Presentiamo l'introduzione e la traduzione italiana delle 18 Tesi su marxismo e liberazione animale, un interessante documento pubblicato in Germania nel 2017


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Ad una pecora sembrerebbe a malapena una delle sue proprietà "utili" di essere commestibile per l’uomo
Karl Marx

Nature, too, awaits the revolution
Herbert Marcuse

Tutti gli esseri viventi sono fenomeni diversi di un'unica sostanza universale… e la loro differenza è quantitativa, non qualitativa
Giordano Bruno



Con l’Olocene, un periodo di stabilità delle condizioni climatiche, si avvia gradualmente la rivoluzione neolitica. Un primo spartiacque nella storia conosciuta della nostra specie. Una prassi sociale dà il via ad un pensiero-linguaggio dal carattere antropocentrico. Un secondo periodo è rappresentato dallo sviluppo ed estensione dei rapporti capitalistici di produzione, che vedono nella rivoluzione industriale capitalistica il pieno compimento di un processo di estraneazione dell’uomo dalla natura avviatosi in precedenza. Una piccola porzione della biomassa del pianeta prende il sopravvento in una forma sociale che le è propria. L’impatto storico dell’umanità sulla biomassa mondiale si fa devastante. In termini di biomassa (Gigatonnellate di carbonio), la popolazione mondiale rappresenta circa lo 0,01% del totale. Considerando anche gli altri elementi chimici che compongono il nostro corpo, il rapporto relativo non cambierebbe di molto. La biomassa animale rappresenta circa lo 0,35% (circa metà della quale composta da insetti e la restante in buona parte da pesci); inoltre con il recente avvento della filiera alimentare industriale la biomassa degli animali domestici ha superato quella degli altri mammiferi e uccelli selvatici. Con circa 450 Gt di biomassa vegetale e 70 batterica, il pianeta di fatto appartiene al mondo vegetale e microbico e a ciò che lo caratterizza: anzitutto autotrofia e simbiosi. È la cooperazione e la mutua dipendenza il fattore determinante l’evoluzione, e la predazione carnivora, concentrata per lo più in ambiente marino, per ovvie ragioni trofiche si riduce a ben poco. [1]

Secondo altre e differenti stime, a partire dall’inizio del secolo scorso e sino al 2020, la massa antropica, ossia grosso modo quanto l’uomo ha prodotto (asfalto, cemento, plastica, macchinari, etc.), ha superato in Gt la biomassa del pianeta (la quale si andava inversamente riducendo), mentre quanto era stato prodotto prima ne rappresentava una minima percentuale (solo il 3%), sicché il "peso" del capitalismo si è fatto sentire a partire da allora, in ispecie a partire da quella che è stata definita «Grande accelerazione», vale a dire dalla metà del secolo scorso. Queste stime danno un quadro del progressivo dominio dell'"uomo" sul pianeta, caratterizzando la nuova epoca nella quale siamo entrati: l'Antropocene.

Alcuni paragonano la crescita della popolazione umana negli ultimi millenni ad una dinamica tumorale e, con più acutezza, la crescita economica capitalistica a una forma virale. L’analogia certo termina qui. Fatto sta che ci troviamo ora ad avere un'idea del mondo a immagine e somiglianza della fenomenologia sociale di una piccola percentuale della biomassa mondiale. Esso ci appare pericoloso, angosciante, un mondo di prede e predatori, assassini armati sino ai denti, sin dalla nascita costretti a corazzarsi di paura, come i programmi di "divulgazione scientifica" intorno al mondo animale e vegetale vogliono far credere. Qualunque elemento di connessione, unità ed appartenenza alla vita tutta, che pur in un certo modo la cultura che precedette la rivoluzione scientifica ancora presentava, si riduce a un ridicolo regno dei diritti e doveri di cui solo l’uomo sarebbe portatore. La vita e l’esistenza come una lotta di tutti contro tutti, la barbarie che una natura "matrigna" ci avrebbe consegnato, è l’abisso senza fondo con cui questo evidente tramonto di civiltà vede se stesso.

