Fonte: Climate&Capitalism - 30.08.2021

"Il capitale contro i beni comuni" è una serie di articoli sul primo capitalismo e l'agricoltura in Inghilterra.
Nella prima parte è stato discusso il ruolo centrale della proprietà condivisa e dei diritti comuni nell'agricoltura precapitalista.

In questa si  descrive come la diffusione del capitalismo agrario nel XVI secolo si fondò sulla la distruzione dei beni comuni, lo sfratto degli affittuari, la Riforma ed il successivo furto dei beni ecclesiastici. Furono così avviate le due tipiche trasformazioni dell'accumulazione primitiva: terra rubata che diventa capitale e produttori senza terra che diventano lavoratori salariati.


 

Un furto sistematico di beni comuni


L’espropriazione della massa della popolazione e la sua espulsione dalla terra costituiscono il fondamento del modo di produzione capitalistico.*

Karl Marx

 

Il terreno della parrocchia è nelle mani di pochi uomini, e certe volte nelle mani di uno o due o tre, per cui gli altri sono costretti o ad essere assunti al loro servizio oppure a mendicare miseramente il loro pane di porta in porta.

William Harrison, 1577 [1]

 


Nel 1549, decine di migliaia di contadini inglesi combatterono – e migliaia morirono – per fermare e invertire il processo di diffusione dell'agricoltura capitalistica che stava distruggendo il loro modo di vivere. La maggiore mobilitazione, conosciuta come la «ribellione di Kett», è stata definita «il più grande progetto utopico concreto dell'Inghilterra dei Tudor e la più grande rivolta anticapitalistica della storia inglese». [2]

Il 6 luglio, i contadini di Wymondham, una città-mercato nel Norfolk, attraversarono il paese per abbattere siepi e recinzioni che dividevano alcune terre precedentemente comuni dalle fattorie e dai pascoli privati. Quando raggiunsero Norwich, la seconda città più grande d'Inghilterra, erano stati raggiunti da contadini, braccianti e artigiani di molte altre città e villaggi. Il 12 luglio, ben sedicimila ribelli si accamparono a Mousehold Heath, vicino alla città. Qui istituirono un consiglio direttivo con rappresentanti di ciascuna comunità, requisirono cibo e altre provviste dai proprietari terrieri vicini e stilarono un elenco di richieste indirizzate al re.

Nelle successive sei settimane, invasero e si impadronirono due volte di Norwich, rifiutando ripetutamente la grazia da parte del re con la motivazione che non avevano fatto nulla di male, e sconfissero una forza di millecinquecento uomini inviati da Londra per annientarli. Resistettero fino alla fine di agosto, quando furono attaccati da circa quattromila soldati professionisti, per lo più mercenari tedeschi e italiani, a cui fu ordinato dal duca di Warwick di «trattare la compagnia dei ribelli che avevano di fronte non come esseri umani, ma come belve feroci». [3] Oltre tremilacinquecento ribelli furono massacrati e i loro capi torturati e decapitati.

La rivolta di Norwich è la meglio documentata e quella che durò più a lungo, ma quelle che i contemporanei chiamavano The Rebellions of Commonwealth coinvolsero assembramenti, petizioni e assemblee di massa in almeno venticinque contee, mostrando «segni inconfondibili di coordinamento e di pianificazione in tutta la bassa Inghilterra». [4] La migliore dichiarazione superstite dei loro obiettivi sono i 29 articoli adottati a Mousehold Heath. Elencati senza un ordine preciso, ma, come scrive lo storico Andy Wood, «una logica stringente li collegava».

Le richieste formulate al campo di Mousehold mostravano il progetto di limitare il potere della nobiltà, escludendola dalla vita del villaggio, di contenere il rapido cambiamento economico, prevenire l'eccessivo sfruttamento delle risorse comuni e ridefinire i valori del clero. … I signori dovevano essere esclusi dalle terre comuni e si doveva impedire loro di esercitare il commercio della terra. Alla Corona si chiedeva di assumere alcuni dei poteri esercitati dai signori e di agire come arbitro
neutrale tra il signore e il popolo. Gli affitti dovevano essere fissati ai prezzi del 1485. Nella richiesta più evocativa delle lamentele di Norfolk, i ribelli richiedevano che i servi in condizioni quasi schiavili, che ancora prestavano servizi umilianti nelle tenute del ducato di Lancaster e nelle ex tenute del Duca di Norfolk, fossero liberati: «Preghiamo che tutti i servi possano essere resi liberi». [5]


La portata e la potenza delle ribellioni del 1549 dimostrano, meglio di qualsiasi altra cosa, l'impatto devastante del capitalismo sulla vita delle persone che lavoravano la terra nell'Inghilterra dell'età moderna. I cambiamenti radicali noti alla storia con l'innocua etichetta di enclosure raggiunsero il culmine nel corso di due lunghe ondate: durante l'ascesa del capitalismo agrario nei secoli XVI e XVII, e durante il consolidamento del capitalismo agrario nel XVIII e XIX.

