"Il capitale contro i beni comuni" è una serie di articoli sul primo capitalismo e l'agricoltura.
In questa prima parte viene discusso il ruolo centrale della proprietà condivisa e dei diritti comuni alle risorse nell'agricoltura precapitalista. Nel 1400 quel sistema cominciò a crollare e iniziò la transizione dal feudalesimo al capitalismo.

Beni comuni e classi prima del capitalismo

“Ogni progresso dell'agricoltura capitalistica costituisce un progresso non solo nell’arte di rapinare l’operaio, ma anche nell’arte di rapinare il suolo". (Karl Marx)

Per vivere, gli esseri umani devono nutrirsi, e più del 90% del nostro cibo proviene direttamente o indirettamente dalla terra. Come asserisce il filosofo Wendell Berry, «la terra è il grande connettore della vita.... Senza un'adeguata cura di essa non possiamo avere una comunità, perché senza un'adeguata cura di essa non possiamo vivere».[1]

Prevenire il degrado del suolo e preservarne la fertilità dovrebbe essere una priorità a livello mondiale, ma non lo è. Secondo le Nazioni Unite, un terzo del suolo terrestre è ora gravemente compromesso, e ogni anno perdiamo ventiquattro miliardi di tonnellate di suolo fertile. Più di 1,3 miliardi di persone sono dipendenti dal cibo proveniente da terreni agricoli degradati o in via di degrado.[2] E nei paesi più ricchi, quasi tutta la produzione alimentare dipende dal massiccio impiego di fertilizzanti di sintesi e pesticidi che compromettono ulteriormente il suolo e avvelenano l'ambiente.

Nelle parole di Karl Marx, «un'agricoltura razionale… è incompatibile con il sistema capitalistico».[3] Per comprenderne il perché, dobbiamo capire come l'agricoltura capitalistica sia emersa da un sistema assai diverso.

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Per quasi tutta la storia umana, la maggior parte di noi ha vissuto e lavorato in zone rurali. Oggi, la maggior parte vive nelle città.

Non è cosa semplice enfatizzare quanto sia radicale tale cambiamento, o quanto rapidamente sia avvenuto. Duecento anni fa, il 90% della popolazione viveva di agricoltura. Nel 1851 la Gran Bretagna è diventata il primo paese a maggioranza urbana nel mondo, ma ancora di recente, nel 1960, due terzi della popolazione mondiale viveva ancora in zone rurali. Ora sono meno della metà, e solo la metà di questi sono agricoltori.

Tra il declino del feudalesimo e l'ascesa del capitalismo industriale, la società rurale fu trasformata da quel complesso di processi noti comunemente come enclosure. La separazione della maggior parte delle persone dalla terra e la conseguente concentrazione della proprietà di essa nelle mani di una piccola minoranza furono cambiamenti rivoluzionari nei modi in cui gli uomini vivevano e lavoravano. Ciò è avvenuto in modi e tempi diversi nelle diverse parti del mondo, ed è ancora in corso oggi.

Il nostro punto di partenza è l'Inghilterra, dove quello che Marx ha chiamato «accumulazione originaria» è avvenuta per la prima volta.


Terre comuni, diritti comuni

Nell'Inghilterra medievale e all'inizio della storia moderna, la maggior parte delle persone erano povere, ma producevano da sé ciò di cui avevano bisogno , soddisfacevano i loro bisogni essenziali direttamente mediante terra, che era una risorsa comune, non una proprietà privata come noi la intendiamo oggi.

Nessuno in realtà sa quando o come i sistemi inglesi di pratica agricola comune siano iniziati. Molto probabilmente furono portati in Inghilterra dai coloni anglosassoni dopo la fine del dominio romano. Quello che sappiamo per certo è che all’apice del feudalesimo, tra il XII e XIII secolo, tale modello era diffuso in varie forme.

La terra stessa era detenuta dai proprietari terrieri, direttamente o indirettamente attraverso il re. Una famiglia della piccola nobiltà poteva possedere e vivere in un solo maniero - più o meno equivalente a una piccola città - mentre un alto aristocratico, un vescovo o un monastero potevano possederne dozzine. Le persone che effettivamente lavoravano la terra, spesso costituite da un insieme di servi non liberi e contadini liberi, pagavano la rendita e altri tributi in lavoro, prodotti o (più tardi) in denaro, e avevano, oltre all'uso della terra coltivabile, una varietà di diritti legali e tradizionali per poter utilizzare le risorse del maniero, come il pascolo degli animali sui terreni comuni, la raccolta di legna da ardere e di bacche e noci nella foresta del maniero, e la spigolatura del grano che rimaneva nei campi dopo il raccolto.

