un fondo per gli inabili al lavoro». Solo allora «arriviamo a quella … distribuzione di quella parte dei mezzi di consumo che viene ripartita fra i produttori individuali della comunità».[10]

Tuttavia, l'esplicita socializzazione delle condizioni e dei risultati della produzione da parte del comunismo non deve essere confusa con una completa assenza di diritti di proprietà individuale. Sebbene la proprietà comune «non ristabilisca la proprietà privata, ma invece la proprietà individuale fondata sulla conquista dell'era capitalistica, sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione». Marx afferma che «la proprietà aliena del capitalista ... può essere abolita solo convertendo la sua proprietà nella proprietà ... dell'individuo sociale associato». Suggerisce persino che il comunismo voglia «fare della proprietà privata individuale una verità trasformando i mezzi di produzione ... ora principalmente mezzi di asservimento e di sfruttamento del lavoro, in semplici strumenti di un lavoro libero e associato».[11]

Tali affermazioni sono spesso interpretate come semplici fronzoli retorici, ma diventano più comprensibili se viste nel contesto del prioritario imperativo del comunismo: il libero sviluppo dei singoli esseri umani come individui sociali. Marx ed Engels descrivono «la comunità dei proletari rivoluzionari» come una «associazione di individui ... che mette le condizioni del libero sviluppo e del libero movimento degli individui sotto il loro controllo, condizioni che finora erano lasciate al caso e che si erano rese autonome di contro ai singoli individui». Detto altrimenti, «la realizzazione universale dell'individuo cesserà di essere concepita come un ideale ... solo l’impulso universale che sollecita le capacità degli individui a svilupparsi realmente, sarà passato sotto il controllo degli individui come vogliono i comunisti». Nelle società fondate sullo sfruttamento di classe, «la libertà personale esisteva soltanto per gli individui che si erano sviluppati nelle condizioni della classe dominante», ma sotto la «comunità reale» del comunismo, «gli individui acquistano la loro libertà nella loro associazione e per mezzo di essa». Invece di ottenere opportunità di sviluppo individuale principalmente a spese di altri, come nelle società di classe, la futura «comunità» fornirà a «ciascun individuo … i mezzi per sviluppare in tutti i sensi le sue disposizioni; solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale».[12]

In breve, la proprietà comune è individuale nella misura in cui esprime la pretesa di ogni persona, come membro della società, di accedere alle condizioni e ai risultati della produzione come un passaggio per il suo sviluppo come individuo «totalmente sviluppato, per il quale differenti funzioni sociali sono modi di attività che si danno il cambio l’uno con l’altro». Solo in questo modo il comunismo può sostituire «la vecchia società borghese con le sue classi e coi suoi antagonismi di classe», con «un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti».[13]

Il modo più basilare in cui il comunismo di Marx promuove lo sviluppo umano individuale è di garantire il diritto dell'individuo ad una quota del prodotto totale per il suo consumo privato (al netto delle deduzioni sopra menzionate). Il Manifesto su questo punto è inequivocabile: «Il comunismo non toglie a nessuno la facoltà di appropriarsi dei prodotti sociali; toglie soltanto la facoltà di valersi di tale appropriazione per asservire il lavoro altrui». In questo senso, osserva Engels, «la proprietà sociale si estende alla terra e agli altri mezzi di produzione e la proprietà individuale ai prodotti, e quindi agli oggetti d’uso». Una descrizione equivalente della «comunità di individui liberi» è fornita nel primo libro del Capitale: «Il prodotto complessivo dell’associazione è prodotto sociale. Una parte serve a sua volta da mezzo di produzione. Rimane sociale. Ma un’altra parte viene consumata come mezzo di sussistenza dai membri dell’associazione».[14]

Tutto ciò, ovviamente, solleva la questione di come verrà determinata la distribuzione dei beni di consumo spettanti ai singoli lavoratori. Nel Capitale, Marx prevede che «il genere di tale distribuzione varierà col variare del genere particolare dello stesso organismo sociale di produzione e del corrispondente livello storico di sviluppo dei produttori». Quindi suggerisce («Solo per mantenere il parallelo con la produzione delle merci») che una possibilità sarebbe che «la partecipazione di ogni singolo produttore ai mezzi di sussistenza sia determinata dal suo tempo di lavoro». Nella Critica al Programma di Gotha, la concezione del tempo di lavoro come fattore determinante dei diritti di consumo individuale è meno ambigua, almeno «nella prima fase della società comunista, quale essa è uscita dopo lunghe doglie dalla società capitalistica». Qui, Marx prospetta apertamente che

il singolo produttore riceve [dalla società] – dopo le detrazioni – esattamente ciò che egli le dà. Ciò che egli ha dato alla società, è il suo quantum individuale di lavoro ... Il tempo di lavoro individuale del singolo produttore è la parte della giornata lavorativa sociale da lui fornita, la sua partecipazione alla giornata lavorativa sociale. Egli riceve dalla società uno scontrino da cui risulta che egli ha prestato tanto o tanto lavoro (dopo la detrazione del suo lavoro per i fondi comuni), e con questo scontrino egli ritira dal fondo sociale tanti mezzi di consumo quanti equivalgono al costo del lavoro corrisposto. Lo stesso quantum di lavoro che egli ha dato alla società in una forma, lo riceve in un’altra.

Il ragionamento che presiede all’idea del consumo basato sulla quantità di lavoro è che «la distribuzione dei mezzi di consumo è ogni volta soltanto conseguenza della distribuzione delle condizioni stesse di produzione».[15] Dato che le condizioni di produzione sono proprietà dei produttori, è logico che la distribuzione dei beni di consumo sarà legata al tempo di lavoro più strettamente di quanto non lo sia sotto il capitalismo, dove è il denaro a dominare. Questo standard del tempo di lavoro solleva importanti questioni sociali e tecniche che non possono essere affrontate qui, in particolare se e come i differenziali nell'intensità del lavoro, nelle condizioni di lavoro e nelle competenze dovrebbero essere misurati e compensati.[16]

Tuttavia, Marx sottolinea che, nella misura in cui lo standard del tempo di lavoro individuale si limita a codificare l'etica dello scambio equo indipendentemente dall’aspetto dello sviluppo individuale, è ancora infettato dall’«angusto orizzonte giuridico borghese». Marx quindi prosegue suggerendo che «in una fase più avanzata della società comunista», il soddisfacimento dei consumi individuali basato sul lavoro può e deve «essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: “Ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni!”». È in questa fase più elevata che il «modo di distribuzione [del comunismo consente] a tutti i membri della società di sviluppare, conservare ed esercitare le proprie capacità il più che sia possibile in tutte le direzioni». Qui, «il consumo individuale del lavoratore» diventa ciò che è «richiesto … dal pieno sviluppo della personalità».[17]

Anche nella fase iniziale del comunismo, i mezzi di sviluppo individuale assicurati dalla proprietà comune non sono limitati alle esigenze del consumo privato degli individui. Lo sviluppo umano trarrà vantaggio anche dall'espansione dei servizi sociali (istruzione, servizi sanitari, servizi pubblici e pensioni di vecchiaia) che sono finanziati dalle detrazioni dal prodotto totale prima della sua distribuzione tra gli individui. Quindi, «ciò che viene sottratto al producente in quanto individuo privato torna direttamente o indirettamente a suo vantaggio in quanto membro della società». Tale consumo sociale, secondo Marx, «aumenta sin dall’inizio notevolmente rispetto alla società attuale e aumenterà nella stessa misura in cui la nuova società si verrà sviluppando».[18]

Ad esempio, Marx prevede un'espansione delle «scuole tecniche (teoriche e pratiche) collegate alla scuola popolare». Egli prevede che «l’inevitabile conquista del potere politico da parte della classe operaia conquisterà anche all’istruzione tecnologica teorica e pratica il suo posto nelle scuole degli operai». Marx suggerisce persino che i membri più giovani della società comunista sperimenteranno un «legame precoce tra il lavoro produttivo e l'istruzione» – presumendo, ovviamente, «una severa regolamentazione del tempo di lavoro secondo le diverse fasce d’età e con altre misure precauzionali per la protezione dei fanciulli». L'idea di base qui è che «la composizione del personale operaio combinato con individui d’ambo i sessi e delle età più differenti, … non potrà … non rovesciarsi, in circostanze corrispondenti, in fonte di sviluppo di qualità umane». Un’altra funzione correlata all’istruzione teorica e pratica «nella Repubblica del Lavoro» sarà quella di «convertire la scienza da uno strumento di dominio di classe in una forza popolare», e quindi «trasformare gli stessi uomini di scienza da manutengoli del pregiudizio di classe, da parassiti dello Stato a caccia di posizioni, e da alleati del capitale, in liberi funzionari del pensiero».[19]

Insieme all'espansione del consumo sociale, la riduzione della giornata lavorativa da parte del comunismo faciliterà lo sviluppo umano dando agli individui più tempo libero in cui godere dei «vantaggi materiali e intellettuali ... dello sviluppo sociale». Il tempo libero è «parte di tempo conquistata per la libera attività mentale e sociale degli individui». Come tale, «free time, disposable time, tempo usa e getta, è la ricchezza stessa, sia per il godimento dei prodotti, sia per la free activity, che non è determinata, come il labour, dalla costrizione di uno scopo esteriore che bisogna adempiere, il cui adempimento è una necessità naturale o un dovere sociale». Di conseguenza, con il comunismo «la misura della ricchezza è data non più dal tempo di lavoro, ma dal disposable time». Tuttavia, poiché il lavoro è sempre, insieme alla natura, una «sostanza di ricchezza» fondamentale, il tempo di lavoro è una «misura importante del costo della produzione [della ricchezza] ... anche se il valore di scambio viene eliminato».[20]