Questo articolo affronta le origini cinquecentesche di ciò che Marx chiamava «il furto della proprietà comunale condotto sistematicamente». [6]


Le pecore divorano le persone

Nella prima parte abbiamo visto che la resistenza organizzata e la riduzione demografica permisero nel XV sec. ai contadini inglesi di ottenere affitti più bassi e maggiore libertà. Ma non per questo essi vinsero tutte le battaglie: piuttosto che tagliare gli affitti e rendere più allettanti le condizioni di lavoro nei campi per attrarre gli affittuari, alcuni proprietari sfrattarono con la forza quelli più piccoli e affittarono fattorie più grandi, a canoni più alti, ad agricoltori benestanti o allevatori di pecore destinate al commercio. Prendersi cura delle pecore richiedeva molto meno lavoro rispetto alla coltivazione del grano, e la crescente industria tessile fiamminga era ansiosa di acquistare lana inglese.

Di conseguenza, le popolazioni locali diminuirono e molti villaggi scomparvero del tutto. Come notoriamente scrisse Sir Thomas More nel 1516, le pecore erano «diventate così avide e feroci da divorare gli stessi esseri umani. Devastano e spopolano campi, case e città». [7]

Per più di un secolo, enclosure e spopolamento – le due parole venivano usate quasi sempre insieme – furono le principali preoccupazioni sociali e politiche per i governanti inglesi. Già nel 1483, John Russell, Lord Cancelliere di Edoardo V, fu molto critico nei riguardi della questione delle «enclosures e degli alloggiamenti [di bestiame ... in seguito all’] allontanamento e abbandono degli affittuari». [8] Nello stesso decennio, il sacerdote e storico John Rous condannava enclosure e spopolamento, identificando sessantadue villaggi e frazioni che, entro dodici miglia dalla sua casa nel Warwickshire, erano «scomparsi o si erano ridotti», dopo che «persone avide o che istigavano al guadagno» ne avevano «scacciato gli abitanti in modo ignominioso e violento». E chiedeva «giustizia anche ricorrendo a pesanti sanzioni» contro i proprietari responsabili. [9]

Trent'anni dopo, il consigliere di Enrico VIII, Sir Thomas More, condannò lo stesso fenomeno, scendendo più nel dettaglio. Gli affittuari vengono espulsi; e alcuni spogliati dei propri averi con l'inganno o con la forza bruta, o, stanchi di continue angherie, sono spinti a venderli. In un modo o nell'altro, questi miserabili — uomini, donne, mariti, mogli, orfani, vedove, genitori con bambini piccoli e intere famiglie (povere ma numerose, perché l'agricoltura richiede molte mani) — sono costretti a trasferirsi. Lasciano le sole case ai loro familiari e non trovano un posto dove andare. Dal momento che devono subire senza poter aspettare un vero compratore, vendono per una miseria tutte le suppellettili di casa, dalle quali in ogni caso non ricaverebbero molto. Quando quei pochi soldi sono terminati (cosa che avviene presto, nel trasferirsi da un posto all'altro), cosa rimane loro alla fine se non rubare, e quindi essere impiccati – senza dubbio, a ragione – o vagare e mendicare? Eppure, se vanno in giro, vengono imprigionati come vagabondi oziosi. Sarebbero felici di lavorare, ma non trovano nessuno che li assuma. Non c'è bisogno di lavoro agricolo, l’unica attività che sanno svolgere, quando non c'è più terra da coltivare. Unmandriano o un pastore possono badare a un gregge di bestie abbastanza grande da rifornire un'area che richiedeva un tempo molte mani per far crescere i raccolti. [10]