"I diritti comuni erano gestiti, suddivisi e ridefiniti dalle comunità. Questi diritti si basavano sul mantenimento di relazioni e attività che contribuivano alla riproduzione collettiva. Nessun feudatario poteva vantare diritti esclusivi sulla terra al di fuori dei diritti comuni e consuetudinari. Né aveva il diritto di impadronirsi o inglobare le terre comuni come proprio dominio."[4]

Il sistema dei campi variava molto, ma di solito un maniero o una cittadina includevano sia la fattoria del padrone (demesne), sia la terra che veniva coltivata dai fittavoli che avevano il diritto di usarla per tutta la vita. La maggior parte dei resoconti parla solo di sistema a campi aperti, in cui ogni fittavolo coltivava più strisce di terra che erano sparse nei campi arabili, cosicché nessuna famiglia aveva tutto il terreno migliore, ma c'erano anche altri accordi. Per esempio, in alcune parti dell'Inghilterra sud-occidentale e della Scozia, le fattorie su terreni arabili comuni erano spesso compatte, non in strisce, e venivano periodicamente ridistribuite tra i membri delle comunità. Questa tipologia era denominata runrig; e in Irlanda una disposizione simile era denominata rundale.

La maggior parte dei manieri era fornita anche di pascoli condivisi per nutrire bovini, pecore e altri animali, e in alcuni casi di foreste, zone umide e corsi d'acqua.

Sebbene basate sulla cooperazione, queste comunità non erano egualitarie al loro interno. In origine, tutti i poderi potevano avere circa le stesse dimensioni, ma col tempo si è verificata una considerevole differenziazione economica.[5] Alcuni fittavoli benestanti possedevano terreni che producevano una quantità tale di prodotti agricoli da poter essere venduta nei mercati locali; altri (probabilmente la maggioranza nella maggior parte dei villaggi) avevano abbastanza terra per sostenere le loro famiglie, con un piccolo surplus negli anni buoni; altri ancora con molta meno terra probabilmente lavoravano part-time per i loro vicini più ricchi o per il padrone. «Possiamo vedere questa stratificazione in tutte le contee inglesi nel Domesday Book del 1086, dove almeno un terzo della popolazione contadina era costituita da piccoli proprietari. Alla fine del XIII secolo questa proporzione, in alcune parti dell'Inghilterra sud-orientale, era più della metà».[6]

Come spiega lo storico marxista Rodney Hilton, le differenze economiche tra i contadini medievali non erano ancora differenze di classe. «I piccoli proprietari terrieri poveri e i contadini più ricchi erano, nonostante le differenze nei loro redditi, ancora parte dello stesso gruppo sociale, con uno stile di vita simile, e differivano gli uni dagli agli altri per l'abbondanza piuttosto che per la qualità dei loro beni».[7] È solo dopo la dissoluzione del feudalesimo, nel XV secolo, che si sviluppò uno strato di agricoltori capitalisti.


Autogestione

Se dovessimo credere a un influente articolo pubblicato nel 1968, l'agricoltura basata sui beni comuni sarebbe dovuta scomparire poco dopo la sua nascita. Ne The Tragedy of the Commons, Garrett Hardin sosteneva che gli stessi beni comuni sarebbero stati inevitabilmente sovrautilizzati dai membri della stessa comunità, causando il collasso ecologico. In particolare, al fine di massimizzare il loro reddito, «ogni pastore cercherà di tenere il maggior numero di bestiame possibile sui beni comuni», fino a quando il pascolo non sarà stato distrutto e non potrà più alimentare alcun animale. «La libertà nelle terre comuni porta alla rovina di tutti».[8]

Dalla sua pubblicazione nel 1968, il resoconto di Hardin è stato ampiamente adottato da accademici e politici, e utilizzato per giustificare il furto delle terre dei popoli indigeni, la privatizzazione dell'assistenza sanitaria e di altri servizi sociali, la concessione alle imprese di «permessi negoziabili» per inquinare l'aria e l'acqua, e altro ancora. Possiamo rimarcare come pochi di coloro che hanno considerato le opinioni di Hardin autorevoli notano che egli non ha fornito alcuna prova a sostegno delle sue conclusioni radicali. Sosteneva che la «tragedia» era inevitabile, ma non mostrò un solo caso in cui fosse successo.[9]