Naturalmente, la società comunista attribuirà alcune responsabilità agli individui. Anche se il tempo libero si espanderà, gli individui avranno ancora la responsabilità di impegnarsi in un lavoro produttivo (comprese le attività di educazione dei figli e altre attività di assistenza) nella misura in cui sono fisicamente e mentalmente in grado di farlo. Nel capitalismo e nelle altre società di classe, «uno strato della società» può «allontanare da sé la necessità naturale del lavoro e addossarla ad un altro strato». Ma sotto il comunismo, «emancipato il lavoro, ogni uomo diviene un lavoratore, ed il lavoro produttivo cessa di essere l’attributo di una classe». Nel comunismo, lo sviluppo personale non è solo un diritto, ma anche una responsabilità. Quindi, «gli operai … nella loro propaganda comunista affermano che la vocazione, la determinazione, la missione di ciascun uomo è di svilupparsi sotto tutti i punti di vista, di sviluppare tutte le sue capacità, per esempio anche la capacità del pensiero».[21]

È importante riconoscere nella visione di Marx il legame bidirezionale tra lo sviluppo umano e le forze produttive. Questo legame non sorprende visto che Marx ha sempre trattato «lo stesso essere umano» come «la forza principale della produzione». E ha sempre visto «forze di produzione e i rapporti sociali» come due aspetti diversi «dello sviluppo dell'individuo sociale». Di conseguenza, il comunismo può rappresentare un'unione reale di tutti i singoli produttori con le condizioni di produzione solo se garantisce il diritto di ogni individuo di partecipare al meglio delle sue capacità all’uso cooperativo e allo sviluppo di queste condizioni. Il carattere altamente socializzato della produzione significa che «gli individui devono appropriarsi la totalità delle forze produttive esistenti non solo per arrivare alla loro manifestazione personale, ma semplicemente per assicurare la loro stessa esistenza». Per essere un veicolo efficace di sviluppo umano, questa appropriazione non deve ridurre gli individui a minuscoli ingranaggi intercambiabili in una gigantesca macchina di produzione collettiva che opera al di fuori del loro controllo nel perseguimento alienato della «produzione per la produzione». Al contrario, deve migliorare «lo sviluppo delle forze produttive umane» in grado di cogliere e controllare la produzione sociale a livello umano in linea con «lo sviluppo della ricchezza della natura umana come fine a se stessa». Sebbene «questa appropriazione [comunista abbia] … un carattere universale corrispondente alle forze produttive», promuove anche «lo sviluppo delle facoltà individuali corrispondenti agli strumenti materiali di produzione». Poiché questi strumenti «sono stati sviluppati fino a costituire una totalità ed ... [esistono] solo nell’ambito di relazioni universali», la loro effettiva appropriazione richiede «lo sviluppo di una totalità di facoltà degli individui stessi». In breve, «lo sviluppo genuino e libero degli individui» nel comunismo non solo è consentito ma contribuisce anche al «carattere universale dell'attività degli individui sulla base delle forze produttive esistenti».[22]


B. Produzione pianificata, non di mercato

Secondo Marx, un sistema gestito da produttori liberamente associati e dalle loro comunità, socialmente unito alle necessarie condizioni di produzione, esclude per definizione lo scambio di merci e il denaro come forme primarie di riproduzione sociale. Insieme alla demercificazione della forza lavoro si realizza una «produzione socializzata» in modo pianificato, in cui la «società» – e non capitalisti e lavoratori salariati che rispondono a dinamiche di mercato – «ripartisce forza-lavoro e mezzi di produzione nelle diverse branche». Di conseguenza, «il capitale monetario» (compreso il pagamento dei salari) «viene meno». Durante la fase iniziale del comunismo, «i produttori possono anche ricevere dei buoni di carta, mediante i quali prelevano dalle scorte sociali di consumo una quantità corrispondente al loro tempo di lavoro», ma «questi buoni non sono denaro. Essi non circolano». In altre parole, «la futura distribuzione dei mezzi di sussistenza» non può essere trattata «come una specie di salario più elevato».[23]

Per Marx, il dominio della produzione sociale da parte del mercato è specifico di una situazione in cui la produzione è effettuata in unità di produzione organizzate in modo indipendente sulla base della separazione sociale dei produttori dalle necessarie condizioni di produzione. Qui, il lavoro speso dalle imprese mutuamente autonome (capitali concorrenti, come li chiama Marx) può essere convalidato solo come parte della divisione riproduttiva del lavoro sociale ex post, in base ai prezzi che i loro prodotti assumono sul mercato. In breve, «le merci sono in modo immediato prodotti di singoli lavori privati indipendenti» e non possono «riferirsi l’una all’altra direttamente in quanto prodotti del lavoro sociale», quindi «mediante la propria alienazione nel processo dello scambio privato, devono confermarsi come lavoro sociale generale».[24]

Al contrario, il «tempo di lavoro comune ossia … [il] tempo di lavoro di individui direttamente associati ... è tempo di lavoro immediatamente sociale». E «dove il lavoro è in comune, i rapporti fra gli uomini nella loro produzione sociale non si rappresentano come “values” of “things”»:

All’interno della società collettivistica, basata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione, i produttori non scambiano i loro prodotti; tanto meno il lavoro trasformato in prodotti appare qui come valore di questi prodotti, come una proprietà reale da essi posseduta, poiché adesso, in contrapposizione alla società capitalistica, i lavori individuali esistono come parti costitutive del lavoro complessivo in modo immediato e non più in modo indiretto.[25]

I Grundrisse tracciano un contrasto più esteso tra la socializzazione indiretta, ossia ex post del lavoro come lavoro sociale sotto il capitalismo, e la socializzazione diretta, ossia ex ante del lavoro «sulla base dell'appropriazione e del controllo comuni dei mezzi di produzione»:

Il carattere comune della produzione farebbe sin dal principio del prodotto un prodotto comune, generale. Lo scambio che originariamente ha luogo nella produzione – il quale non sarebbe scambio di valori di scambio, ma di attività determinate da bisogni e da scopi comuni – comporterebbe sin da principio la partecipazione del singolo al mondo comune dei prodotti. Sulla base dei valori di scambio, il lavoro viene posto come generale solo mediante lo scambio. Su questa base [della produzione comune] esso sarebbe posto come tale prima dello scambio; ossia lo scambio di prodotti non sarebbe affatto il mezzo che media la partecipazione del singolo alla produzione generale. Una mediazione deve ovviamente aver luogo. Nel primo caso, che prende avvio dalla produzione autonoma dei singoli, – per quanto queste produzioni autonome si determinino e si modifichino post festum attraverso i loro rapporti reciproci, – la mediazione ha luogo attraverso lo scambio delle merci, il valore di scambio, il denaro ... Nel secondo caso il presupposto stesso è mediato; in altri termini viene presupposta una produzione comune, la comunità come fondamento della produzione. Il lavoro del singolo è posto sin da principio come lavoro sociale ... Non occorre che il prodotto venga prima commutato in una forma particolare per assumere un carattere generale per il singolo. Invece di una divisione del lavoro, che nello scambio di valori di scambio si genera necessariamente, si avrebbe un'organizzazione del lavoro che ha come conseguenza la partecipazione del singolo al consumo comune.[26]

Il carattere immediatamente sociale del lavoro e dei prodotti è quindi una conseguenza logica della nuova unione comunitaria tra i produttori e le necessarie condizioni di produzione. Questa disalienazione della produzione nega la necessità per i produttori di impegnarsi in scambi monetari come mezzo per stabilire un'allocazione riproduttiva del loro lavoro:

La necessità stessa di trasformare il prodotto o l’attività degli individui nella forma del valore di scambio, in denaro, il fatto solo che in questa forma materiale acquistano e attestano il loro potere sociale, dimostra due cose: 1) che gli individui producono ormai soltanto per la società e nella società; 2) che la loro produzione non è immediatamente sociale, non è the offspring of association, che ripartisce al suo interno il lavoro. Gli individui sono sussunti sotto la produzione sociale, la quale esiste come una fatalità esterna a essi; ma la produzione sociale non è sussunta sotto gli individui e non è da essi trattata come loro patrimonio comune.[27]

Che il superamento degli scambi di mercato e dell'alienazione dei lavoratori dalla produzione siano due aspetti dello stesso fenomeno spiega perché, in almeno un caso, Marx definisce il comunismo semplicemente come «dissoluzione del modo di produzione e della forma di società fondata sul valore di scambio. Il lavoro individuale posto realmente come lavoro sociale e viceversa». Il «lavoro immediatamente socializzato [del comunismo è] ... una forma di produzione diametralmente opposta alla produzione di merci».[28]

Come notato in precedenza, i dibattiti accademici sull'“economia del socialismo” hanno avuto la tendenza a concentrarsi su questioni tecniche di efficienza allocativa (il «calcolo socialista»). Gli stessi Marx ed Engels sostenevano spesso che l'economia post-capitalista avrebbe goduto di capacità di pianificazione e allocative superiori rispetto al capitalismo. Nel Capitale, Marx descrive la produzione «come prodotto di uomini liberamente uniti in società, sotto il loro controllo cosciente e condotto secondo un piano». Con i «mezzi di produzione comuni … spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale ... socialmente secondo un piano sociale, [che] regola l’esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni». Nella Guerra civile in Francia, Marx prevede che le «società cooperative riunite devono regolare la produzione nazionale secondo un piano comune, prendendola così sotto il proprio controllo, e ponendo fine alla costante anarchia e alle periodiche convulsioni che sono l’esito fatale della produzione capitalistica».[29]