 
Molti resoconti della distruzione dell'agricoltura basata sui beni comuni suppongono che enclosure significasse semplicemente l’accorpamento di strisce di campo aperto in fattorie concentrate e il piantare siepi o costruire recinzioni per delimitare la proprietà divenuta ora privata. In realtà, come ha sottolineato il grande storico sociale R.H. Tawney nel suo classico studio The Agrarian Problem in the Sixteenth Century, nell'Inghilterra medievale e degli inizi dell’età moderna il termine “enclosure” «si riferiva a situazioni molteplici e di diverso tipo e aveva un'apparente e alquanto illusoria semplicità». [11] Enclosure poteva riferirsi a contadini che scambiavano strisce di terra padronale al fine di creare fattorie più concentrate, o a un proprietario terriero che aggiungeva unilateralmente terra comune al suo possedimento, o alla violenta espulsione di un intero villaggio dalla terra che le loro famiglie avevano lavorato per secoli.

Anche nel medioevo, i fittavoli avevano scambiato o accorpato strisce di terra per motivi locali o personali. Si chiamava enclosure, ma la riorganizzazione spaziale della proprietà in quanto tale non intaccava i diritti comuni né alterava l'economia locale. [12] Nel XVI secolo, gli oppositori dell’enclosure stavano attenti a dispensare tale pratica da ogni critica. Ad esempio, i commissari incaricati di indagare sulle enclosures illegali nel 1549 ricevettero queste istruzioni:

«Dovrete indagare su quali città, villaggi e casali sono stati degradati e adibiti a pascoli dalle recinzioni, all'interno della contea che è stata affidata al vostro controllo...

«Ma prima, bisogna spiegarvi cosa si intende con la parola enclosure. Non si intende quando una persona recinta e protegge il proprio terreno, dove nessuno ha beni comuni, poiché tale recinzione è molto vantaggiosa per lo Stato; in quanto è causa di una grande produzione di legname; ma si intende quando qualcuno ha tolto e recintato beni comuni di altri uomini, o ha abbattuto stalle, e ha convertito le terre da coltivazione a pascolo. Questo è il significato di tale parola, e quindi vi preghiamo di ricordarlo». [13]


Come scrisse R.H. Tawney, «Ciò che danneggiò gli affittuari più piccoli e causò le rivolte popolari contro le enclosures, non fu semplicemente la recinzione, ma questa accompagnata o dallo sfratto e dalla conversione in pascolo, o dalla monopolizzazione dei diritti comuni. … È proprio sull'accorpamento dei beni comuni e sullo sfratto degli affittuari che si fonda la guerra agraria – l'espressione non è né troppo moderna né troppo forte – condotta nel XVI secolo». [14]


Una crociata senza successo

I monarchi Tudor che governarono l'Inghilterra dal 1485 al 1603 non furono in grado di fermare la distruzione dei beni comuni e la diffusione del capitalismo agrario, ma non fallirono per mancanza di tentativi. Un Act Against Pulling Down of Towns fu promulgato nel 1489, appena quattro anni dopo l'ascesa al potere di Enrico VII. Dichiarando che «in alcune città duecento persone erano occupate e vivevano del loro lecito lavoro [mentre] ora vi lavorano due o tre mandriani e gli altri sono dediti all'ozio», [15] la legge vietava la conversione di fattorie di venti o più acri al pascolo, e ordinava ai proprietari terrieri di mantenere in piedi le case e gli edifici esistenti in tutte queste fattorie.

Ulteriori leggi anti-enclosure furono emanate nel 1515, 1516, 1517, 1519, 1526, 1534, 1536, 1548, 1552, 1555, 1563, 1589, 1593 e 1597. Nello stesso periodo furono ripetutamente nominate commissioni per indagare e punire i violatori di tali leggi. Il fatto che ne fossero state emanate così tante dimostra che, sebbene il governo dei Tudor volesse impedire lo spopolamento dovuto alle enclosures, di norma era incapace di riuscirci. Fin dall'inizio, i proprietari semplicemente disobbedivano alle leggi. La prima Commissione d'inchiesta, nominata nel 1517 dal principale consigliere di Enrico VIII, Thomas Wolsey, identificò 1.361 enclosures illegali verificatesi dopo l'approvazione della legge del 1489. [16] Senza dubbio, diverse furono nascoste agli ispettori, e altre ancora non furono dichiarate perché i proprietari riuscirono a sostenere con successo che erano formalmente legali. [17]

