Il conflitto sempre più crescente tra ecologia e capitalismo riflette l'intensità con cui il profitto è diventato sorprendentemente la connessione primaria e più potente tra gli esseri umani e tra gli esseri umani e la natura.

Da gennaio 2007 ad oggi, Climate & Capitalism ha pubblicato 2.776 articoli. Dalla Top 10 di quanto pubblicato in questi 15 anni, contenuta nell'articolo del 31 dicembre 2021, abbiamo scelto e tradotto un testo di John Bellamy Foster: "Le quattro leggi dell'ecologia e le quattro leggi anti-ecologiche del capitalismo". È un estratto del capitolo 6 di The Vulnerable Planet (Il Pianeta Vulnerabile) pubblicato nel 1993 da Monthly Review Press.


Nella prima parte del capitolo, Foster discute la “trasformazione qualitativa nel processo della distruttività umana” che ha caratterizzato la produzione capitalistica dopo la seconda guerra mondiale. Questa trasformazione ha comportato un massiccio aumento dell'uso di materiali sintetici che non potevano essere prontamente riassorbiti dalla natura, accompagnato da un'espansione radicale dell'uso di tutte le forme di energia, in particolare dei combustibili fossili. Questi cambiamenti nei modelli di produzione, scrive Foster, sono "la ragione principale per la rapida accelerazione della crisi ecologica nel dopoguerra."
Nel resto del capitolo qui pubblicato
si discutono i fattori che stanno alla base del conflitto sempre più crescente del capitalismo con la natura.
(Climate & Capitalism)

 

Quattro leggi dell'ecologia

Per comprendere l'impatto ecologico di questo andamento, è utile considerare quelle che Barry Commoner e altri hanno indicato come le quattro leggi informali dell'ecologia:

1. Tutto è connesso con tutto,

2. Tutto deve andare da qualche parte,

3. La natura lo sa meglio, e

4. Nulla viene dal nulla.

La prima di queste leggi informali, tutto è connesso con tutto, indica come gli ecosistemi siano complessi e interconnessi. Questa complessità e interconnessione, scrivono Haila e Levins, "non è come quella del singolo organismo cui vari organi si sono evoluti e sono stati selezionati in base al criterio del loro contributo alla sopravvivenza e alla fecondità dell'insieme." La natura è molto più complessa e variabile e di gran lunga più resistente di quanto non suggerisca la metafora dell'evoluzione di un organismo individuale. Un ecosistema può perdere delle specie e subire trasformazioni significative senza collassare. Eppure, l'interconnessione della natura significa anche che i sistemi ecologici possono subire catastrofi improvvise e sorprendenti, se posti sotto stress estremo. "Il sistema," scrive Commoner, "è stabilizzato dalle sue proprietà dinamiche di autocompensazione; queste stesse proprietà, se sollecitate eccessivamente, possono portare a un drammatico collasso.” Inoltre, "il sistema ecologico è un amplificatore, così che una piccola perturbazione in un luogo può avere considerevoli effetti altrove, a distanza sia geografica che temporale." [1]

La seconda legge dell'ecologia, tutto deve andare da qualche parte, riafferma una legge basilare della termodinamica: in natura non ci sono rifiuti finali, sia la materia che l'energia vengono preservate e i rifiuti prodotti in un processo ecologico vengono riciclati in un altro. Ad esempio, un albero o un tronco abbattuto in una foresta secolare sono fonte di vita per numerose specie e una parte essenziale dell'ecosistema. Allo stesso modo, gli animali espellono anidride carbonica nell'aria e composti organici nel suolo, che aiutano a sostenere le piante di cui gli animali si nutriranno poi.

La natura lo sa meglio, la terza legge informale dell'ecologia, "ritiene che qualsiasi importante cambiamento operato dall'uomo in un sistema naturale è probabilmente dannoso per quel sistema", scrive Commoner. Nel corso di 5 miliardi di anni di evoluzione, gli esseri viventi hanno sviluppato una serie di sostanze e reazioni che nel loro insieme costituiscono la biosfera vivente. La moderna industria petrolchimica, invece, ha improvvisamente creato migliaia di nuove sostanze che non esistevano in natura. Dato che si basano sugli stessi schemi fondamentali della chimica del carbonio dei composti naturali, queste nuove sostanze entrano prontamente nei processi biochimici esistenti. Ma lo fanno in modi che sono spesso distruttivi per la vita, portando a mutazioni, cancro e tante differenti forme di morte e malattia. "L'assenza di una particolare sostanza nella natura", scrive Commoner, "indica spesso che questa è incompatibile con la chimica della vita." [2]

