Pubblichiamo la terza e ultima parte del Capitolo IX: Guerra, lotta di classe e petrolio a buon mercato di Anthropocene. Capitalismo fossile e crisi del sistema Terra * di Ian Angus, dove la guerra e le sue conseguenze vengono considerate come una fase di transizione tra due epoche.

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Convertire l’Europa al petrolio

Nei due anni successivi alla fine della Seconda Guerra mondiale, gli Stati Uniti applicarono una politica punitiva nei confronti di Germania e Giappone; volevano così eliminare qualsiasi possibilità per questi due paesi di diventare nuovamente grandi potenze economiche. Una buona parte delle fabbriche tedesche e giapponesi risparmiate dai bombardamenti fu smantellata per essere ricostruita altrove, e le altre si videro imposte severe restrizioni riguardo alle dimensioni e alla tipologia di merci che potevano produrre. Ma Washington presto si rese conto che queste misure erano in disaccordo con la sua politica estera, il cui obiettivo consisteva nel forgiare un’alleanza di stati capitalistici allo scopo di “arginare il comunismo”.

Nel 1948, il Congresso ratificò l’European Recovery Program, meglio noto come Piano Marshall. nel corso dei tre anni successivi, Washington e le banche statunitensi consentirono così un finanziamento di tredici miliardi di dollari ai paesi dell’Europa occidentale, inclusa la Germania dell’ovest. Questa somma equivaleva a circa centotrenta miliardi di dollari odierni – molto di più come quota del PIl degli Stati Uniti. Il Piano Marshall non era solo il più importante programma di aiuti esteri mai attuato da Washington: il suo valore, da solo, superava quello di tutti i precedenti programmi messi insieme [1].

Molti autori hanno dipinto il Piano Marshall come l’esempio stesso della benevolenza di una grande potenza: in modo disinteressato, gli Stati Uniti si assumevano la responsabilità di riportare l’Europa sulla via della prosperità. Ma si trattava di tutt’altro. L’obiettivo del programma era, infatti, quello di rafforzare le aziende statunitensi (in particolare le compagnie petrolifere) in patria e all’estero, e la maggior parte delle somme concesse dovevano servire per l’acquisto di beni prodotti da esse. Certamente, non bisogna sottostimare il contributo del Piano Marshall alla ricostruzione dell’Europa, ma bisogna ammettere che era finalizzato in primo luogo a stimolare l’economia statunitense, incoraggiando i governi a rifornirsi da imprese americane.
Pubblicata pochi mesi dopo il lancio del Piano, un’analisi del Chicago Tribune illustra come si concretizzava spesso in pratica:

Il Tribune ha esaminato le relazioni ufficiali del Piano Marshall per un periodo di 45 giorni conclusosi il 15 settembre, un ottavo del primo anno del Piano. Queste indicano ad esempio che l’Anglo American Oil Company è stata autorizzata dal governo britannico a procurarsi prodotti petroliferi negli Stati Uniti. Si rileva che l’azienda ha potuto così acquistare prodotti per 7.258.332 dollari dalla Esso Export Corporation e dalla Standard Oil Export Corporation, entrambe con sede a New York. L’azienda britannica ha ottenuto il petrolio di cui aveva bisogno, e senza dubbio ha realizzato un buon profitto vendendolo ai suoi clienti. Le due società statunitensi sono state pagate in dollari a New York per petrolio fornito a società britanniche. La transazione ha questo di particolare, che l’acquirente britannico, l’Anglo American Oil Company, appartiene al 100% alla Standard Oil Company del New Jersey, e che i venditori americani, Esso Export e Standard Oil Export, appartengono anch’essi al 100% alla Standard Oil Company del New Jersey. Quindi, grazie al Piano Marshall, la più importante compagnia petrolifera degli Stati Uniti ha potuto far transitare dei prodotti da una filiale a un’altra ricavando profitto due volte, tutto a spese dei contribuenti americani [2].