Il governo centrale aveva molteplici ragioni per opporsi allo spopolamento prodotto dalle enclosures. L'ideologia feudale paternalistica svolse un ruolo a tal proposito: coloro la cui ricchezza e posizione dipendevano dal lavoro dei poveri avrebbero dovuto in cambio proteggerli. Più concretamente, l'Inghilterra non aveva un esercito permanente, quindi le guerre del re erano state combattute da soldati contadini radunati e guidati dalla nobiltà, ma gli affittuari sfrattati non sarebbero stati disponibili a combattere. Su un piano più elementare, meno persone che lavorano la terra significavano meno soldi raccolti in tasse e decime. Inoltre, come dimostreremo nei prossimi articoli, le recinzioni causarono disordini sociali, che i Tudor erano determinati a prevenire.

Per quanto importanti fossero tali questioni, per un numero crescente di proprietari terrieri esse erano controbilanciate dal desiderio di mantenere il proprio reddito in un periodo di inflazione senza precedenti, causata dalla svalutazione della moneta e dall'afflusso dell'argento saccheggiato nel nuovo mondo. «Durante la rivoluzione dei prezzi del periodo 1500-1640, in cui i prezzi agricoli aumentarono di oltre il 600 per cento, l'unico modo per i proprietari terrieri di proteggere il proprio reddito era introdurre nuove forme di possesso e affitto e investire nella produzione destinata al mercato». [18]

I piccoli proprietari e i fittavoli benestanti fecero lo stesso, in molti casi più rapidamente dei grandi proprietari terrieri. I cambiamenti da essi introdotti spostarono il reddito dai piccoli agricoltori e lavoratori agricoli agli agricoltori capitalistici, approfondendo le divisioni di classe nelle campagne.

Per tutto il XVI secolo il numero dei piccoli affittuari si ridusse, mentre divenne sempre più importante la locazione di grandi tenute, per le quali era un prerequisito il capitale accumulato. Il XVI secolo vide anche l'ascesa del locatario capitalista che era disposto a investire capitale in terra e scorte. La crescente divergenza dei prezzi e dei salari agricoli portò a una «inflazione dei profitti» per gli agricoltori capitalistici preparati, in grado di rispondere alle tendenze del mercato e che assunsero manodopera agricola. [19]


Come abbiamo visto, il governo dei Tudor mise ripetutamente fuori legge le enclosures che rimuovevano i fittavoli dalla terra. Le leggi fallirono perché l'applicazione dipendeva dai giudici di pace, generalmente gentiluomini locali che, anche quando non erano essi stessi a praticare le enclosures, non avrebbero mai tradito i vicini o i loro amici che lo erano. Le occasionali commissioni d'inchiesta erano più efficaci – e quindi erano odiate dai proprietari terrieri – ma i loro ordini di rimuovere le recinzioni e reintegrare gli ex affittuari venivano raramente rispettati, e le multe venivano considerate tra i costi necessari per fare affari.


Dai monaci agli investitori

I Tudor non solo non riuscirono a fermare l'avanzata dell'agricoltura capitalistica, ma involontariamente le diedero una spinta importante. Come scrisse Marx, «Nuovo e terribile impulso ebbe il processo di espropriazione forzosa della massa della popolazione nel secolo XVI, dalla Riforma e al seguito a questa, dal colossale furto dei beni ecclesiastici». [20]

Tra il 1536 e il 1541, con la riforma religiosa e nel tentativo di aumentare le entrate della corona, Enrico VIII e il suo primo ministro Thomas Cromwell sciolsero quasi novecento monasteri e istituzioni correlate, cacciando il clero che li occupava e confiscando le loro terre e le loro entrate.

Non era cosa da poco: le proprietà dei monasteri, tutte insieme, comprendevano tra un quarto e un terzo di tutte le terre coltivate in Inghilterra e nel Galles. A tenerli per sé, gli affitti e le decime esistenti avrebbero triplicato il reddito annuo del re. Ma nel 1543 Enrico, un re di un piccolo paese che voleva essere un imperatore europeo, dichiarò una guerra inutile e molto costosa contro la Scozia e la Francia, e la pagò svendendo le proprietà che aveva appena acquisito. Quando Enrico morì, nel 1547, solo un terzo dei beni confiscati ai monasteri era rimasto nelle mani del re; e quasi tutto il rimanente fu venduto più avanti nello stesso secolo, per finanziare le guerre di Elisabetta contro la Spagna. [21]

La vendita di tanta terra in poco tempo trasformò il mercato fondiario e riplasmò i ceti. Come scrive Christopher Hill, «Nei centoventicinque anni successivi al 1530, in Inghilterra fu acquistata e venduta più terra di quanto non fosse mai avvenuto».