Tuttavia, Marx ed Engels non hanno trattato l'allocazione pianificata delle risorse come il fattore fondamentale che distingue il comunismo dal capitalismo. Per loro, la caratteristica fondamentale del comunismo è la disalienazione delle condizioni di produzione nei confronti dei produttori e l'effetto abilitante che questa ritrovata unità avrebbe sul libero sviluppo umano. Detto in modo diverso, hanno trattato le capacità di pianificazione e allocative del comunismo come sintomi e strumenti degli impulsi evolutivi umani messi in moto dalla nuova comunità dei produttori e dalle loro condizioni di esistenza. La de-mercificazione della produzione da parte del comunismo è, come discusso sopra, il rovescio della medaglia della disalienazione delle condizioni di produzione. La pianificazione della produzione è solo la forma allocativa di questo ridotto arresto della crescita delle capacità umane a causa delle loro condizioni materiali e sociali di esistenza. Come dice Marx, lo scambio di merci è solo «la connessione spontaneamente naturale di individui all'interno di determinati e angustamente limitati rapporti di produzione» e «l’estraneità e l’autonomia in cui la connessione esiste ancora rispetto agli individui, prova soltanto che essi sono ancora impegnati nella realizzazione delle condizioni della loro vita sociale, invece di averla iniziata a partire da tali condizioni». Quindi, il motivo per cui il comunismo è «una società organizzata per la cooperazione secondo un piano» non è per perseguire l'efficienza produttiva fine a se stessa, ma piuttosto «al fine di assicurare a tutti i membri della società i mezzi di sussistenza e alle loro capacità un libero sviluppo». Questa dimensione dello sviluppo umano aiuta anche a spiegare perché il «lavoro cooperativo ... sviluppato su dimensioni nazionali» nel comunismo non sia, nella proiezione di Marx, governato da alcun potere statale centralizzato; piuttosto, «il sistema inizia con l'autogoverno delle comunità». In questo senso, il comunismo può essere definito come «il popolo che agisce per se stesso da se stesso», o «il riassorbimento del potere dello Stato da parte della società, in quanto sue forze vitali invece che come forze che la controllano e la assoggettano».[30]

 

2. Comunismo, ecologia e sostenibilità in Marx

Molti hanno messo in dubbio la fattibilità economica del comunismo delineato Marx. Pochissimi hanno affrontato la dimensione dello sviluppo umano nella visione di Marx. Una delle principali eccezioni è rappresentata da quei critici che sostengono che egli leghi il libero sviluppo umano al dominio tecnologico e all'abuso della natura, considerando le risorse naturali come effettivamente illimitate. È utile affrontare tale aspetto ambientale a tre livelli: (1) la responsabilità del comunismo nel gestire l’uso delle condizioni naturali; (2) il significato ecologico dell’estensione del tempo libero; (3) la crescita della ricchezza e l'uso del tempo di lavoro come misura del costo di produzione.

A. Gestire i beni comuni in modo comunitario

Che la società comunista possa impegnarsi fortemente nel proteggere e preservare le condizioni naturali sembra sorprendente, dato il luogo comune secondo il quale Marx presumeva che le «risorse naturali» fossero «inesauribili», e non vedesse pertanto la necessità di «un socialismo ecologicamente consapevole che preservasse l'ambiente e aumentasse l’occupazione». Marx evidentemente supponeva che «le scarse risorse (petrolio, pesce, minerali di ferro, scorte o altro) ... non sarebbero state scarse» sotto il comunismo. La visione corrente vuole inoltre che la «fede nella capacità, da parte di un modo di produzione reso più efficiente, di sradicare una volta per tutte la scarsità» comporta il fatto che la sua visione comunista non fornisca «nessuna base per manifestare un qualche interesse per la liberazione della natura» dal «dominio anti-ecologico umano». Si suppone che l'ottimismo tecnologico di Marx – la sua «fede nella dialettica creativa» – escluda ogni preoccupazione sulla possibilità che «la tecnologia moderna, che interagisce con l'ambiente fisico del pianeta, possa perturbare l'intera base della moderna civiltà industriale».[31]

In realtà, Marx era profondamente preoccupato per la tendenza del capitalismo a minare «le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio». E ha ripetutamente sottolineato l'imperativo per la società post-capitalistica di gestire responsabilmente l’uso delle condizioni naturali. Questo aiuta a spiegare la sua insistenza sull'estensione della proprietà comune alla terra e ad altre «fonti di vita». In effetti, Marx ha fortemente criticato il Programma di Gotha per non aver mostrato, a tale proposito, «a sufficienza che il terreno è incluso nei mezzi di lavoro». Secondo Marx, «la socializzazione del fondo e del suolo, ... in una guisa razionale, mediata, e non più per virtù della servitù della gleba, del potere signorile e di una sciocca mistica della proprietà, restaura anche il rapporto morale dell'uomo con la terra, cessando la terra di essere oggetto di traffico». Come per altri mezzi di produzione, questo «bene comune» della terra «non implica il ristabilimento della vecchia proprietà comune primitiva, ma l’instaurazione di una forma molto più elevata, più sviluppata di proprietà comune».[32]

Marx non vede questa proprietà comune come un diritto a sovrasfruttare la terra e altre condizioni naturali al fine di soddisfare le esigenze di produzione e il consumo dei produttori associati. Invece, prevede un'eclissi delle nozioni capitalistiche di proprietà della terra per mezzo di un sistema comune di diritti e di responsabilità da parte di tutti:

Dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo. Anche un’intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive.[33]

L’ipotesi di Marx riguardo alla proprietà comune della terra chiaramente non connota un diritto dei “proprietari” (individui o società nel suo insieme) a un uso illimitato fondato sul “possesso”. Piuttosto, come tutta la proprietà comune nella ritrovata unità con le condizioni di produzione, essa conferisce il diritto di utilizzare responsabilmente la terra come condizione del libero sviluppo umano, e anzi come fonte fondamentale (insieme al lavoro) dell’intera gamma di necessità permanenti di vita richieste dalla catena delle generazioni successive. Come dice Marx, l'associazione tratta «la terra come eterna proprietà comune, come condizione inalienabile di esistenza e di riproduzione della catena delle generazioni umane che si avvicendano».[34]

Perché i critici ecologisti hanno perso di vista questo aspetto cruciale della visione di Marx? La risposta potrebbe risiedere nell'influenza continua dei modelli della cosiddetta «tragedia dei beni comuni», che identificano (erroneamente) la proprietà comune con un "accesso aperto" incontrollato alle risorse naturali da parte di utilizzatori indipendenti. In realtà, le dinamiche poste da questi modelli condividono più cose con l'anarchia della competizione capitalistica che con la visione di Marx dei diritti e delle responsabilità comuni riguardo all'uso delle condizioni naturali. In effetti, la capacità da parte dei tradizionali sistemi di proprietà comune di un utilizzo sostenibile di un certo insieme di risorse comuni è stata oggetto negli ultimi anni di un crescente lavoro di ricerca. Questa ricerca conferma la possibilità, nella società post-capitalistica, di una gestione ecologica delle condizioni naturali attraverso una loro proprietà comune.[35]

Il rilievo dato da Marx alla responsabilità della società futura nei confronti della terra discende dalla sua concezione di un'unità intrinseca dell'umanità e della natura che si realizza sia consapevolmente che socialmente col comunismo. Per Marx ed Engels, esseri umani e natura non sono «due “cose” separate», pertanto parlano di una umanità che ha «sempre di fronte a sé una natura storica e una storia naturale». Osservano come la natura extraumana sia stata notevolmente alterata dalla produzione e dallo sviluppo umano, tanto che la «natura che precede la storia umana ... oggi non esiste più», ma riconoscono anche la costante importanza dello «strumento di produzione naturale» usando il quale «gli individui sono sussunti sotto la natura». Il comunismo, lungi dallo spezzare o tentare di superare la necessaria unità di uomini e natura, rende questa unità più trasparente e la pone al servizio di uno sviluppo sostenibile degli individui come esseri naturali e sociali. Engels quindi vede la società futura come quella in cui le persone «non solo sentiranno, ma anche sapranno, di formare un’unità con la natura». Marx arriva al punto di definire il comunismo come «la compiuta consustanziazione dell'uomo con la natura».[36]

Naturalmente, sarà ancora necessario per la società comunista «lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni, per conservare e per riprodurre la sua vita». Marx si riferisce quindi ai «produttori associati [che] regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo». Una tale regolazione razionale in cui gli uomini «diventano coscienti ed effettivi padroni della natura» presume che i produttori «diventino padroni della loro propria organizzazione in società».[37] Ma non presume che l'umanità abbia superato tutti i limiti naturali; né che i produttori abbiano raggiunto il completo controllo tecnologico sulle forze naturali.

Ad esempio, Marx vede i produttori associati che accantonano una parte del prodotto in eccesso come un «fondo di riserva o di assicurazione contro infortuni, inconvenienti causati da eventi naturali ecc.» soprattutto in agricoltura. Le incertezze legate alle condizioni naturali di produzione («danni dovuti a eventi straordinari di natura, incendi, allagamenti ecc.») vanno affrontate attraverso «una costante sovrapproduzione relativa», cioè «produzione su scala più vasta di quanto non sarebbe necessario per la semplice sostituzione e riproduzione della ricchezza esistente». Più specificamente, dev’esserci «da un lato, una certa quantità di capitale fisso che produce più di quanto sia direttamente necessario; dall'altro, e soprattutto, una scorta di materie prime ecc., che superi gli immediati bisogni annui (ciò vale in particolare per i mezzi di sussistenza)». Marx prevede anche un “calcolo delle probabilità” che contribuisca a garantire che la società abbia «a disposizione i mezzi di produzione per compensare i danni straordinari, che incidenti e forze naturali arrecano».[38]

Ovviamente, «tale genere di sovrapproduzione equivale al controllo della società sui mezzi oggettivi della sua propria riproduzione» solo nel senso di una regolazione lungimirante degli scambi produttivi tra società e condizioni naturali incontrollabili. È in questo senso prudenziale che Marx prevede che i produttori associati regolino «fin dal principio la produzione in modo tale che l'approvvigionamento annuale di cereali dipenda solo in minima parte dai cambiamenti del clima. Il volume della produzione – l’approvvigionamento e la parte d’uso – verrà regolato razionalmente». Inoltre, «i produttori ... dovrebbero spendere una parte del loro lavoro o dei prodotti del loro lavoro per assicurare contro casi fortuiti ecc. i loro prodotti, la loro ricchezza o gli elementi di essa». Nella società capitalistica, al contrario, condizioni naturali incontrollabili conferiscono un inutile “elemento di anarchia” alla riproduzione sociale.[39]

Contraddicendo i loro critici ecologici, Marx ed Engels non identificano il libero sviluppo umano con un dominio o controllo unilaterale dell’uomo sulla natura. Secondo Engels,

La libertà non consiste nel sognare l'indipendenza dalle leggi della natura, ma nella conoscenza di queste leggi e nella possibilità, legata a questa conoscenza, di farle agire secondo un piano per un fine determinato. Ciò vale in riferimento tanto alle leggi della natura esterna, quanto a quelle che regolano l'esistenza fisica e spirituale dell’uomo stesso: due classi di leggi che possiamo separare l'una dall'altra tutt’al più nell’idea, ma non nella realtà. … La libertà consiste dunque nel dominio di noi stessi e della natura esterna fondato sulla conoscenza delle necessità naturali.