L’articolo aggiunge che rappresentanti della famiglia Rockefeller, azionista di maggioranza della Standard Oil Company del New Jersey (in seguito ribattezzata Exxon), figuravano tra i principali lobbisti che avevano sollecitato il Congresso ad approvare il Piano Marshall. I Rockefeller e altri magnati del petrolio furono quindi tra i principali beneficiari del programma.

Dal 1948 al 1951, più della metà del petrolio venduto nell’Europa occidentale dalle società statunitensi fu pagato con i fondi del Piano Marshall [3]. Il petrolio si è accaparrato il 10% di tutte le spese del programma (20% nel 1949), molto più di ogni altra merce. Anche uno storico che esprime un giudizio molto positivo sul Piano Marshall deplora il fatto che «i suoi strateghi trattavano indistintamente gli interessi del paese e quelli dell’industria petrolifera». Gli acquirenti europei pagavano per questo petrolio un prezzo più alto di quello di mercato e dovevano anche comprarlo sotto forma di benzina o diesel, piuttosto del meno costoso petrolio greggio, poiché il programma vietava «il finanziamento di progetti che minacciavano di competere con le aziende statunitensi», come la ricostruzione delle raffinerie danneggiate dalla guerra [4].

Il Congresso degli Stati Uniti aveva, per altro, specificato che il petrolio statunitense doveva essere escluso dal Piano Marshall. Giustificava una tale restrizione con la necessità di proteggere l’approvvigionamento del mercato interno, ma ciò ebbe principalmente l’effetto di sovvenzionare lo sviluppo di nuovi impianti di compagnie petrolifere statunitensi in Arabia Saudita e di ridisegnare le modalità di consumo energetico degli europei. Prima della guerra, solo il 20% delle importazioni europee di petrolio proveniva dal Medio Oriente; si passò al 43% nel 1947 e all’85% nel 1950, e questa tendenza accelerò la transizione a lungo termine dell’Europa da una dipendenza dal carbone a quella dal petrolio. «Nel 1955, il carbone rappresentava il 75% di tutta l’energia consumata nell’Europa occidentale e il petrolio solo il 23%. nel 1972, la quota di carbone si era ridotta al 22% e quella del petrolio era passata al 60%; una quasi totale inversione» [5].

Prima della Seconda Guerra mondiale, il governo federale e quelli dei singoli stati incoraggiavano la produzione di petrolio direttamente sul suolo statunitense, accordando all’industria petrolifera detrazioni fiscali su risorse soggette ad esaurimento (depletion allowances), e lanciando grandi progetti per la costruzione di strade attraverso il paese. Negli anni ‘40, la geografia delle politiche di sostegno all’industria petrolifera si estese: le sovvenzioni del Piano Marshall alle operazioni petrolifere statunitensi in Medio Oriente avviarono quella politica permanente consistente nel trattare il petrolio del Medio Oriente come centrale per la politica estera degli Stati Uniti.


Petrolio a buon mercato e in abbondanza

Sebbene non se ne conoscesse ancora l’entità, stava per iniziare la produzione in quella che sarebbe stata convenzionalmente considerata come la più importante riserva di petrolio al mondo. Nel corso dei sei decenni successivi, furono estratti non meno di sessanta miliardi di barili dal giacimento di Ghawar in Arabia Saudita. Non solo l’oro nero qui era abbondante, ma non costava quasi nulla. «Una delle ragioni che rese aurea l’età dell’oro fu che il prezzo di un barile di petrolio saudita ammontò in media a meno di due dollari per tutto il periodo che va dal 1950 al 1973, rendendo così ridicolmente basso i costo dell’energia e facendolo calare costantemente» [6].

