Seconda parte del Capitolo IX: Guerra, lotta di classe e petrolio a buon mercato di Anthropocene. Capitalismo fossile e crisi del sistema Terra * di Ian Angus, dove la guerra e le sue conseguenze vengono considerate come una fase di transizione tra due epoche.

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Il keynesismo militare


Nel 1944, la rivista Politics pubblicò un articolo del socialista Walter J. Oakes che prevedeva che, contrariamente a ciò che era avvenuto dopo i precedenti conflitti, gli Stati Uniti avrebbero mantenuto spese militari elevate dopo la guerra. Egli osservò che la classe dominante si era data due grandi obiettivi per il periodo post-bellico: avviare i preparativi in vista di una terza guerra mondiale e prevenire i disordini sociali che avrebbero potuto impadronirsi del paese se la disoccupazione di massa l’avesse colpito di nuovo. Per raggiungere questi obiettivi, gli Stati Uniti avrebbero inaugurato «un’era di economia di guerra permanente» [1].

Sebbene abbia impiegato più tempo del previsto a concretizzarsi, la prognosi di Oakes si è rivelata in sostanza giusta. Nel 1950, il settimanale U.S. News & World Report informava i suoi lettori degli ambienti d’affari che «gli strateghi del governo ritengono di aver trovato la formula magica per una congiuntura economica favorevole quasi permanente ... la guerra fredda è un vero e proprio catalizzatore» [2]. Il keynesismo militare (massiccia spesa militare destinata a mantenere o stimolare la crescita economica) ha caratterizzato l’economia statunitense per più di mezzo secolo, non importa quale partito fosse al governo.

Negli anni ‘30, il budget militare degli stati Uniti era di circa cinquecento milioni di dollari all’anno. Dal 1946 al 1949, nonostante i tagli fatti alla fine della guerra, le spese per il personale militare e per gli armamenti erano trentotto volte più elevate di prima della guerra, raggiungendo una media di diciannove miliardi di dollari all’anno [3]. Esse sarebbero esplose quando Washington intervenne nella guerra civile coreana – un’“azione di polizia” che avrebbe fatto più di due milioni di vittime, per lo più civili:

Nel primo anno della guerra di Corea, Truman procedette a preparativi la cui ampiezza finì col superare quella della mobilitazione di poco successiva all’entrata degli Stati Uniti nella Seconda Guerra mondiale. Così fece passare gli effettivi dell’esercito da 1,5 milioni a 3,2 milioni di soldati, il numero di divisioni dell’esercito da 10 a 18, il numero di squadre aeree da 42 a 72 e il numero di navi da 618 a 1000, incluse 14 per il trasporto di truppe. Il Congresso aveva stanziato la somma di 50 miliardi di dollari a questo scopo; Truman avrebbe chiesto 62,2 miliardi per l’anno seguente, dopo aver contenuto le pretese del comitato dei capi di stato maggiore interforze, che ne richiedeva oltre 100 miliardi. Solo circa il 25% di queste somme colossali era destinato alla guerra di Corea, la maggior parte dei fondi essendo riservata alla lotta mondiale contro il comunismo [4].

Le centinaia di miliardi di dollari riservati alla produzione di armamenti e alle industrie interessate durante la guerra di Corea – e in tutti gli anni che seguirono – accelerarono gli investimenti in impianti ad alto consumo di energia e fortemente inquinanti e stimolarono indirettamente il consumo di automobili, case, elettrodomestici e altri beni. Questi miliardi ebbero anche conseguenze disastrose per l’ambiente.


Riconversione e lotta di classe

Gli storici liberali amano presentare gli anni del dopoguerra come una transizione rapida e lineare dall’economia di guerra al Golden Age. Grazie alle vigili politiche dell’amministrazione Truman e ai risparmi accumulati da soldati e lavoratori, la «riconversione» generò prosperità universale senza distruzione. Nella sua storia pionieristica del CIO, lo storico marxista Art Preis contesta questa interpretazione:

Tale falsificazione si ottiene mettendo insieme gli anni del boom della guerra di Corea con quelli precedenti di stagnazione e recessione. Nasconde le reali condizioni che regnavano durante gli anni di pace dell’amministrazione Truman. Si tende a coprire l’aspetto fondamentale della recente storia economica americana: dal 1929, in nessun periodo il capitalismo americano ha mantenuto la minima parvenza di crescita e stabilità economica senza enormi spese militari e un debito di guerra [5].

L’economista Lynn Turgeon concorda:

Sebbene l’economia americana del dopoguerra sia stata stabilizzata dalla domanda repressa e dal risparmio forzato accumulato durante la guerra, dal Piano Marshall, dal programma Point 4 e dal successivo programma Foreign Aid (che sarebbe diventata in seguito l’Agency for International Development), la transizione verso un’economia di pace si è svolta molto lentamente. Nel 1950, il reddito reale era appena più alto che nel 1945, e fu necessario il boom della guerra di Corea perché la produzione annuale superasse quella della fine della Seconda Guerra mondiale [6].

Sul piano statistico, è possibile che la domanda repressa di beni di consumo abbia contribuito a prevenire una recessione, ma la maggior parte dei lavoratori non beneficiarono della prosperità dei padroni prima degli anni ‘50. Per molte persone, l’immediato dopoguerra fu un periodo particolarmente difficile. Sulla scia della capitolazione della Germania nazista nel maggio 1945, gli industriali americani ridussero le ore di lavoro ed effettuarono licenziamenti, e la fine del controllo dei prezzi provocò un’inflazione del costo del cibo e altri beni essenziali. Nell’ottobre del 1945, gli Stati Uniti contavano circa due milioni di disoccupati e il reddito reale era diminuito del 15% [7].