In breve, Marx and Engels immaginano una «vera libertà umana» fondata su «un’esistenza in armonia con le leggi naturali conosciute».[40]

B. Maggior tempo libero e sviluppo umano sostenibile

I critici ecologici di Marx sostengono spesso che la sua visione di un’estensione del tempo libero sotto il comunismo sia antiecologica perché incarna un'etica dell'autorealizzazione umana attraverso il superamento dei vincoli naturali. Routley, ad esempio, suggerisce che Marx considera «il lavoro destinato a soddisfare i bisogni essenziali come necessariamente alienato, e quindi come un aspetto da ridurre assolutamente al minimo attraverso l'automazione. Tale risultato non si può ottenere se non con alti consumi energetici ed è quindi, dato qualsiasi scenario energetico prevedibile e realistico, dannoso per l'ambiente». Per Marx, evidentemente, «proprio il fatto che il lavoro destinato a soddisfare i bisogni essenziali leghi l'uomo alla natura gli rende impossibile esprimere ciò che è veramente e pienamente umano; quindi, è solo quando l'uomo supera la necessità di dedicare del tempo al lavoro strettamente necessario che si può pensare padroneggi la natura e diventi completamente umano». In modo meno drastico, Walker segnala una tensione tra la visione di Marx dell’estensione del tempo libero, che «implica chiaramente che devono esserci risorse aggiuntive a quelle necessarie per la sopravvivenza», e il presunto fallimento di Marx nel «menzionare … i limiti delle risorse naturali disponibili».[41]

Quanto detto in precedenza ha già fornito molti elementi per dissipare l'idea che Marx ed Engels non fossero interessati alla gestione delle risorse naturali sotto il comunismo e che prevedessero una progressiva separazione dello sviluppo umano dalla natura in quanto tale. Tuttavia, bisogna anche sottolineare che i critici ecologici hanno distorto il rapporto tra tempo libero e tempo di lavoro nel comunismo. È vero che, per Marx, lo «sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, ... si trova al di fuori della sfera della produzione materiale vera e propria», cioè al di là di quel «lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna». Ma per Marx, questo «vero regno della libertà ... può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità», e la relazione tra i due regni non è affatto, come sostenuto dai critici ecologisti, di semplice opposizione. Come dice Marx, il «carattere completamente diverso ... più libero» del lavoro direttamente associato, dove «il time of labour stesso, per il fatto che viene limitato a una misura normale, e non lo compio più [dal punto di vista dei produttori nel loro insieme] per un altro», comporta che «il tempo di lavoro immediato non possa rimanere in antitesi astratta al tempo libero – come si presenta dal punto di vista dell'economia borghese»:

Il tempo libero – che è sia tempo di ozio che sia tempo per un’attività più elevata – ha trasformato naturalmente il suo possessore in un altro soggetto, ed è proprio come altro soggetto che questi entra poi anche nel processo di produzione immediato. Se lo si considera rispetto all’uomo in divenire, questo processo è disciplina, e allo stesso è esercizio, scienza sperimentale, scienza materialmente creativa e materializzantesi se lo si considera rispetto all’uomo divenuto, nel cui cervello esiste il sapere accumulato della società.[42]

Dalla prospettiva di Marx, il potenziamento del libero sviluppo umano attraverso la riduzione dell'orario di lavoro risuona positivamente con lo sviluppo delle capacità umane nel regno della produzione che appare ancora come un «ricambio organico» tra società e natura. Il rilievo dato da Marx all'istruzione «teorica e pratica» e alla disalienazione della scienza nei confronti dei produttori è piuttosto rilevante a questo riguardo. Marx prevede che la diffusione e lo sviluppo della conoscenza scientifica nel comunismo porti a nuove combinazioni tra scienze naturali e sociali, ipotizzando che

le scienze naturali ... diventano la base della scienza umana, così come ora sono già divenute – sebbene in figura di alienazione – la base della vita umana effettiva; ed una base per la vita e un’altra per la scienza, questo è senz’altro una menzogna ... La scienza naturale comprenderà un giorno la scienza dell'uomo, come la scienza dell'uomo comprenderà la scienza naturale: non ci sarà che una scienza.[43]

Questa unità intrinseca delle scienze sociali e naturali è, ovviamente, un corollario logico dell'unità intrinseca dell'umanità e della natura. Di conseguenza, Marx ed Engels affermano «Noi conosciamo un’unica scienza, la scienza della storia. La storia può essere considerata, distinta nella storia della natura e nella scienza degli uomini. Tuttavia i due lati non possono essere separati; finché esistono uomini, storia della natura e storia degli uomini si condizionano a vicenda».[44]

In breve, i fondatori del marxismo non prevedevano la riduzione del tempo di lavoro nel comunismo in termini di una progressiva separazione dello sviluppo umano dalla natura. Né prevedevano che l’estensione del tempo libero venisse riempito da orge di consumo fine a se stesso. Piuttosto, la riduzione del tempo di lavoro è vista come una condizione necessaria per lo sviluppo intellettuale degli individui sociali in grado di controllare scientificamente le forze naturali e il lavoro sociale in modo razionale dal punto di vista ambientale e umano. L'«aumento di tempo libero» appare qui come «tempo per il pieno sviluppo dell'individuo» capace di comprendere la «sua storia come processo, e la conoscenza della natura (che si concreta anche nel potere pratico su di essa) come suo corpo reale». Lo sviluppo intellettuale dei produttori durante il tempo libero e il tempo di lavoro è chiaramente centrale nel processo mediante il quale «il carattere sociale del lavoro nel comunismo è posto … nel processo di produzione non in una forma meramente naturale, originaria, bensì come attività che regola tutte le forze della natura».[45] Lungi dall'essere anti-ecologico, questo processo è tale che i produttori e le loro comunità diventano teoricamente e praticamente più consapevoli della ricchezza naturale come condizione eterna della produzione, del tempo libero e della vita umana stessa.

I critici ecologici sembrano aver perso di vista l’eventualità che un aumento del tempo libero possa ridurre la pressione della produzione sull'ambiente naturale. In particolare, l'aumento della produttività del lavoro sociale non necessariamente deve incrementare la produzione di materia ed energia nella misura in cui i produttori sono compensati da una riduzione dell'orario di lavoro invece che dalla possibilità di poter consumare di più. Tuttavia, questo aspetto del tempo libero come misura della ricchezza è meglio collocato nel contesto della trasformazione dei bisogni umani da parte del comunismo.

C. Ricchezza, bisogni umani e costo del lavoro

Alcuni potrebbero obiettare che, per quanto Marx immagini che il comunismo incoraggi un senso di responsabilità condiviso nei confronti della natura, questa responsabilità rimanga comunque legata a una concezione anti-ecologica della natura intesa principalmente come mezzo o materia del lavoro umano. Alfred Schmidt, ad esempio, suggerisce che «quando Marx ed Engels si lamentano dell'empio saccheggio della natura, non si preoccupano della natura stessa ma di considerazioni di utilità economica». Routley afferma che per Marx, «la natura dev’essere apparentemente rispettata nella misura, e solo nella misura in cui diventa opera dell'uomo, il suo artefatto e autoespressione, ed è quindi un riflesso dell'uomo e un aspetto della sua identità».[46]

Dovrebbe essere ormai chiaro dalla nostra precedente esposizione come qualsiasi dicotomia tra “utilità economica” e “natura stessa” sia totalmente estranea al materialismo di Marx. Correlato a ciò è l’aspetto che la ricchezza, o valore d'uso, in Marx «consiste soltanto nella molteplicità dei bisogni», siano essi fisici, culturali o estetici. In questo ampio senso dello sviluppo umano, «il valore d'uso ... può essere caratterizzato molto in generale come mezzo di sussistenza». David Pepper giustamente conclude che «Marx vedeva il ruolo della natura come “strumentale” per gli esseri umani, ma per lui un valore strumentale ... includeva la natura come fonte di valore estetico, scientifico e morale».[47]

Per quanto riguarda "l’opera dell'uomo", Marx non oppone lavoro e natura, dove il primo sussume semplicemente la seconda. Insiste sul fatto che l’uomo, come forza-lavoro, è esso stesso «un oggetto naturale, una cosa, se anche cosa vivente e autocosciente», quindi il lavoro è un processo in cui il lavoratore «contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura… per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita». Marx vede il lavoro come «un processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l'uomo, per mezzo della propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura» nella produzione. In quanto «condizione generale del ricambio materiale tra natura e uomo», il lavoro è «condizione naturale della vita umana, indipendente da tutte le sue determinate forme sociali, egualmente comune a tutte». Il lavoro è, ovviamente, solo una parte del «generale processo di ricambio materiale della natura» e come materialista Marx insiste sul fatto che «la terra ... esiste indipendentemente dall'uomo». In questo senso ontologico, «la priorità della natura esterna rimane ferma», anche se Marx insiste sull'importanza delle relazioni sociali nella strutturazione del «ricambio organico» produttivo tra l'umanità e la natura.[48]

Ma che dire dei famigerati riferimenti di Marx ed Engels alla continua crescita della produzione di ricchezza sotto il comunismo? Non sono questi immanentemente anti-ecologici? Qui va sottolineato che queste ipotesi di crescita sono sempre presentate, nella visione di Marx, in stretta connessione con uno sviluppo umano libero e completo, non con la crescita della produzione e del consumo materiale fine a se stessi. Di conseguenza, si riferiscono sempre alla crescita della ricchezza in senso generale, che comprende la soddisfazione di bisogni diversi da quelli che comportano una lavorazione industriale delle risorse naturali (quantità prodotte di materia ed energia). Nel discutere la «fase più avanzata della società comunista», per esempio, Marx subordina il criterio «a ciascuno secondo i suoi bisogni» a una situazione in cui «è scomparsa la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e lavoro fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le loro forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza sociale scorrono in tutta la loro pienezza». Allo stesso modo, Engels fa riferimento a «un incremento praticamente illimitato della produzione stessa», ma poi precisa il concetto di "pratico" in termini di «possibilità di assicurare … a tutti i membri della collettività una esistenza che non solo sia completamente sufficiente dal punto di vista materiale e diventi ogni giorno più ricca, ma che garantisca loro lo sviluppo e l’esercizio completamente liberi delle loro facoltà fisiche e spirituali».[49] Tale sviluppo umano non deve necessariamente comportare una crescita illimitata del consumo materiale.