La Grande accelerazione sarebbe stata impossibile senza il petrolio a buon mercato, come merce in sé, materia prima per la fabbricazione di materiali plastici e di altro tipo prodotti dal settore petrolchimico, come componente essenziale di processi di fabbricazione ad alto consumo di energia e, soprattutto, come carburante per alimentare centinaia di milioni di automobili, camion, navi e aerei. Il consumo totale di energia mondiale è più che triplicato tra il 1949 e il 1972. Eppure questa crescita non era niente in confronto all’aumento della domanda di petrolio, che negli stessi anni si accrebbe di oltre cinque volte e mezzo. Ovunque, si richiedeva più petrolio. Tra il 1948 e il 1972, il consumo triplicò negli Stati Uniti, passando da 5,8 a 16,4 milioni di barili al giorno – una situazione senza precedenti tranne se la si confronta con quanto accadeva altrove. Negli stessi anni, la domanda di petrolio nell’Europa occidentale crebbe di quindici volte, da 970.000 a 14,1 milioni di barili al giorno. In Giappone, il cambiamento fu spettacolare: il consumo crebbe di 137 volte, passando da 32.000 a 4.4 milioni di barili al giorno [7].

Dalla fine della Seconda Guerra mondiale al 1973, l’economia fossile si è consolidata e globalizzata nei paesi del nord:

Dal 1946 al 1973, il mondo ha consumato più energia ad uso commerciale che durante l’intero periodo dal 1800 al 1945. Mentre dal 1800 al 1945 il consumo di energia ammonta a circa 53 miliardi di tonnellate di petrolio, nei 27 anni successivi alla Seconda Guerra mondiale supera gli 84 miliardi… Questo periodo vede l’emergere delle principali industrie di gas naturale e di energia nucleare così come una ripresa della produzione mondiale di carbone. Ma l’industria del settore energetico più dinamica tra tutte è quella del petrolio. Dal 1946 al 1973, la produzione di petrolio si è accresciuta di oltre il 700% [8].


Anticipazioni dalla sinistra

La tesi che un forte cambiamento nei rapporti tra la società umana e l’ambiente si sia prodotto dopo la Seconda Guerra mondiale non è nuova tra i pensatori di sinistra. Anche se nessuno degli innumerevoli articoli scientifici che parlano della Grande accelerazione ne fa menzione, alcune loro conclusioni sono state anticipate decenni fa da tre fondatori dell’ecologismo.
Nel 1962, in Primavera silenziosa, Rachel Carson scriveva:

Per la prima volta nella storia del mondo, oggi ogni essere umano è sottoposto al contatto di pericolose sostanze chimiche, dall’istante del concepimento fino alla morte. Gli antiparassitari sintetici, in meno di vent’anni di impiego, si sono così diffusi nell’intero mondo animato e inanimato, che ormai esistono dappertutto…
Tutto ciò è una conseguenza del sorgere improvviso e del prodigioso sviluppo di un’industria che produce sostanze chimiche sintetiche, cioè fabbricate dall’uomo, dotate di proprietà insetticide. Tale industria è figlia della Seconda Guerra mondiale… [9].

Nello stesso anno, Murray Bookchin pubblicava Our Synthetic Environment:

Dalla seconda Guerra mondiale ... c’è stata una nuova rivoluzione industriale, e i problemi collegati alla vita urbana assumono nuove dimensioni al crescere del numero di sostanze inquinanti, le condizioni ecologiche necessarie per la disponibilità di aria ed acqua pulite sono messe in pericolo [10].

Nel 1971 usciva Il Cerchio da chiudere di Barry Commoner:

… La ragione prima della crisi ambientale in cui sono piombati gli Stati Uniti negli ultimi anni è la trasformazione di vasta portata che ha subito la tecnologia produttiva a partire dalla Seconda Guerra mondiale ... tecnologie produttive, con intensi impatti ambientali, hanno sostituito altre meno distruttive. La crisi ambientale è la conseguenza inevitabile di questo schema di sviluppo antiecologico [11].

Nel 1991, Commoner anticipava la tesi di Crutzen sull’impatto della specie umana sul sistema terra: «la tecnosfera è diventata a tal punto ampia e intensa da alterare i processi naturali che governano l’ecosfera» [12].