C'era terra relativamente a buon mercato che poteva acquistare chiunque avesse capitali da investire e aspirazioni sociali da soddisfare…. Nel 1600, i gentiluomini vecchi e nuovi, possedevano una parte delle terre d'Inghilterra in proporzione di gran lunga maggiore che nel 1530, a svantaggio della corona, dell'aristocrazia e in modo simile dei contadini. 

Coloro che acquistavano terreni in quantità significativa diventavano gentiluomini, se non lo erano già… I gentiluomini prendevano in affitto terreni – dal re, dai vescovi, dai rettori e dai capitoli, dai college di Oxford e Cambridge – spesso per subaffittarli con profitto. Le locazioni e le restituzioni a volte operavano su due piani. Erano una forma di investimento…. La piccola nobiltà guadagnava dove i grandi proprietari terrieri perdevano, guadagnavano come affittuari ciò che altri perdevano in qualità di signori. [22]


Già nel 1515 si lamentava che i terreni agricoli venissero acquisiti da uomini non appartenenti alle classi tradizionali dei proprietari terrieri: «mercanti avventurieri, fabbricanti di tessuti, orafi, macellai, conciatori e altri artigiani che a volte detenevano da dieci a sedici fattorie ciascuno». [23] Quando le terre dei monasteri divennero disponibili, possedere o affittare più fattorie, cosa cui molti aspiravano, divenne ancora più attraente per gli uomini d'affari che vivevano in città e disponevano di capitali da investire. Alcuni senza dubbio volevano solo il prestigio di una tenuta di campagna, ma altri, abituati a trarre profitto dai loro investimenti, si mossero per imporre affitti più brevi e più alti e ricavare profitti privati dalle terre comuni.

Una ballata popolare dell'epoca esprimeva concisamente questa trasformazione in atto:

Abbiamo chiuso tutti i chiostri,
ma conserviamo ancora gli estorsori.
Abbiamo preso le loro terre per i loro abusi,
ma le abbiamo convertite ad un uso peggiore.
[24]

 

Esagerazione isterica?

Agli inizi del 1900, l'economista conservatore E.F. Gay – che sarebbe stato in seguito il primo presidente della Harvard Business School – scrisse che i resoconti del XVI secolo sulle recinzioni erano selvaggiamente esagerati. Sotto l'influsso dell'«isteria contemporanea» e dell'«eccitata immaginazione del XVI secolo», un piccolo numero di spopolanti enclosures fu «ingigantito al punto da essere presentato come un minaccioso male sociale, una calamità nazionale responsabile di penuria e sofferenze, che richiedeva un drastico rimedio legislativo». L'opposizione popolare rifletteva non diffuse difficoltà, ma «l'ignoranza e il conservatorismo nascosto del contadino inglese», che combinava «qualità robuste e ammirevoli con una grande mescolanza di sospetto, astuzia e inganno». [25]

Gay sosteneva che i rapporti prodotti da due importanti commissioni incaricate di indagare sulle enclosures mostravano che la percentuale di terreni recintati nelle contee prese in esame era solo dell'1,72% nel 1517 e del 2,46% nel 1607. Quei numeri inconsistenti «mettono in guardia contro l'esagerazione dell'effettiva portata del movimento, contro un'accettazione acritica della stima contemporanea sia della entità che del male prodotto durante il primo secolo e mezzo di 'Rivoluzione Agraria'». [26]

Da allora, l'argomentazione di Gay è stata accettata e ripetuta dagli storici di destra desiderosi di sfatare qualsiasi cosa assomigliasse a un'analisi materialista del capitalismo e fondata sulla lotta di classe. Il più importante è stato il professore dell'Università di Cambridge Sir Geoffrey Elton, il cui libro bestseller England Under the Tudors ha liquidato i critici delle enclosure come «moralisti ed economisti dilettanti», per i quali i proprietari terrieri erano comodi capri espiatori. Nonostante le lamentele di tali "falsi profeti", coloro che praticarono le enclosures furono solo buoni uomini d'affari che «riuscirono a condividere i vantaggi che l'inflazione offriva agli intraprendenti e ai fortunati». E anche allora, «l'intera entità delle aree recintate fu sorprendentemente piccola». [27]

L'affermazione che l’enclosure fosse un problema immaginario è improbabile, per non dire altro. La risposta del 1912 di R.H. Tawney a Gay si può applicare efficacemente a Elton e ai suoi seguaci conservatori.