Per Marx, il «progressivo ampliamento del processo di riproduzione» da parte del comunismo comprende l'intero «processo vitale per la società dei produttori» e, come detto in precedenza, specifica i «vantaggi materiali ed intellettuali» di questo «sviluppo sociale» in termini di un olistico sviluppo umano. Quando Marx ed Engels immaginano il comunismo come «un'organizzazione della produzione e dello scambio che permetta loro il soddisfacimento normale di tutti i bisogni, cioè limitato dai soli bisogni stessi», non intendono una completa e illimitata soddisfazione di ogni tipo di bisogno:

L'organizzazione comunista agisce in duplice modo sulle passioni che producono nell'individuo le condizioni attuali; una parte delle passioni, ossia quelle che esistono in tutte le condizioni e vengono mutate solo nella forma e nella tendenza da condizioni sociali diverse, anche in questa forma sociale viene solo mutata, in quanto si danno ad esse i mezzi per uno sviluppo normale; invece un’altra parte, ossia le passioni che devono la loro origine soltanto a una forma sociale determinata, a condizioni di produzione e di scambio determinate, viene del tutto privata delle sue condizioni di vita. Quali [passioni] nell’organizzazione comunista vengano soltanto mutate e [quali dissolte], si può [decidere soltanto in maniera pratica].[50]

Come sottolinea Ernest Mandel, questo approccio evolutivo sociale e umano alla soddisfazione dei bisogni è molto diverso dall’«assurda nozione» di «abbondanza» non specificata spesso attribuita a Marx, vale a dire «un regime di accesso e fornitura illimitate di beni e servizi». Sebbene una soddisfazione comunista dei bisogni sia coerente con una «definizione di abbondanza [come] saturazione della domanda», ciò dev’essere collocato nel contesto di una gerarchia di «bisogni fondamentali e bisogni secondari che diventano indispensabili con la crescita della civiltà e lussi, inessenziali o addirittura dannosi». La visione dello sviluppo umano di Marx prevede fondamentalmente un soddisfacimento dei bisogni fondamentali e un'estensione graduale di questo soddisfacimento ai bisogni secondari, nella misura in cui si sviluppano socialmente attraverso l’estensione del tempo libero e il controllo cooperativo dei lavoratori sulla produzione – non il pieno soddisfacimento di tutti i bisogni concepibili.[51]

Qui si comincia a vedere il pieno significato ecologico del tempo libero come misura della ricchezza comunista. In particolare, se i bisogni secondari sviluppati e soddisfatti durante il tempo libero sono meno materiali ed energivori, il loro peso crescente sul fabbisogno totale dovrebbe ridurre la pressione della produzione sulle condizioni naturali limitate. Ciò è cruciale nella misura in cui la visione di Marx prevede che i produttori utilizzino la ritrovata sicurezza materiale e il loro maggior tempo libero per impegnarsi in una varietà di forme intellettuali ed estetiche di sviluppo personale.[52] Un tale sviluppo dei bisogni secondari viene ad essere rafforzato dalle maggiori opportunità che il controllo sulla produzione da parte della comunità dei lavoratori offre nel diventare individui che partecipano in modo consapevole alla vita economica, politica e culturale.

Naturalmente, il lavoro (insieme alla natura) rimane una fonte fondamentale di ricchezza sotto il comunismo. Ciò, insieme alla priorità di aumentare il tempo libero, significa che la quantità di lavoro sociale speso nella produzione di diversi beni e servizi sarà ancora una misura importante del loro costo. Come spiega Marx nei Grundrisse:

Presupposta la produzione comune, rimane naturalmente essenziale la determinazione del tempo. Meno è il tempo che occorre alla società per produrre grano, bestiame ecc., e tanto più tempo essa guadagna per altra produzione, materiale o spirituale. Come per il singolo individuo, anche per la società l’universalità del suo sviluppo, del suo godimento e della sua attività dipende dal risparmio di tempo. Economia di tempo, in questo si risolve in ultima istanza ogni economia. Parimenti la società deve ripartire razionalmente il suo tempo per pervenire a una produzione adeguata ai suoi bisogni complessivi, proprio come il singolo deve ripartire giustamente il suo tempo per acquisire le cognizioni necessarie e per far fronte alle diverse esigenze della sua attività. Economia di tempo e ripartizione pianificata del tempo di lavoro nei differenti rami di produzione, rimane quindi la suprema legge economica sulla base della produzione comune. È anzi una legge che vale in grado molto più elevato.

Marx aggiunge immediatamente, tuttavia, che l'economia del tempo nel comunismo «è … essenzialmente diversa dalla misurazione dei valori di scambio (lavori o prodotti del lavoro) mediante il tempo di lavoro». Per prima cosa, l'uso del tempo di lavoro nel comunismo come misura del costo «si attua mediante il controllo diretto, consapevole, del tempo di lavoro da parte della società – il che è possibile solo con la proprietà comune», a differenza della situazione sotto il capitalismo, dove la «regolazione» del tempo di lavoro sociale si ottiene solo indirettamente, «mediante il movimento dei prezzi delle merci». Ancora più importante, l'economia del tempo di lavoro nel comunismo serve al valore d'uso, in particolare l'espansione del tempo libero, mentre l'economia del tempo nel capitalismo è orientata all'aumento del tempo di lavoro in eccesso speso dai produttori.[53]

Marx ed Engels, inoltre, non considerano il tempo di lavoro come l'unico criterio-guida da seguire per organizzare l’allocazione delle risorse sotto il comunismo: indicano solo che deve essere una misura importante dei costi sociali dei diversi tipi di produzione. Infatti, «è solo quando la società controlla efficacemente la produzione, regolandola in anticipo, che essa crea il legame fra la misura del tempo di lavoro sociale dedicato alla produzione di un articolo determinato e l’estensione del bisogno sociale che tale articolo deve soddisfare», cosa che non implica in alcun modo che i costi ambientali non siano considerati. Allo stesso modo, ciò non preclude che il mantenimento e il miglioramento delle condizioni naturali siano inclusi tra i «bisogni sociali» che produzione e consumo «devono soddisfare».[54]

Per convincersi del fatto che Marx ed Engels non vedevano nel comunismo un sistema che desse la priorità al minor impiego di lavoro rispetto agli obiettivi ecologici, è sufficiente sottolineare la loro insistenza sulla «soppressione dell’antagonismo di città e campagna» come «una diretta necessità della stessa produzione … ed inoltre dell’igiene pubblica». Osservando le concentrazioni urbane ecologicamente distruttive del capitalismo, a causa dell’industria, gli effetti dell’agricoltura industrializzata e il fallimento nel riciclaggio dei rifiuti prodotti sia dagli uomini che dal bestiame, Marx ed Engels fin dall'inizio hanno indicato l'«abolizione dell’antagonismo fra città e campagna» come «una delle prime condizioni della comunità». Come disse in seguito Engels: «Solo con la fusione di città e campagna può essere eliminato l’attuale avvelenamento di acqua, aria e suolo» tramite «un unico vasto piano». Nonostante il suo potenziale costo per la società in termini di aumento del tempo di lavoro, considerava che questa fusione «non [fosse] una utopia, né più né meno di quanto lo sia l'abolizione della antitesi fra capitalisti e salariati». Era anche «una esigenza pratica della produzione agricola e industriale». Nel suo magnum opus, Marx prevedeva che il comunismo forgiasse una «sintesi nuova, superiore» dell’«originario vincolo di parentela che legava agricoltura e manifattura nella loro forma infantile e non sviluppata». Questa nuova unione opererebbe in direzione di un «ripristino» delle «circostanze di quel ricambio organico, sorte per semplice spontaneità naturale, ... in una forma adeguata al pieno sviluppo dell’uomo». Di conseguenza, Engels ridicolizza l’ipotesi di Dühring secondo cui [sarà imposto dai bisogni sociali] «il legame tra agricoltura e industria sia pure contro le considerazioni economiche, come se così si compisse un sacrificio economico».[55] È ovvio che Marx ed Engels accetterebbero volentieri un aumento del tempo di lavoro sociale in cambio di una produzione ecologicamente più sana.

Ancora, non è necessario accettare l'idea, ripetuta ad nauseam dai critici ecologici di Marx, di un'opposizione intrinseca tra la riduzione dell’impego di lavoro e il rispetto dell'ambiente. Il comunismo secondo Marx non comporterebbe lo spreco di risorse naturali e di un lavoro associato all’«anarchico sistema della concorrenza» del capitalismo e al «numero stragrande di funzioni attualmente indispensabili, ma in sé e per sé superflue». Molti valori d'uso antiecologici potrebbero essere eliminati o notevolmente ridotti nell'ambito di un sistema pianificato di allocazione del lavoro e uso del suolo, tra cui la pubblicità, l'eccessiva lavorazione e l'imballaggio di cibo ed altri beni, l'obsolescenza programmata dei prodotti e le automobili. Tutti questi valori d'uso distruttivi sono «indispensabili» per il capitalismo; ma dal punto di vista della sostenibilità ambientale rappresentano «lo sperpero più smisurato dei mezzi di produzione sociali e delle forze-lavoro sociali».[56]

 

3. Capitalismo, comunismo e lotta per uno sviluppo umano

Marx sostiene che «se nella società così com’è non trovassimo già nascoste le condizioni materiali di produzione e i rapporti di traffico a esse corrispondenti adeguati a una società senza classi, tutti i tentativi di farla saltare sarebbero donchisciotteschi» e si riferisce allo «sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale» come alla «missione storica e la ragione d’essere del capitale: è appunto mediante tale sviluppo che inconsciamente esso crea le condizioni materiali di una forma più elevata di produzione». In breve, «la primitiva unità di lavoratore e condizioni di lavoro ... può esser ristabilita … soltanto sulla base materiale che esso [il capitale] crea».[57]

Più volte, i critici ecologici di Marx hanno trovato in tali dichiarazioni la prova che egli abbia acriticamente approvato l'assoggettamento anti-ecologico della natura da parte del capitalismo agli scopi umani, e che abbia visto questa sottomissione continuare e persino approfondirsi sotto il comunismo. Ted Benton, ad esempio, afferma che nel considerare come il capitalismo «preparasse le condizioni per la futura emancipazione umana», Marx condividesse «la cecità sui limiti naturali già presenti nella ... ideologia spontanea dell'industrialismo del XIX secolo». Questa critica può essere vista come una variazione ecologica dell’argomentazione di Nove, secondo cui Marx pensava che «il problema della produzione fosse stato “risolto” dal capitalismo», così che al comunismo non sarebbe stato richiesto di «prendere sul serio il problema della gestione delle risorse limitate».[58]

Oltre a perdere di vista la profonda preoccupazione di Marx ed Engels riguardo alla gestione delle risorse naturali e, più fondamentalmente, alla disalienazione dei produttori e di essi dalla natura sotto il comunismo, questi critici ecologici hanno anche interpretato erroneamente le concezioni di Marx dello sviluppo capitalistico e della transizione dal capitalismo al comunismo.