Nel 1994, infine, dieci anni prima della pubblicazione della sintesi pionieristica dell’IGBP, John Bellamy Foster aggiornava l’argomentazione di Commoner proponendo un’analisi marxista
delle trasformazioni economiche e sociali che hanno causato ciò che più tardi sarà chiamata Grande accelerazione:

Dal 1945, il mondo è entrato in una nuova fase di crisi planetaria, nella quale l’attività economica ha iniziato a influenzare in modo totalmente inedito le condizioni elementari della vita sulla terra. Questa nuova fase ecologica è collegata all’ascesa, avvenuta ai primi del secolo, del capitalismo monopolistico, un sistema economico dominato da grandi imprese e dalle conseguenti trasformazioni che esso ha apportato alle relazioni tra scienza e industria. Prodotti sintetici non biodegradabili (non decomponibili attraverso cicli naturali) sono diventati elementi basilari della produzione industriale. Inoltre, a causa di una crescita sostenuta, l’ampiezza dei processi economici ha iniziato a competere con i cicli ecologici del pianeta, cosa che aggrava come mai prima il rischio di una catastrofe ecologica di ampiezza planetaria. Al giorno d’oggi, pochi possono dubitare del fatto che il sistema abbia superato le soglie critiche della sostenibilità ecologica, cosa che solleva delle domande riguardo alla vulnerabilità dell’intero pianeta.

«Quello che è emerso nel periodo successivo alla Seconda Guerra mondiale», scrive Foster, è «una trasformazione qualitativa nel livello della distruttività umana» [13].




Note

* Titolo originale: Facing the Anthropocene. Fossil Capitalism and the Crisis of Earth System, Monthly Review Press, New York, 2016, (Trad. it. Anthropocene. Capitalismo fossile e crisi del sistema Terra, Trieste, Asterios Editore, 2020, a cura di Giuseppe Sottile e Alessandro Cocuzza, traduttori: Alessandro Cocuzza, Vincenzo Riccio, Giuseppe Sottile).

[1] Tony Judt, Postwar: A History of Europe Since 1945, Penguin Group Usa, 2006, p. 9, (trad. it. Postwar. Europa 1945-2005, Laterza, 2017).

[2] «Rockefeller Profits from the Marshall Plan», Chicago Tribune, 13 dicembre 1948, p. 16.

[3] Timothy Mitchell, Carbon Democracy: Political Power in the Age of Oil, London, Verso, 2011, p. 42.

[4] Barry F. Maschado, In Search of a Usable Past: The Marshall Plan and Postwar Reconstruction, Vicksburg (Va), George C. Marshall Foundation, 2007, pp. 122, 123.

[5] David S. Painter, «The Marshall Plan and Oil», Cold War History, vol. 9, n. 2, 2009, p. 168.

[6] Eric. J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, 1997, p. 309.

[7] Daniel Yergin, The Prize: The Epic Quest for Oil, Money and Power, New York, Simon & Schuster, 1991, pp. 541, 42, 384 (trad. it. Il premio. L’epica corsa al petrolio, al potere e al denaro, Sperling & Kupfer, 1991).

[8] Bruce Podobnik, Global Energy Shifts, Philadelphia, Temple University Press, 2009, p. 92.

[9] Rachel Carson, Primavera silenziosa, Feltrinelli, 2019, p. 35.

[10] Murray Bookchin [Lewis Herber], Our Synthetic Environment, New York, Knopf, 1962, p. 53.

[11] Barry Commoner, Il cerchio da chiudere, Garzanti, 1986, pp. 245, 246.

[12] Barry Commoner, Facciamo pace col pianeta, Garzanti, 1990, p. 39.

[13] John Bellamy Foster, The Vulnerable Planet: A Short Economic History of the Environment, New York, Monthly Review Press, 1999, pp. 109.



Ian Angus