«Supporre che i contemporanei si siano sbagliati sulla natura generale del movimento significa accusarli di un'imbecillità davvero incredibile. I governi non si danno da fare nel danneggiare le classi più potenti per semplice leggerezza, né grandi gruppi di uomini si ribellano perché un campo arato è stato trasformato in un pascolo di pecore». [28]

 

I rapporti analizzati da Gay erano importanti, ma lungi dall'essere completi. Non coprivano l'intero paese (solo sei contee nel 1607) e le loro informazioni provenivano da "giurati" locali che erano facilmente intimiditi dai loro proprietari. Nonostante la dedizione dei commissari, è praticamente certo che i loro rapporti sottostimassero il numero e l'estensione delle enclosures illegali.

E, come sottolineò Tawney, parlare delle enclosures in termini di percentuale rispetto a tutta la terra, non ci dice molto sul loro impatto economico e sociale: il vero problema è quanta terra coltivata era stata recintata.

Nel 1979, rianalizzando i dati di Gay per le aree più intensamente coltivate dell'Inghilterra, vale a dire le dieci contee delle Midlands dove ebbe luogo l'80% di tutti le enclosures, John Martin concluse che in quelle contee oltre un quinto della terra coltivata era stata recintata entro il 1607, e che in due contee la recinzione superava il 40%. Contrariamente all'affermazione di Elton, non si tratta di cifre «sorprendentemente piccole» – ma di cifre che supportano le conclusioni di Martin secondo cui «il processo di recinzione dovette avere un impatto fondamentale sull'organizzazione agraria dei contadini delle Midlands in questo periodo». [29]

È importante tenere a mente che l’enclosure, come restrittivamente definita dalla legislazione dei Tudor e dalle commissioni d'inchiesta, era solo una parte della ristrutturazione che stava trasformando la vita rurale. W.G. Hoskins lo sottolinea in The Age of Plunder:

«L'importanza dell'accaparramento delle fattorie da parte di uomini assai potenti era forse un problema sociale più grande della controversia molto più rumorosa sulle enclosures, se non altro perché era più generale. Il problema delle enclosures era in gran parte confinato alle Midlands... mentre l'accaparramento delle fattorie era in corso in tutto il paese». [30]

 
E George Yerby aggiunge

«L'enclosure era una manifestazione di uno sviluppo più ampio e meno formale che stava avvenendo esattamente nella stessa direzione. La base essenziale del cambiamento, e del nuovo equilibrio economico, era il consolidamento delle singole aziende agricole più grandi, e questo poteva avvenire con o senza la procedura di recinzione dei campi dei campi. Ciò serve anche a sottolineare la forza della commercializzazione come tendenza dominante nei cambiamenti nell'uso e nell'occupazione del suolo durante questo periodo, poiché il raggiungimento di un consistente surplus commerciabile era lo stimolo per consolidarsi, e non sempre richiedeva una considerevole spesa a copertura dell’investimento». [31]


Più fattorie grandi significavano meno fattorie piccole e più persone che non avevano altra scelta che lavorare per altri. Le due trasformazioni tipiche dell'accumulazione primitiva — terra rubata che diventa capitale e produttori senza terra che diventano lavoratori salariati — erano ben avviate.

 

Note

* Karl Marx, Il capitale, Libro I, sez. VII, cap. 25, Roma, ristampa anastatica della V ediz. (ottobre 1964), 1989, p. 830. [N.d.T. L’autore qui non cita la fonte]

[1]
William Harrison,
The Description of England: The Classic Contemporary Account of Tudor Social Life, Georges Edelen (a cura di), Folger Shakespeare Library, 1994, p. 217.

[2] Jim Holstun, Utopia Pre-Empted: Ketts Rebellion, Commoning, and the Hysterical Sublime, «Historical Materialism» 16, n. 3, 2008, p. 5.

[3] Cit. in Martin Empson, Kill All the Gentlemen: Class Struggle and Change in the English Countryside, Bookmarks Publications, 2018, p. 162.