Qual è esattamente, secondo Marx, il potenziale storico del capitalismo? Consiste forse nello sviluppo della produzione e del consumo di massa fino al punto in cui tutta la scarsità scompaia? Non proprio. Esso sta, anzitutto, nel fatto che, sviluppando le forze produttive, il capitalismo crea la possibilità di un sistema in cui «sono eliminate la costrizione e la monopolizzazione dello sviluppo sociale (compresi i suoi vantaggi materiali ed intellettuali) esercitate da una parte della società a spese dell’altra», mentre ciò si accompagna a una «riduzione maggiore del tempo dedicato al lavoro materiale». In breve, nella misura in cui sviluppa le capacità produttive umane, il capitalismo non nega la scarsità in quanto tale (nel senso di un non soddisfacimento di tutti i bisogni materiali concepibili), ma piuttosto la scarsità come motivo delle disuguaglianze di classe nelle opportunità di sviluppo umano. Come indica Marx, «Non si comprende che questo sviluppo delle capacità della specie uomo, benché si compia dapprima a spese del maggior numero di individui umani e di tutte le classi umane, spezza infine questo antagonismo e coincide con lo sviluppo del singolo individuo».[59]

In secondo luogo, il capitalismo potenzia forme meno limitate di sviluppo umano nella misura in cui rende la produzione un processo sociale sempre più ampio, «in cui si realizza per la prima volta un sistema del ricambio sociale generale, dei rapporti universali, dei bisogni onnilaterali e delle capacità universali». Solo con questa produzione socializzata si può prevedere «la libera individualità, fondata sullo sviluppo universale degli individui e sulla subordinazione della loro produttività collettiva, sociale, come loro patrimonio sociale». Per Marx, lo sviluppo nel capitalismo dell’«universalità del traffico, quindi il mercato mondiale come base» connota «la possibilità di uno sviluppo universale dell'individuo». Come sempre, è pensando allo sviluppo umano a tutto tondo (non alla crescita della produzione e del consumo fine a se stessi) che Marx loda «l'universalità dei bisogni, delle capacità, dei godimenti, delle forze produttive ecc. generata nello scambio universale» dal capitalismo.

Lo stesso vale per il rapporto uomo-natura. Il potenziale che Marx vede nel capitalismo non implica una subordinazione umana unilaterale o una separazione dalla natura, ma piuttosto la possibilità di relazioni meno ristrette tra l'umanità e la natura. È solo in confronto a queste relazioni uomo-natura più ricche e universali che «tutti i livelli precedenti appaiono soltanto come sviluppi locali dell'umanità e come idolatria della natura». Nei modi di produzione precedenti, «il comportamento limitato degli uomini verso la natura condiziona il comportamento limitato fra uomini e uomini, e il comportamento limitato fra uomini e uomini condiziona i loro rapporti con la natura».[60]

L'analisi di Marx sarebbe antiecologica solo se avesse approvato acriticamente l'appropriazione delle condizioni naturali da parte del capitalismo. In effetti, Marx sottolinea «la forma estraniata» delle «condizioni oggettive del lavoro», inclusa la natura, nella società capitalistica. Insiste sul fatto che l'alienazione nel capitalismo delle «forme del lavoro socialmente sviluppato» comprenda «la scienza e le forze della natura». Di conseguenza, a suo avviso, «le forze naturali e della scienza ... si contrappongono [ai lavoratori] come potenze del capitale». Nel capitalismo, «scienza, forze naturali e prodotti del lavoro su larga scala» sono utilizzati principalmente «come mezzi per lo sfruttamento del lavoro, come mezzo per appropriarsi del pluslavoro»*. Né la critica di Marx all'uso delle risorse naturali da parte del capitale si limita allo sfruttamento subìto dai lavoratori nella produzione e ai limiti che esso pone ai loro consumi. Come mostrato da John Bellamy Foster, Marx aveva una profonda comprensione della più ampia «frattura metabolica» tra umanità e natura prodotta dal capitalismo, un sintomo della quale è la divisione anti-ecologica del lavoro fra città e campagna con la sua «incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale prescritto dalle leggi naturali della vita». Marx ha usato questo quadro concettuale per spiegare come il capitalismo «turba … l’eterna condizione naturale di una durevole fertilità del suolo» e «distrugge insieme la salute fisica degli operai urbani». Secondo Engels, l’alienazione umana dalla natura che comporta il sistema si manifesta nel punto di vista limitato relativamente all’utilità della natura necessariamente adottato dai «singoli capitalisti», che «possono preoccuparsi solo degli effetti pratici più immediati della loro attività» pensando solo al «profitto che si può realizzare» – ignorando «gli effetti di tale attività sulla natura».[61]

Per Marx, il ruolo di «potenza sociale, estranea, indipendente» raggiunto dalla natura e da altre «condizioni della produzione» nel sistema capitalistico rappresenta una sfida per i lavoratori e le loro comunità: convertire queste condizioni «in condizioni di produzioni sociali, comuni, generali» al servizio dei «bisogni di un’umanità socialmente sviluppata ... del processo vitale per la società dei produttori». Una tale conversione richiede una lotta prolungata per trasformare qualitativamente il sistema di produzione, sia materialmente che socialmente. Il sistema di produzione comunista non è semplicemente ereditato dal capitalismo avendo solo bisogno di essere legiferato da un governo socialista appena eletto. Esso «dovrà passare attraverso lunghe lotte, attraverso una serie di processi storici che trasformeranno circostanze e uomini». Tra queste circostanze ci sarà «non solo una trasformazione della distribuzione, ma anche una nuova organizzazione della produzione, o meglio ancora la liberazione delle forme sociali della produzione ... dalle pastoie della schiavitù del loro attuale carattere di classe e la loro armoniosa coordinazione». Questo scenario di "lunga lotta" per la società post-rivoluzionaria è ben lontano dall'interpretazione avanzata dai critici ecologici, secondo la quale Marx sostiene l'industria capitalista come base qualitativamente appropriata per lo sviluppo comunista. In effetti, la visione di Marx corrisponde più accuratamente alla visione di Roy Morrison secondo cui «la lotta per la creazione di una comunità ecologica è la lotta per la costruzione di una democrazia ecologica – comunità per comunità, quartiere per quartiere, regione per regione ... una lotta e un lavoro di trasformazione sociale fondamentale dal basso».[62]

Dal punto di vista di Marx, la lotta per «le condizioni del lavoro libero ed associato ... sarà permanentemente frenata ed ostacolata dalle resistenze degli interessi acquisiti e degli egoismi di classe». Questo è precisamente il motivo per cui le condizioni di sviluppo umano nel comunismo saranno generate in gran parte dalla stessa lotta rivoluzionaria, sia con la presa del potere politico da parte dei lavoratori, sia con la successiva lotta per trasformare le condizioni materiali e sociali. Come affermano Marx ed Engels, «l'appropriazione [comunista] ... può essere effettuata soltanto attraverso una unione la quale, per il carattere del proletariato stesso, non può essere a sua volta che universale, e attraverso una rivoluzione nella quale da una parte saranno rovesciate la potenza del modo di produzione e delle relazioni e la struttura sociale sinora esistenti, e d'altra parte si svilupperanno il carattere universale del proletariato e l’energia che gli è necessaria per compiere l’appropriazione; una rivoluzione, infine, nella quale il proletariato si spoglierà di tutto ciò che ancora gli è rimasto della sua presente posizione sociale».[63]

A questo punto dovrebbe essere chiaro perché Marx sostenesse che «l'emancipazione della classe operaia dev’essere opera dei lavoratori stessi». La lotta per lo sviluppo umano alla fine «deve tendere… ad annientare ogni predominio di classe» e quella dei salariati è l'unica classe in grado di intraprendere un simile progetto. La natura auto-emancipatoria del comunismo spiega anche perché la visione di Marx non assuma la forma di un progetto dettagliato alla maniera dei socialisti utopisti. Come osserva Alan Shandro, qualsiasi progetto del genere precluderebbe solo dibattiti politici, conflitti e strategie sviluppate dalla stessa classe lavoratrice «intesa come unità nella diversità, come comunità politica». I tentativi di Marx ed Engels di concepire i principi fondamentali del comunismo dovrebbero essere visti non come un «piano generale» ma «come mezzo per organizzare il movimento operaio e strutturare e guidare il dibattito dentro e intorno ad esso». Sebbene le loro proiezioni debbano essere costantemente aggiornate alla luce degli sviluppi nelle società capitaliste e post-rivoluzionarie, il loro approccio di base è ancora oggi rilevante.[64]

Fondamentale per la crescente protesta mondiale contro le istituzioni delle élites economiche – multinazionali, FMI, Banca mondiale, NAFTA, OMC e così via – è la richiesta di forme più eque e sostenibili di sviluppo umano. Ma questo movimento ha bisogno di una prospettiva che permetta di vedere le istituzioni e le varie politiche contestate come aspetti di un unico sistema di sfruttamento di classe: il capitalismo; e necessita inoltre di un quadro di riferimento per il dibattito, la comprensione comune e la realizzazione di percorsi strategici alternativi per eliminare il potere del capitale sulle condizioni di sviluppo umano: questo quadro di riferimento è il comunismo. La visione marxista classica del comunismo come disalienazione della produzione al servizio dello sviluppo umano può ancora dire molto a tale riguardo.