Furono particolarmente colpite le donne, perché i datori di lavoro intendevano tornare a una forza-lavoro “normale” (vale a dire esclusivamente maschile). Questa congiuntura economica e le rimostranze accumulate durante i quattro anni di guerra provocarono la più importante ondata di scioperi della storia degli Stati Uniti. Nel 1945, 3,5 milioni di lavoratori parteciparono a 4750 scioperi; nel 1946, 4,6 milioni parteciparono a 4985 scioperi. Secondo Art Preis, «Per numero di scioperanti, il loro peso nell’industria e la durata delle lotte, l’ondata di scioperi del 1945 e 1946 negli Stati Uniti fu più importante di tutte quelle che si erano precedentemente verificate in altri paesi capitalistici, compreso lo sciopero generale del 1926 in Gran Bretagna» [8].

Come osservò nel ‘46 il noto consulente aziendale Peter Drucker, i leader dei grandi sindacati non erano contenti di questa ondata di scioperi: «nessuno dei cinque maggiori scioperi del primo inverno del dopoguerra (General Motors, macelli, acciaierie, elettricità e ferrovie) fu promosso su iniziativa dei dirigenti sindacali; in ciascuno di questi casi, furono gli stessi operai a imporre lo sciopero a una direzione riluttante» [9]. La lotta di classe organizzata dal basso suscitò una risposta da parte dei padroni e del governo, che reagirono alternando il bastone alla carota:

• fu approvata la legge Taft-Hartley sui rapporti tra datori di lavoro e sindacati, che rendeva illegali gli scioperi selvaggi e altre azioni sindacali “irresponsabili”, vietava il monopolio sindacale nelle assunzioni ed erigeva consistenti ostacoli giuridici nel modo di organizzare nuovi gruppi di lavoratori;

• venne consolidata l’autorità dei dirigenti sindacali conservatori e liberali tramite una campagna di propaganda anticomunista che divise il movimento e portò all’esclusione degli attivisti;

• il presidente Truman impedì ripetutamente scioperi usando la legislazione del tempo di guerra, assumendo il controllo di miniere, raffinerie e altre industrie;

• vennero applicate severe sanzioni contro sindacati e dirigenti sindacali recalcitranti: in particolare, la United Mine Workers e il suo capo John L. Lewis furono condannati rispettivamente a multe di tre milioni e mezzo e diecimila dollari per aver rifiutato di porre fine a uno sciopero del settore carbonifero;

• una volta calmata l’ondata di scioperi, le aziende automobilistiche e altri grandi industriali concessero aumenti salariali e garantirono la sicurezza del posto di lavoro in cambio di contratti di lavoro pluriennali che garantivano una produzione ininterrotta.

Nel 1950, la classe dirigente degli Stati Uniti era riuscita ad indebolire l’unica forza interna che avrebbe potuto sfidare la sua egemonia: invece di trovarsi di fronte militanti, il capitalismo statunitense poteva ormai contare su «un movimento operaio leale e moderato che negoziava concessioni senza mettere in questione l’economia di mercato, [e che] veniva accettato più o meno come un elemento costruttivo per il sistema in un contesto di guerra fredda e di espansione economica». [10] Michael Yates riassume così questo fattore determinante del lungo periodo di espansione economica:

 Il padronato e la classe politica conclusero un accordo di pace con i “legittimi” capi sindacali. Se i sindacati cedevano ai datori di lavoro il diritto di gestire le fabbriche, fissare i prezzi e installare nuovi macchinari, e se i dirigenti sindacali sorvegliavano l’applicazione di accordi di divieto di sciopero e disciplinavano i loro membri turbolenti, i datori di lavoro garantivano ai lavoratori stabili incrementi dei salari e benefici sociali, riconoscendo i sindacati come rappresentanti legittimi dei lavoratori, e rinunciando a bloccare l’adozione di leggi che miravano alla realizzazione di programmi sociali [11].


(Continua)


Note

* Titolo originale: Facing the Anthropocene. Fossil Capitalism and the Crisis of Earth System, Monthly Review Press, New York, 2016, (Trad. it. Anthropocene. Capitalismo fossile e crisi del sistema Terra, Trieste, Asterios Editore, 2020, a cura di Giuseppe Sottile e Alessandro Cocuzza, traduttori: Alessandro Cocuzza, Vincenzo Riccio, Giuseppe Sottile).

[1] Walter J. Oakes, « Toward a Permanent War Economy? », Politics, vol. 1, n. 1, febbraio 1944, pp. 11, 17.

[2] Richard B. du Boff, Accumulation and Power: An Economic History of the United States, Armonk (NY), M. E. Sharpe, 1989, p. 99.

[3] Bruce S. Jansson, The Sixteen-Trillion-Dollar Mistake: How the U.S. Bungled Its National Priorities from the New Deal to the Present, New York, Columbia University Press, 2001, p. 76.

[4] ibid., p. 109.

[5] Art Preis, Labor’s Giant Step: Twenty Years of the CIO, New York, Pioneer Publishers, 1964, p. 378.

[6] Lynn Turgeon, Bastard Keynesianism: The Evolution of Economic Thinking and Policymaking since World War II, Westport (Ct), Greenwood Press, 1996, p. 10.

[7] George Lipsitz, Rainbow at Midnight: Labor and Culture in the 1940s, Chicago, University of Illinois Press, 1944, p. 99.

[8] Art Preis, p. 276.

[9] Peter Drucker, «What to Do about Strikes», Collier’s Weekly, 18 gennaio 1947, p. 12.

[10] Bert Cochran, Labor and Communism: The Conflict that Shaped AmericanUnions, Princeton, Princeton University Press, 1977, p. 322.

[11] Michael Yates, Naming the System: Inequality and Work in the Global Economy, New York, Monthly Review Press, 2003, p. 220.


Ian Angus