Gli studiosi che hanno effettivamente studiato l'agricoltura basata sui beni comuni hanno tratto conclusioni molto diverse: «Ciò che si ebbe infatti non fu una “tragedia dei beni comuni”, ma piuttosto un trionfo e che per centinaia di anni - e forse migliaia, anche se non esistono documenti scritti per indicare l durata - la terra fu gestita con successo dalle comunità».[10]

Il resoconto più importante di come funzionava effettivamente l'agricoltura delle terre comuni in Inghilterra è il pluripremiato libro di Jeanette Neeson, Commoners: Common Right, Enclosure and Social Change in England, 1700-1820. Il suo studio dei registri comunali sopravvissuti dal 1700 ha mostrato che gli abitanti delle terre comuni, che si riunivano due o tre volte all'anno per decidere questioni di interesse comune, erano pienamente consapevoli della necessità di regolare il metabolismo tra il bestiame, le colture e il suolo.

"La regolazione efficace del pascolo in comune è stata tanto significativa per i livelli di produttività quanto l'introduzione di colture da foraggio e, ancor più, la riconversione dei terreni lavorati al pascolo. Un controllo accurato ha permesso la crescita del numero del bestiame e, con esso, la produzione di letame. ... La regolamentazione delle terre rende evidente che gli abitanti delle terre comuni cercavano sia di mantenere il valore del pascolo comune sia di nutrire la terra."[11].

Le riunioni di villaggio selezionavano «giurie» di contadini esperti per affrontare le problematiche delle terre e di conseguenza per introdurre regolamenti permanenti o temporanei. Particolare attenzione fu data agli «stint» - limiti posti al numero di animali permessi sul pascolo, ai rifiuti e ad altre terre comuni. «L'introduzione di uno stint proteggeva il bene comune assicurando che rimanesse abbastanza grande da ospitare il numero di animali a cui i contadini avevano diritto. Inoltre proteggeva i componenti della comunità dalle attività commerciali dei pastori e dei macellai».[12]

Le giurie stabilivano anche delle regole per lo spostamento delle pecore per assicurare una distribuzione uniforme del letame, e organizzavano la coltivazione di rape e altre piante da foraggio nei campi incolti, in modo che più animali potessero essere nutriti e ci fosse più letame disponibile. La giuria di uno dei manieri studiati da Neeson permetteva agli affittuari di far pascolare altre pecore se seminavano trifoglio sui loro terreni arabili, sicché molto prima che gli scienziati scoprissero l'azoto e l'azotofissazione, questi agricoltori sapevano che il trifoglio arricchiva il suolo.[13]

Date le preoccupazioni odierne sulla diffusione delle malattie negli allevamenti intensivi, è istruttivo apprendere che le comunità contadine del diciottesimo secolo adottavano regolamenti per isolare gli animali malati, impedire ai maiali di sporcare gli stagni dei cavalli e impedire che cavalli e mucche esterne si mescolassero con le mandrie degli abitanti del villaggio. C'erano anche severi controlli su quando tori e montoni potevano entrare nei beni comuni per la riproduzione, e le giurie «regolavano attentamente o proibivano l'ingresso nei beni comuni di animali non selezionati in grado di inseminare pecore, mucche o cavalli».[14]

Neeson conclude che «il sistema dei campi comuni era un modo efficace, flessibile e collaudato di organizzare l'agricoltura del villaggio. I pascoli comuni erano ben governati, il valore di un diritto comune era ben mantenuto».[15]

L'agricoltura basata sui beni comuni è sopravvissuta per secoli proprio perché era organizzata e gestita democraticamente da persone che erano intimamente coinvolte con la terra, i raccolti e la comunità. Anche se non era una società egualitaria, per certi versi prefigurava ciò che Karl Marx, riferendosi a un futuro socialista, descriveva come «i produttori associati, [che] regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura».[16]


Lotte di classe

Questo non vuol dire che la società agraria fosse priva di tensioni. C'erano lotte quasi costanti su come la ricchezza prodotta dai contadini dovesse essere distribuita nella gerarchia sociale. La nobiltà e gli altri proprietari terrieri volevano rendite più alte, minori tasse e limiti ai poteri del re, mentre i contadini resistevano alla limitazione dei loro diritti da parte dei proprietari terrieri e lottavano per ridurre il peso della rendita. La maggior parte di questi conflitti venivano risolti tramite negoziati o ricorsi ai tribunali, ma alcuni sfociavano in battaglie, come nel 1215 quando i baroni costrinsero il re Giovanni a firmare la Magna Carta, e nel 1381 quando migliaia di contadini marciarono su Londra per chiedere la fine della servitù della gleba e l'esecuzione dei funzionari impopolari.