Note

* Ivi, pp. 183-224.

[1] Oskar Lange e Fred M. Taylor, On the Economic Theory of Socialism, New York, McGraw-Hill, 1964; Socialism: Alternative Views and Models, «Science & Society», 56, n. 4, 1992; Building Socialism Theoretically: Alternatives to Capitalism and the Invisible Hand, «Science & Society», 66, n. 1, 2002; Ernesto Che Guevara, Man and Socialism in Cuba, in Man and Socialism in Cuba: The Great Debate, Bertram Silverman (a cura di), New York, Atheneum, 1973, pp. 337, 350 (trad it. Il socialismo e l’uomo a Cuba, Dalai, 1997).

[2] Per quanto riguarda il precedente dibattito sulla visione di Marx del comunismo, si vedano Paresh Chattopadhyay,
Socialism: Utopian and Feasible, «Monthly Review», 37, n. 10, marzo 1986; Bertell Ollman, Marx's Vision of Communism, in Social and Sexual Revolution: Essays on Marx and Reich, Boston, South End Press, 1979.

[3] Herman E. Daly, Steady-State Economics, 2a ed., Londra, Earthscan, 1992, p. 196; Robyn Eckersley, Environmentalism and Political Theory, Albany, State University of New York Press, 1992, p. 80; Victor Ferkiss, Nature, Technology, and Society, New York, New York University Press, 1993, p. 110; K.J. Walker, Ecologal Limits and Marxian Thought, «Politics», 14, n. 1, maggio 1979, pp. 35-6; Val Routley, On Karl Marx as an Environmental Hero, «Environmental Ethics», 3, n. 3, autunno 1981, p. 242. Per ulteriori riferimenti alle critiche ecologiche al comunismo di Marx, si vedano John Bellamy Foster, Marx and the Environment, «Monthly Review», 47, n. 3, luglio-agosto 1995, pp. 108-9; Paul Burkett, Marx and Nature: A Red and Green Perspective, New York, St. Martin's Press, 1999, pp. 147-8, 223.

[4] Karl Polanyi,
The Great Transformation, New York, Farrar & Rinehart, 1944; Thomas E. Weisskopf, Marxian Crisis Theory and the Contradictions of Late Twentieth-Century Capitalism, «Rethinking Marxism», 4, n. 4, 1991; Blair Sandler, Grow or Die: Marxist Theories of Capitalism and the Environment, «Rethinking Marxism», 7, n. 2, 1994; Andriana Vlachou, Nature and Value Theory, «Science & Society», 66, n. 2, 2002.

[5] Paul Auerbach e Peter Skott, Capitalist Trends and Socialist Priorities, «Science & Society», 57, n. 2, 1993), p. 195.

[6] Karl Marx, Salario, prezzo e profitto, Roma, 1990, p. 51; Karl Marx e Friedrich Engels, Teorie sul plusvalore III, Opere complete, vol. XXXVI, Roma, 1979, p. 290; Karl Marx e Friedrich Engels, Teorie sul plusvalore II, Opere complete, vol. XXXV, Roma, 1979, p. 636. [N.d.T.: siamo stati costretti a modificare leggermente quest’ultima citazione, senza alterarne il senso, per adattarla al testo].

[7] Friedrich Engels, Anti-Dühring, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXV, Roma, 1974, p. 192 (corsivo nell'originale); Karl Marx, Teorie sul plusvalore III, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXXVI, Roma, 1979, p. 561; Drafts of the Letter to Vera Zasulich, March 8, 1881, in Collected Works, Karl Marx and Frederick Engels, vol. 24, New York, International Publishers, 1989, p. 362 (corsivo nell’originale).

[8] Karl Marx, Il capitale, Libro primo, Roma, 1989, p. 824; Karl Marx, Economic Manuscript of 1861-63, Conclusion, in Karl Marx and Frederick Engels, Collected Works, vol. 34, New York, International Publishers, 1994, p. 109 (corsivo nell’originale); Karl Marx e Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, Opere complete, vol. V, Roma, 1992, pp. 73-74.

[9] Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del Partito comunista, Opere complete, vol. VI, Roma, 1973, p. 500. Si vedano anche Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, Roma, 1989, pp. 519-522; Karl Marx, Economic Manuscript of 1861-63, Conclusion, op. cit., p. 108.

[10] Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 519, 933; Karl Marx, Critica al Programma di Gotha, Bolsena, 2008, pp. 55; Friedrich Engels, La questione delle abitazioni, Roma, 1988, pp. 125, 53. Karl Marx, Critica al Programma di Gotha, op. cit., pp. 45, 47 [N.d.T.: corsivo nell’originale].

[11] Karl Marx, Il capitale, Libro primo, op. cit., p. 826; Karl Marx, Economic Manuscript of 1861-63, Conclusion, op. cit., p. 109; Karl Marx, La guerra civile in Francia, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXII, Napoli, 2004, p. 300.

[12] Karl Marx e Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, op. cit., pp. 64, 66, 71; Opere complete, vol. V, p. 291

[13] Karl Marx, Il capitale, Libro primo, op. cit., pp. 534-535; Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del Partito comunista, Opere complete, vol. VI, op. cit., p. 506.

[14] Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del Partito comunista, Opere complete, vol. VI, op. cit., p. 501; Friedrich Engels, Anti-Dühring, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXV, op. cit., p. 125; Karl Marx, Il capitale, Libro primo, op. cit., p. 110.

[15] Karl Marx, Il capitale, Libro primo, op. cit., p. 110; Karl Marx, Critica al Programma di Gotha, op. cit., pp. 47-49, 55.

[16] Friedrich Engels, Anti-Dühring, op. cit., pp. 191-193.

[17] Karl Marx, Critica al programma di Gotha, op. cit., p. 53; Friedrich Engels, Anti-Dühring, op. cit., p. 192 (corsivo nell'originale); Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, op. cit., p. 993. Si veda anche Karl Marx e Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, op. cit.

[18] Karl Marx, Critica al programma di Gotha, op. cit., p. 47, 45.

[19] Karl Marx, Critica al programma di Gotha, op. cit., pp. 81, 85; Karl Marx, Il capitale, Libro primo, op. cit., pp. 535, 536-537; Karl Marx, La guerra civile in Francia, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXII, op. cit., p. 497.

[20] Karl Marx, Il capitale, Libro primo, op. cit., pp. 578; Karl Marx, Teorie sul plusvalore III, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXXVI, Roma, 1979, p. 275 (corsivo nell'originale); Karl Marx, Grundrisse, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXX, Roma 1986, p. 94.

[21] Karl Marx, Il capitale, Libro primo, op. cit., p. 578; Karl Marx, La guerra civile in Francia, op. cit. p. 300; Karl Marx e Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, op. cit., p. 291.

[22] Karl Marx, Grundrisse, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXX, Roma 1986, p. 91, 118, 190, 706; Karl Marx, Teorie sul plusvalore II, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXXV, Roma, 1979, pp. 115, 117-8 (corsivo nell'originale); Karl Marx e Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, op. cit., p. 73.

[23] Karl Marx, Il capitale, Libro secondo, op. cit., p. 374; Friedrich Engels, Anti-Dühring, op. cit., p. 192.

[24] Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Roma, 1984, pp. 65.

[25] Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Roma, 1984, pp. 66 (corsivo nell'originale); Karl Marx, Teorie sul plusvalore III, op. cit., p. 135; Karl Marx, Critica al programma di Gotha, op. cit., p. 47 (corsivo nell'originale).

[26] Karl Marx, Grundrisse, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXIX, Roma 1986, pp. 91, 103 (corsivo nell'originale). [N.d.T.: post festum: a cose fatte, lett. «dopo la festa»]

[27] Karl Marx, Grundrisse, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXIX, op. cit., pp. 90-91 (corsivo nell'originale). [N.d.T.: the offspring of association, cioè il risultato di un’associazione].

[28] Karl Marx, Grundrisse, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXIX, op. cit., p. 195; Karl Marx, Il capitale, Libro primo, op. cit., p. 127 nota 50. Si veda anche Friedrich Engels, Anti-Dühring, op. cit., pp. 298-99.

[29] Karl Marx, Il capitale, Libro primo, op. cit., p. 111, 110-111; Karl Marx, La guerra civile in Francia, op. cit., p. 300.

[30] Karl Marx, Grundrisse, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXIX, op. cit., p. 94; Friedrich Engels, Anti-Dühring, op. cit., p. 144; Karl Marx, Indirizzo inaugurale dell’Associazione internazionale degli operai, in Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XX, Roma, 1987, p. 12; Karl Marx, Appunti sul libro di Bakunin “Stato e anarchia”, https://www.marxist.org/italiano/marx-engels/1875/inizi/baku.htm, [la nostra trad. è un adattamento]; Karl Marx, La guerra civile in Francia [Primo abbozzo], op. cit., 463, 488.

[31] Alec Nove, Socialism, in The New Palgrave: Problems of the Planned Economy, John Eatwell, Murray Milgate e Peter Newman (a cura di), New York, Norton, 1990, pp. 230, 237; Alec Nove, The Economics of Feasible Socialism, Londra, Allen & Unwin, 1983, pp. 15-6; Geoffrey Carpenter, Redefining Scarcity: Marxism and Ecology Reconciled, «Democracy & Nature», 3, n. 3, 1997, p. 140; Andrew McLaughlin, Ecology, Capitalism and Socialism, «Socialism and Democracy», n. 10, primavera-estate 1990, p. 95; Lewis S. Feuer, Introduction a Karl Marx and Friederick Engels: Basic Writings on Politics and Philosophy, Lewis Feuer (a cura di), Garden City, NY, Anchor Books, 1989, xii.