Nulla viene dal nulla, la quarta legge informale dell'ecologia, esprime il fatto che lo sfruttamento della natura comporta sempre un costo a livello ecologico. Da un punto di vista strettamente ecologico, gli esseri umani sono consumatori più che produttori. La seconda legge della termodinamica ci dice che gli esseri umani "consumano" (ma non distruggono) energia nel processo stesso dell’utilizzo della medesima, nel senso che la trasformano in forme non più disponibili per il lavoro. Nel caso di un'automobile, ad esempio, l'energia chimica di alto grado contenuta nella benzina che alimenta l'auto è disponibile per un impiego utile, mentre l'energia termica di grado inferiore nello scarico dell'automobile non lo è. In ogni trasformazione di energia c’è sempre una parte di essa che viene degradata in questo modo. Pertanto, i costi ecologici di produzione sono significativi. [3]


Le quattro leggi del capitalismo

Visto sullo sfondo offerto da queste quattro leggi informali, il modello dominante dello sviluppo capitalista è chiaramente contro-ecologico. In effetti, molto di ciò che caratterizza il capitalismo come sistema eco-storico può essere ridotto alle sue conseguenti tendenze contro-ecologiche:

L'unico legame duraturo tra le cose è il cash nexus (nesso monetario);

Non importa dove finisce una cosa, basta che non rientri nel circuito del capitale;

Il mercato che si autoregola lo sa meglio; e

La generosità della natura è un dono gratuito al proprietario del terreno.

La prima di queste tendenze contro-ecologiche, l'unico legame duraturo tra le cose è il nesso monetario, esprime il fatto che sotto il capitalismo tutti i rapporti sociali tra le persone e tutti i rapporti dell'uomo con la natura si riducono a semplici rapporti di denaro. La disconnessione dei processi naturali l'uno dall'altro e la loro estrema semplificazione è una tendenza intrinseca allo sviluppo capitalistico. Come spiega Donald Worster:

"Nonostante molte variazioni nel tempo e nello spazio, l'agroecosistema capitalistico mostra una chiara tendenza nell'arco della storia moderna: un movimento verso la radicale semplificazione dell'ordine ecologico naturale, nel numero di specie presenti in un'area e nella complessità delle loro interconnessioni …. Nel gergo odierno chiamiamo questo nuovo tipo di agroecosistema ‘monocultura’, intendendo una parte della natura che è stata ricostituita al punto da produrre un'unica specie, che cresce sulla terra solo perché da qualche parte esiste una forte domanda di mercato per essa." [4]

Il tipo di riduzionismo caratteristico del "capitalismo commerciale" -afferma la fisica ed ecologista indiana Vandana Shiva- "si basa sulla produzione specializzata di merci. Questo richiede l'uniformità della produzione e l'uso uni-funzionale delle risorse naturali. "Ad esempio, sebbene sia possibile utilizzare i fiumi in modo ecologico e sostenibile in conformità con i bisogni umani, i giganteschi progetti di valli fluviali associati alla costruzione delle dighe odierne "lavorano contro, e non con la logica del fiume. Questi progetti si basano su presupposti riduzionisti [di uniformità, separabilità e uni-funzionalità] che mettono in relazione l'uso dell'acqua non con i processi della natura, ma con i processi di reddito e generazione di profitto." [5]

Tutto questo riflette il fatto che il nesso con il denaro è diventato l'unico collegamento tra gli esseri umani e la natura. Con lo sviluppo della divisione capitalistica della natura, gli elementi della natura sono ridotti a un denominatore comune (o sommato): il valore di scambio. A questo proposito non importa se il proprio prodotto sia caffè, petrolio, pellicce o piume di pappagallo, purché ci sia un mercato per esso. [6]

La seconda contraddizione ecologica del sistema, non importa dove finisce una cosa, basta che non rientri nel circuito del capitale, riflette il fatto che la produzione economica nelle condizioni capitalistiche contemporanee non è veramente un sistema circolare (come in natura), bensì lineare, che va dalle sorgenti ai lavandini trabboccanti. L'analogo "nessun deposito/nessun ritorno" -ha osservato il grande economista ecologico Nicholas Georgescu-Roegen- "si adatta alla visione della vita economica dell'uomo d'affari." L'inquinamento provocato dalla produzione viene trattato come una "esternalità" che non fa parte dei costi per l'impresa. [7]