Gli storici hanno a lungo discusso le cause del declino del feudalesimo. Non cercherò, in questa sede, di risolvere o anche solo di riassumere queste complesse discussioni. [17] Basti dire che all'inizio del XV secolo in Inghilterra l'aristocrazia feudale era molto indebolita. La resistenza dei contadini aveva effettivamente messo fine alla servitù della gleba ereditaria e costretto i proprietari terrieri a sostituire il lavoro servile con canoni di affitto fissi imposti ai contadini, pur lasciando in vigore l'agricoltura dei campi comuni e molti diritti comuni. Marx ha descritto il 1300 e l'inizio e la prima metà del XV secolo, quando i contadini in Inghilterra stavano conquistando una maggiore libertà e riducendo il peso della rendita fondiaria, come la fase in cui «il lavoro che si sta emancipando vive il suo periodo d’oro».[18]

Ma quello fu anche un periodo in cui le divisioni economiche formatesi nel tempo tra i contadini stavano aumentando. W.G. Hoskins ha descritto il processo nella sua classica storia della vita in un villaggio del Midland.

"Durante i secoli XV e XVI a Wigston emerse quella che può essere chiamata un'aristocrazia contadina, o, per non esagerare, una classe di contadini capitalisti che possedeva fattorie sostanzialmente più grandi e maggiori risorse di capitale rispetto all’insieme dei contadini del villaggio. Durante quel periodo, questo processo era in corso in tutte le Midlands durante quel periodo..."[19]

I contadini capitalisti erano una piccola minoranza. Lo storico dell'agricoltura Mark Overton stima che «all'inizio del XVI secolo, circa l'80% dei contadini coltivava solo il cibo sufficiente per i bisogni della propria famiglia». Del restante 20%, solo pochi erano veri e propri capitalisti che impiegavano braccianti e accumulavano sempre più terra e ricchezza. Tuttavia, a partire dal 1500 in molte comunità contadine coesistevano due approcci differenti nel rapporto con la terra.

"Gli atteggiamenti e il comportamento dei contadini che producevano esclusivamente per i propri bisogni differivano da quelli dei contadini che cercavano di trarne un profitto. I primi valutavano i loro prodotti in termini di utilità per loro piuttosto che per il loro valore di scambio sul mercato. ... I contadini con più terra e mezzi, orientati al profitto, erano ancora vincolati dalla produttività del suolo e dal clima, e dagli usi e costumi locali, ma erano anche interessati alla combinazione di colture e bestiame che avrebbero loro fatto guadagnare di più."[20]

Come vedremo, questa divisione alla fine portò al superamento dei beni comuni.


Accumulazione originaria

Per Marx, la chiave per comprendere la lunga transizione dal feudalesimo agrario al capitalismo industriale era «il processo di separazione fra lavoratori e condizioni di lavoro», che comportava "il trasformare a un polo i mezzi sociali di produzione e sussistenza in capitale, e il trasformare al polo opposto la massa popolare in operai salariati».[21]

"La natura non produce da una parte possessori di denaro o di merci e dall’ altra puri e semplici possessori della propria forza lavorativa. Questo rapporto non è un rapporto risultante dalla storia naturale e neppure un rapporto sociale che sia comune a tutti i periodi della storia. Esso stesso è evidentemente il risultato d’ uno svolgimento storico precedente, il prodotto di molti rivolgimenti economici, del tramonto di tutta una serie di formazioni più antiche della produzione sociale."[22]

Un decennio prima della pubblicazione del Capitale, Marx riassunse quello sviluppo storico in una prima bozza.

"Proprio nello sviluppo della proprietà fondiaria si può dunque studiare la graduale affermazione e formazione del capitale… La storia della proprietà fondiaria che provasse la progressiva trasformazione del landlord feudale in redditiere fondiario, del fittavolo a vita legato al fondo per diritto ereditario, semitributario e spesso non libero, in farmer moderno, e del servo della gleba e contadino soggetto a prestazioni d’opera, vincolato al fondo, in bracciante agricolo, sarebbe in realtà la storia della formazione del capitale moderno."[23]