[32] Karl Marx, Il capitale, Libro primo, op. cit., p. 553; Karl Marx, Critica al programma di Gotha, op. cit., pp. 41; Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Opere filosofiche giovanili, Roma, 1981, p. 190-191; Friedrich Engels, Anti-Dühring, op. cit., p. 132.

[33] Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 886-887.

[34] Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, pp. 925 (corsivo aggiunto).

[35] H. Scott Gordon, The Economic Theory of a Common Property Resource: The Fishery, «Journal of Political Economy», 62, n. 2, aprile 1954; Garrett Hardin, The Tragedy of the Commons, «Science», 162, dicembre 1968; S.V. Ciriacy-Wantrup e Richard C. Bishop, “Common Property” as a Concept in Natural Resource Policy, «Natural Resources Journal», 15, n. 4, ottobre 1975; James A. Swaney, Common Property, Reciprocity, and Community, «Journal of Economic Issues», 24, n. 2, giugno 1990; Elinor Ostrom, Governing the Commons, Cambridge, Cambridge University Press, 1990; Peter Usher, Aboriginal Property Systems in Land and Resources, in Green On Red: Evolving Ecological Socialism, Jesse Vorst, Ross Dobson e Ron Fletcher (a cura di), Winnipeg, Fernwood Publishing, 1993; Paul Burkett, Marx and Nature, op. cit., pp. 246-8; Robert Biel, The New Imperialism, Londra, Zed Books, 2000, pp. 15-18, 98-101.

[36] Karl Marx e Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, op. cit., pp. 25, 26, 48; Friedrich Engels, Dialettica della natura, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXV, Roma, 1974, p. 468; Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, op. cit., p. 227. [N.d.C. Riteniamo opportuno citare il passo per intero: «Dunque, la società è la compiuta consustanziazione dell'uomo con la natura, la vera resurrezione della natura, il realizzato naturalismo dell’uomo e il realizzato umanismo della natura»].

[37] Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, op. cit., p. 933; Friedrich Engels, Anti-Dühring, op. cit., p. 273.

[38] Karl Marx, Critica al programma di Gotha, op. cit., p. 45; Karl Marx, Il capitale, Libro secondo, op. cit., p. 182, 487.

[39] Karl Marx, Il capitale, Libro secondo, op. cit., p. 487; Karl Marx, Glosse marginali al “Manuale di economia politica” di Adolph Wagner, www.marxists.info/italiano/marx-engels/1882/Wagner.htm; Karl Marx, Teorie sul plusvalore III, op. cit., p. 380.

[40] Friedrich Engels, Anti-Dühring, op. cit., pp. 108-9.

[41] Val Routley, On Karl Marx as an Environmental Hero, op. cit., p. 242 [N.d.T. L’espressione sintetica «bread labor», indica proprio questo]; K.J. Walker, Ecologal Limits and Marxian Thought, op. cit., pp. 242-3.

[42] Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, op. cit., p. 933; Karl Marx, Teorie sul plusvalore III, op. cit., p. 275; Karl Marx, Grundrisse, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXXVI, op. cit., p. 98.

[43] Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, op. cit., p. 233 (corsivo nell'originale).

[44] Karl Marx e Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, op. cit., p. 14. Si veda anche Bertell Ollman, Marx's Vision of Communism, op. cit., p. 76.

[45] Karl Marx, Grundrisse, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXX, op. cit., pp. 97; op. cit., vol. XXIX, p. 475, 549 (corsivo nell'originale).

[46] Alfred Schmidt, The Concept of Nature in Marx, Londra, New Left Books, 1971, p. 155; Val Routley, «On Karl Marx as an Environmental Hero», op. cit.

[47] Karl Marx, Grundrisse, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXIX, op. cit., p. 460; Karl Marx, Manoscritti del 1861-1863, Terzo capitolo, Roma, 1980, p. 38 (corsivo nell'originale); David Pepper, Eco-Socialism, Londra, Routledge, 1993, p. 64.

[48] Karl Marx, Il capitale, Libro primo, op. cit., p. 236, 211 (corsivo aggiunto); Karl Marx, Manoscritti del 1861-1863, Terzo capitolo, op. cit., p. 62; Karl Marx e Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, op. cit., p. 26. Per ulteriori dettagli sulla concezione dialettica del lavoro umano e della natura in Marx, si vedano Paul Burkett, Marx and Nature, op. cit., cap. 2-4; John Bellamy Foster, Marx's Ecology: Materialism and Nature, New York, Monthly Review Press, 2000; John Bellamy Foster e Paul Burkett, The Dialectic of Organic/Inorganic Relations: Marx and the Hegelian Philosophy of Nature, «Organization & Environment», 13, n. 4, dicembre 2000.

[49] Karl Marx, Critica al programma di Gotha, op. cit., p. 53; Friedrich Engels, Anti-Dühring, op. cit., p. 272.

[50] Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 932, 303 (corsivo nell'originale); Karl Marx e Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, op. cit., p. 254, nota [N.d.T., le due ultime citazioni appartengono a parti del manoscritto cancellate dagli autori. Le parti tra parentesi quadre sono ricostruite dai curatori dell’edizione italiana da noi citata].

[51] Ernest Mandel, Power and Money: A Marxist Theory of Bureaucracy, Londra, Verso, 1992, pp. 205-7 (corsivo nell'originale); Howard J. Sherman, The Economics of Pure Communism, «Review of Radical Political Economics», 2, n. 4, 1970.

[52] Karl Marx, Grundrisse, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, voll. XXIX-XXX, op. cit., pp. 218; Karl Marx e Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, op. cit., pp. 73-74.

[53] Karl Marx, Grundrisse, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXIX, op. cit., p. 104; Lettera di Marx ad Engels, 8 gennaio 1868, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XLIII, Roma, 1975, p. 14; Karl Marx, Il capitale, Libro primo, cap. terzo, op. cit; Libro terzo, op. cit. p. 422.

[54] Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, p. 231.

[55] Friedrich Engels, Anti-Dühring, op. cit., p. 286, 287 (corsivo nell’originale); Friedrich Engels, La questione delle abitazioni, Roma, 1988, p. 122; Karl Marx e Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, op. cit., p. 50; Karl Marx, Il capitale, Libro primo, op. cit., p. 551.

[56] Karl Marx, Il capitale, Libro primo, op. cit., p. 578. Per ulteriori informazioni sulla pianificazione socialista, la tecnologia e l'efficienza ecologica, si veda Victor Wallis, Socialism, Ecology, and Democracy: Toward A Strategy of Conversion, «Monthly Review», 44, n. 2, giugno 1992; Victor Wallis, Technology, Ecology and Socialist Innovation, «Capitalism, Nature, Socialism», 12, n. 1, marzo 2004.

[57] Karl Marx, Grundrisse, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXIX, op. cit., p. 92; Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, op. cit., p. 313; Karl Marx, Teorie sul plusvalore III, op. cit., p. 452-453.

[58] Ted Benton, Marxism and Natural Limits, «New Left Review», n. 178, nov-dic. 1989, pp. 74, 77; Alec Nove, Socialism, op. cit., p. 230.

[59] Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 932, 933; Karl Marx, Teorie sul plusvalore II, op. cit., p. 115.

[60] Karl Marx, Grundrisse, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXIX, op. cit., pp. 90, 475, 420, 342 (corsivo nell'originale); Karl Marx e Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, op. cit., p. 30. Verso la fine della sua vita Marx riconsiderò la sua precedente posizione sulla relativa arretratezza dei rapporti comunitari precapitalistici come base dello sviluppo sociale, e sostenne che la comune russa tradizionale poteva, se assistita da una rivoluzione socialista europea, effettuare una transizione diretta al socialismo. Si vedano The Ethnological Notebooks of Karl Marx, Lawrence Krader (a cura di), Assen, Paesi Bassi, Van Gorcum, 1974; Bozze della lettera a Vera Zasulich, in Teodor Shanin, Late Marx and the Russian Road, New York, Monthly Review Press, 1983; Franklin Rosemont, Karl Marx and the Iroquois, http://www.geocities.com/cordobakaf/marx_iroquois.html.

[61] [Karl Marx, Economic Manuscript of 1861-63, Conclusion, op. cit., p. 29; Karl Marx, Teorie sul plusvalore I, op. cit., pp. 420, 421 (corsivo nell'originale); Karl Marx, Il capitale, Libro primo, op. cit., p. 551; Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, op. cit., p. 926; Friedrich Engels, Dialettica della natura, op. cit., p. 469-470; John Bellamy Foster, Marx's Ecology: Materialism and Nature, pp. 141-77. Si veda anche Paul Burkett e John Bellamy Foster, Metabolism, energy and entropy in Marx's critique of political economy: Beyond the Podolinsky myth, «Theory and Society», 35, 2006. [* N.d.T.: questa citazione è tratta dai «Risultati del processo di produzione immediato», il famoso sesto capitolo inedito del primo libro del Capitale. Burkett non lo specifica in nota, forse perché si rifà al volume della Penguin che lo riporta come appendice del Capitale I].

[62] Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 318, 312, 491 (corsivo nell'originale); Karl Marx, La guerra civile in Francia, op. cit., pp. 301, 157; Roy Morrison, Ecological Democracy, Boston, South End Press, 1995, p. 188.

[63] Karl Marx, La guerra civile in Francia, op. cit., p. 491; Karl Marx e Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, op. cit., p. 74.

[64] Karl Marx, Statuti provvisori dell’Associazione internazionale degli operai, Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XX, Roma, 1987, p. 14; Alan Shandro, Karl Marx as a Conservative Thinker, «Historical Materialism», n. 6 (estate 2000), pp. 21-3; Bertell Ollman, The Utopian Vision of the Future (Then and Now), «Monthly Review», 57, n. 3 (luglio-agosto 2005); Michael A. Lebowitz, Building Socialism in the 21st Century, http://mrzine.monthlyreview.org/lebowitz280705.html.



Paul Burkett

Traduzione a cura di Alessandro Cocuzza e Giuseppe Sottile

Fonte: Monthly Review, vol. 57 , n. 5 (01.10.2005)


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