Nelle società precapitalistiche, gran parte degli scarti della produzione agricola veniva riciclata in stretta conformità con le leggi ecologiche. Al contrario, in una società capitalista sviluppata, il riciclaggio risulta estremamente difficile a causa del grado di divisione della natura. I bovini, ad esempio, vengono tolti dal pascolo e allevati nelle stalle; così loro rifiuti naturali, invece di concimare il terreno, diventano una grave forma di inquinamento. Oppure, per fare un altro esempio, le materie plastiche, che hanno sempre di più sostituito il legno, l’acciaio e altri materiali, non sono biodegradabili. "Nell'economia odierna", scrive Commoner, "i beni vengono trasformati linearmente in rifiuti: raccolti in liquami; uranio in residui radioattivi; petrolio e cloro in diossina; combustibili fossili in anidride carbonica … Il capolinea sono sempre i rifiuti, un assalto ai processi ciclici che sostengono l'ecosfera." [8]

Non è il principio ecologico che la natura lo sa meglio, ma piuttosto il principio contro-ecologico che il mercato autoregolato lo sa meglio, a governare sempre di più tutta la vita sotto il capitalismo. Ad esempio, il cibo non è più visto principalmente come una forma di nutrizione, bensì come un mezzo per fare profitto; in questa maniera il valore nutritivo viene sacrificato per la quantità. Applicazioni intensive di fertilizzanti azotati squilibrano la composizione minerale del terreno, che a sua volta influisce sul contenuto minerale delle verdure ivi coltivate. I requisiti di trasporto e conservazione hanno la precedenza sulla qualità degli alimenti. E per poter efficacemente commercializzare i prodotti agricoli, i pesticidi sono talvolta semplicemente usati per proteggere l'aspetto dei prodotti. Alla fine, la qualità del cibo viene degradata, uccelli e altre specie vengono uccisi e gli esseri umani vengono avvelenati. [9]

La generosità della natura è un dono gratuito al proprietario del terreno, la quarta tendenza contro-ecologica del capitalismo, esprime il fatto che i costi ecologici associati all'appropriazione delle risorse naturali e dell'energia vengono raramente considerati nell'equazione economica. L'economia liberale classica, sosteneva Marx, considerava la natura come un guadagno "gratuito" per il capitale. Nei modelli economici dell’establishment non si trova da nessuna parte un'adeguata contabilizzazione del contributo della natura. "Il capitalismo", come sosteneva il grande economista ambientale K. William Kapp, "deve essere considerato un'economia di costi non retribuiti. 'Non retribuiti' in quanto una parte sostanziale dei costi effettivi di produzione rimane non contabilizzata negli esborsi imprenditoriali; invece, vengono trasferiti a terze persone e in definitiva da queste sostenuti, ovvero dalla comunità nel suo insieme. "Per fare un esempio, l'inquinamento atmosferico causato da una fabbrica non viene trattato come un costo di produzione interno di quella fabbrica. Viene piuttosto visto come un costo esterno che deve essere sostenuto dalla natura e dalla società." [10]

Non riuscendo ad attribuire alcun valore reale alla ricchezza naturale, il capitalismo massimizza il flusso di materie prime ed energia perché maggiore è questo flusso - dall'estrazione attraverso la consegna del prodotto finale al consumatore – maggiore è la possibilità di generare profitti. E concentrandosi selettivamente sulla riduzione al minimo della manodopera, il sistema promuove le alte tecnologie che consumano energia e ad alta intensità di capitale. Tutto questo si traduce in un accelerato esaurimento delle risorse non rinnovabili e in un maggior numero di rifiuti scaricati nell'ambiente. Ad esempio, dalla seconda guerra mondiale, la plastica ha sempre più sostituito la pelle nella produzione di articoli come borse e scarpe. Per produrre lo stesso valore di output, l'industria della plastica utilizza solo circa un quarto della manodopera necessaria per la lavorazione della pelle, ma utilizza dieci volte tanto capitale e trenta volte più energia. La sostituzione della plastica alla pelle nella produzione di questi articoli ha quindi significato una minore richiesta di manodopera, ma una maggiore richiesta di capitale ed energia, e...un maggior inquinamento ambientale. [11]


Il potere del profitto

Le suddette contraddizioni tra ecologia ed economia possono essere tutte ricondotte al fatto che il rapporto con il profitto è diventato in misura sorprendente l'unico collegamento tra gli esseri umani e tra gli esseri umani e la natura.