[4] Diarmaid MacCulloch ed Anthony Fletcher, Tudor Rebellions, 6a ed., Routledge, 2016, p. 70.

[5] Andy Wood, Riot, Rebellion and Popular Politics in Early Modern England, Palgrave, 2002, pp. 66-67.

[6] Karl Marx, Il capitale, Libro I, Roma, ristampa anastatica della V ediz. (ottobre 1964), 1989, p. 789.

[7] Thomas More, Utopia, trad. Robert M. Adams; George M. Logan (a cura di), 3a ed., Cambridge University Press, 2016, p. 19.

[8] A.R. Myers (a cura di), English Historical Documents, 1327-1485, vol. 4, Routledge, 1996, p. 1031. «Emparking» significava convertire i terreni agricoli in boschi o parchi privati, dove i proprietari terrieri potevano cacciare.

[9] ivi, p. 1029.

[10] Thomas More, Utopia, op. cit., pp. 19-20.

[11] R.H. Tawney, The Agrarian Problem in the Sixteenth Century, Lector House, 2021 [1912], p. 7.

[12] R.H. Tawney, Agrarian Problem, op. cit., p. 110.

[13] R.H. Tawney ed E.E. Power (a cura di), Tudor Economic Documents, vol. 1., Longmans, Green, 1924, pp. 39, 41. Ortografia modernizzata

[14] R.H. Tawney, Agrarian Problem, op. cit., pp. 124, 175.

[15] Cit. in M.W. Beresford, The Lost Villages of Medieval England, «The Geographical Journal» 117, n. 2, giugno 1951, p. 132. Ortografia modernizzata.

[16] Spencer Dimmock, Expropriation and the Political Origins of Agrarian Capitalism in England, in Case Studies in the Origins of Capitalism, Xavier Lafrance e Charles Post (a cura di), Palgrave MacMillan, 2019, p. 52.

[17] The Statute of Merton, promulgato nel 1235, consentiva ai proprietari terrieri di prendere possesso e recintare terre comuni, a patto che ne rimanesse a sufficienza per soddisfare i diritti consuetudinari degli affittuari. Nel 1500 quella legge, da tempo in disuso, fornì una scappatoia per i proprietari di terreni recintati che definivano il “sufficiente” nel modo più restrittivo possibile.

[18] John E. Martin, Feudalism to Capitalism: Peasant and Landlord in English Agrarian Development, Macmillan Press, 1986, p. 131.

[19] John E. Martin, Feudalism to Capitalism, op. cit., p. 133.

[20] Karl Marx, Il capitale, vol. 1, op. cit., p. 784.

[21] Perry Anderson, Lineages of the Absolutist State, Verso, 1979, pp. 124-5.

[22] Christopher Hill, Reformation to Industrial Revolution: A Social and Economic History of Britain, 1530-1780, Weidenfeld & Nicolson, 1967, pp. 47-48.

[23] Joan Thirsk, Enclosing and Engrossing, 1500-1640, in Agricultural Change: Policy and Practice 1500-1750, Joan Thirsk (a cura di), Cambridge University Press, 1990, p. 69.

[24] Cit. in Thomas Edward Scruton, Commons and Common Fields, Batoche Books, 2003 [1887], p. 73.

[25] Edwin F. Gay, Inclosures in England in the Sixteenth Century, «The Quarterly Journal of Economics» 17, n. 4, agosto 1903, pp. 576-97; The Enclosure Movement in England, «Publications of the American Economic Association» 6, n. 2, maggio 1905, pp. 146-159.

[26] Edwin F. Gay, The Midland Revolt and the Inquisitions of Depopulation of 1607, «Transactions of the Royal Historical Society» 18, 1904, pp. 234, 237.

[27] G.R. Elton, England under the Tudors, Methuen, 1962, pp. 78-80.

[28] R.H. Tawney, Agrarian Problem, op. cit., p. 166.

[29] John E. Martin, Feudalism to Capitalism, op. cit., pp. 132-38.

[30] W.G. Hoskins, The Age of Plunder: The England of Henry VIII 1500-1547, Kindle (a cura di), Sapere Books, 2020 [1976], loc. 1256.

[31] George Yerby, The Economic Causes of the English Civil War, Routledge, 2020, p. 48.


Ian Angus

Traduzione di Alessandro Cocuzza - Redazione di Antropocene.org

Fonte: Climate&Capitalism 30.08.2021


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