Nella sezione VIII del primo volume del Capitale, intitolata La cosiddetta accumulazione originaria, egli estese quel paragrafo in un potente e commovente resoconto del processo storico attraverso il quale l'espropriazione dei contadini creò la classe operaia, mentre la terra che essi avevano lavorato per millenni divenne la ricchezza capitalistica che li sfruttava. È la parte più esplicitamente storica del Capitale, e di gran lunga la più leggibile. Nessuno prima di Marx aveva svolto ricerche così approfondite sull'argomento - Harry Magdoff rileggendolo ha commentato che fu immediatamente colpito dalla profondità dell'erudizione di Marx, dalla «quantità di puro scavo, duro lavoro, ed enorme energia nei fatti che vengono descritti e che appaiono in quanto egli scrive».[24]

Da quando Marx ha scritto il Capitale, gli storici hanno pubblicato una grande quantità di ricerche sulla storia dell'agricoltura inglese e della proprietà terriera, in misura tale che qualche decennio fa era di moda per gli storici accademici sostenere che Marx aveva sbagliato tutto, che la privatizzazione delle terre comuni era un processo benefico per tutti gli interessati. Questo punto di vista oggi ha poco credito. Naturalmente sarebbe molto sorprendente se la ricerca successiva, in qualche misura, non contraddicesse Marx, ma mentre il suo resoconto richiede alcune modifiche, soprattutto per quanto riguarda le differenze regionali e il tempo dee cambiamenti, la storia e l'analisi di Marx dei beni comuni rimane una lettura essenziale.[25]


Note

[1] Wendell Berry, Wendell Berry: Essays 1969-1990, ed. Jack Shoemaker (Library of America, 2019), 317.

[2] www.unccd.int

[3] Karl Marx, l Capitale, libro terzo (I), Editori Riuniti, Roma 1980, p. 159.

[4] John Bellamy Foster, Brett Clark, and Hannah Holleman, “Marx and the Commons,” Social Research (Spring 2021), 2-3.

[5] si veda Reasons for Inequality Among Medieval Peasants, in Rodney Hilton, Class Conflict and the Crisis of Feudalism: Essays in Medieval Social History, Hambledon Press, 1985, pp. 139-151.

[6] Rodney Hilton, Bond Men Made Free: Medieval Peasant Movements and the English Rising of 1381 (Routledge, 2003 [1973]), 32.

[7] Rodney Hilton, Bond Men Made Free, 34.

[8] Garrett Hardin, The Tragedy of the Commons, Science, December 13, 1968.

[9] Ian Angus, The Myth of the Tragedy of the Commons, Climate & Capitalism, August 25, 2008; Ian Angus, Once Again: ‘The Myth of the Tragedy of the Commons’,
Climate & Capitalism, November 3, 2008.

[10] Susan Jane Buck Cox, No Tragedy of the Commons, Environmental Ethics 7, no. 1 (1985), 60.

[11] J. M. Neeson, Commoners: Common Right, Enclosure and Social Change in England, 1700-1820 (Cambridge University Press, 1993), 113.

[12] J. M. Neeson, Commoners, 117.

[13] J. M. Neeson, Commoners, 118-20.

[14] J. M. Neeson, Commoners, 132.

[15] J. M. Neeson, Commoners, 157.

[16] Karl Marx,I l Capitale, libro terzo (II), op. cit, p. 933.

 [17] Per un illuminante riassunto e critica delle più importanti posizioni in questo dibattito, si veda Henry Heller, The Birth of Capitalism: A Twenty-First Century Perspective (Pluto Press, 2011).

[18] Karl Marx, Grundrisse, Opere complete, vol XXIX, Editori Riuniti, Roma 1986, p. 443.

[19] W. G. Hoskins, The Midland Peasant: The Economic and Social History of a Leicestershire Village (Macmillan., 1965), 141.

[20] Mark Overton, Agricultural Revolution in England: The Transformation of the Agrarian Economy, 1500-1850 (Cambridge University Press, 1996), 8, 21.

[21] Karl Marx, Il Capitale, libro I, op. cit., p. 822, 823

[22] Karl Marx, Il Capitale, libro I, op. cit., p. 202.

[23] Karl Marx, Grundrisse, op. cit. p. 183.

[24] Harry Magdoff, “Primitive Accumulation and Imperialism,” Monthly Review (October 2013), 14.

[25] “The So-Called Primitive Accumulation” — Chapters 26 through 33 of Capital Volume 1 — can be read on the Marxist Internet Archive, beginning here. The somewhat better translation by Ben Fowkes occupies pages 873 to 940 of the Penguin edition.


Ian Angus

Traduzione di Vincenzo Riccio - Redazione di Antropocene.org

Fonte: Climate&Capitalism 01.08.2021


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