Ciò significa che mentre possiamo immaginare forme di tecnologia più sostenibili che risolvano gran parte del problema ambientale, lo sviluppo e l'implementazione di queste tecnologie sono bloccati dal modo di produzione da parte del capitalismo e dei capitalisti. Le grandi aziende prendono le decisioni più importanti sulla tecnologia che utilizziamo e l'unico obiettivo che considerano nel processo decisionale è la redditività.

Nello spiegare perché le case automobilistiche di Detroit preferiscono realizzare auto grandi e ad alto consumo di benzina, Henry Ford II ha semplicemente affermato che "mini-auto fanno mini-profitti". Lo stesso punto è stato sottolineato in modo più esplicito da John Z. DeLorean, un ex dirigente della General Motors, che ha dichiarato: "Quando alla fine degli anni '60 avremmo dovuto pianificare il passaggio ad automobili più piccole, più efficienti dal punto di vista del consumo di carburante e più leggere, in risposta alla crescente domanda sul mercato, la direzione di GM ha rifiutato perché 'facciamo più soldi con le auto grandi'." [12]

Alla base del generale approccio contro-ecologico alla produzione qui illustrato c’è la questione della crescita. Una dinamica di crescita esponenziale è inerente al capitalismo, un sistema in cui il denaro viene scambiato con merci, che vengono poi scambiate con più denaro, su una scala sempre crescente.

"Come hanno sottolineato gli economisti, da Adam Smith e Marx fino a Keynes" - ha osservato Robert Heilbroner- "un capitalismo 'stazionario' è soggetto a un tasso di profitto decrescente, man mano che le opportunità di investimento del sistema vengono esaurite. Quindi, in assenza di una frontiera espansiva, la spinta agli investimenti rallenta e inizia una spirale deflazionistica sia dei redditi, sia dell'occupazione."

Ciò significa che il capitalismo non può esistere senza una continua espansione della scala di produzione: qualsiasi interruzione in questo processo si tradurrà in una crisi economica. Eppure alla fine del ventesimo secolo ci sono tutte le ragioni per credere che il tipo di rapida crescita economica che il sistema ha richiesto per sostenere la sua stessa esistenza non sia più ecologicamente sostenibile.[13]


Note

[1] Commoner, Il cerchio da chiudere, pp. 41-54 (Milano, Garzanti,1972); Edberg e Yablokov, Tomorrow Will Be Too Late, p. 89; Haila e Levins, Humanity and Nature, pp. 5-6. Sebbene Commoner si riferisca alla quarta legge come "non esiste un pranzo gratis", lo scienziato russo Yablokov l'ha tradotto più in generale come "nulla viene dal nulla".

[2] Commoner, Il cerchio da chiudere, pp. 49-52; e Far pace col pianeta, pp. 46-49 (Nilano, Garzanti, 1990). La terza legge di Commoner non dovrebbe essere presa troppo alla lettera. Come scrivono Haila e Levins, "La concezione che 'la natura lo sa meglio' è relativizzata dalla contingenza dell'evoluzione." Haila e Levins, Humanity and Nature, p.6.

[3] Ibid., pp. 14-15; Herman E. Daly e Kenneth Townsend, eds., Valuing the Earth (Cambridge, MA: MIT Press, 1993), pp. 69-73.

[4] Donald Worster, The Wealth of Nature (New York: Oxford University Press, 1993), pp. 58-59.

[5] Vandana Shiva, Staying Alive (London: Zed Books, 1989), pp. 23-24, 186.

[6] Haila e Levins, Humanity and Nature, p. 201.

[7] Nicholas Georgescu-Roegen, The Entropy Law and the Economic Process (Cambridge: Harvard University Press, 1971), p. 2.

[8] Commoner, Far pace col pianeta, pp. 45-46.

[9] Haila e Levins, Humanity and Nature, p. 160.

[10] Georgescu-Roegen, Entropy Law, p. 2; K. William Kapp, The Social Costs of Private Enterprise (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1971), p. 231.

[11] Chandler Morse, “Environment, Economics and Socialism,” Monthly Review no. 11 (April 1979): 12; Commoner, Making Peace, pp. 82-83; e The Poverty of Power (New York: Alfred A. Knopf, 1976), p. 194.

[12] Ford e DeLorean citati in Commoner, Far pace col pianeta, pp. 80-81.

[13] Robert Heilbroner, An Inquiry into the Human Prospect (New York: W.W. Norton, 1980), p. 100.



John Bellamy Foster


Traduzione di Iris Legge - Redazione di Antropocene.org

Fonte: Climate&Capitalism 02.04.2012


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