In verità, e nonostante da tremila anni a questa parte la civilizzazione abbia dimezzato la biomassa delle piante, la superficie del pianeta è popolata dalle piante, siamo immersi nelle piante, sicché se non fossimo "civilizzati", segregati nelle città, ce ne accorgeremmo, ne sentiremmo la diffusa essenziale presenza e metteremmo fine a quei campi di concentramento, perno del capitalismo fossile, che sono le monocolture, puntando a una agricoltura che mantenga la biodiversità, a cominciare, ad es., dalle policolture perenni o dalla agricoltura organica rigenerativa, scisse però da qualsiasi considerazione di mercato. Occorre puntare a una liberazione delle piante e del mondo vegetale contro le pratiche agricole capitalistico-industriali, che compromettono la produzione di sostanza organica vegetale (produzione primaria lorda), da cui interamente dipende il mondo animale. Le piante, inoltre, come molte ricerche oramai sottolineano, sono caratterizzate da «modelli organizzativi e funzioni vitali diffusi, decentralizzati e reiterati», [2] che molto hanno da insegnarci su come dovremmo, in forma nuova, tornare a vivere (una democrazia diretta, ma sulla base di una economia ecologica dei produttori associati), piuttosto che servire da esempio, magari, a un capitalismo che si vuol "modernizzare".

Ma l’intera biosfera è a sua volta poca cosa rispetto all’intero pianeta, che ci preoccupiamo solo di scavare e fagocitare. Come si è giunti a vedere il pianeta (e quasi l’intero universo) a immagine e somiglianza di una piccola porzione di biomassa e frazione temporale della storia della nostra specie sul globo terraqueo lo si spiega col fatto che il tempo della nostra specie, come il tempo di ogni specie, organismo o evento naturale, ha una sua storicità, e le storicità proprie della civilizzazione, specie quella terminale capitalistica (la si può fare risalire a varie tappe: dal colonialismo europeo, alle rivoluzioni industriali alla recente «Grande accelerazione»), ci hanno condotto a una orrenda deformazione prospettica narcisistica che ha ridotto il mondo a indici di borsa, PIL, spread, crescita economica e recessioni, tassi di disoccupazione, produttività e debiti, interessi nazionali, confini e stati, mattatoi, mura e recinti in ogni dove. Questa condizione distopica richiama la nota affermazione di Marx secondo la quale «non si può giudicare… un’epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa», occorre spiegare questa, invece, andando oggi alla radice delle incompatibilità tra il metabolismo sociale capitalistico e i cicli naturali o il metabolismo del pianeta, incompatibilità che ha prodotto una pericolosa «frattura metabolica» nel «ricambio organico» tra uomo e natura.

Eppure la Storia non segue processi determinati, le sue stesse "necessità" sono condizionate. L'"indeterminazione" che la sottende offre possibili soluzioni ai tormenti che ci consegna.

Già dalla seconda metà dell’800 e specie nel '900 assistiamo ad una serie di rivoluzioni scientifiche che gettano nella pattumiera della storia quello sterile universo meccanico che ci aveva consegnato la moderna rivoluzione scientifica (elettromagnetismo, strutture dissipative, relatività, indeterminazione quantistica, complessità, evoluzione delle specie). Ritroviamo il legame profondo, piuttosto che la frattura, tra vita, temporalità e materia, ove "tutto è connesso con tutto". Scopriamo che la "verità" di quello sterile universo meccanico si riduceva in gran parte alla funzione sociale che veniva a ricoprire, al valore strumentale di quel sapere, a una conoscenza che si concepisce tuttora come solo dominio. Quelle rivoluzioni "urlano" che il nostro universo storicamente determinato non è la Realtà, che ce lo dobbiamo "scucire" di dosso; ma è quella stessa funzione sociale a impedire, tenacemente, che tale incongruenza si faccia compiuta prassi esistenziale. Si faccia liberazione.

Le stesse attuali condizioni tecnico-materiali di produzione (a partire dalle tavole input-output dell’economia), qualora non più subordinate alla dinamica virale dell’accumulazione capitalistica, potrebbero comportare una riduzione drastica del tempo di lavoro e incrementare la quantità media di beni di consumo individuali e collettivi. Potremmo riconvertire interi settori-apparati industriali, eliminandoli de facto (apparato militare-industriale, produzione di lusso, etc.). A tutti gli altri si dovrebbe dare tutt’altra missione.

Le conoscenze nel campo della chimica e della biologia ci consentono di praticare una dieta di tutt’altra natura, che non comporti triturazione di pulcini o l’uso di circa l’83% dei terreni agricoli per l’acquacoltura e la produzione di carne, uova, latticini. L’epigenetica o forme di evoluzione non «genocentriche» ci consentono di capire come e perché. «Tutta la storia», scrive Marx, «non è che una trasformazione continua della natura umana», e ciò vale per ogni natura vivente. La scoperta degli aminoacidi essenziali, della formazione della catena proteica, delle vitamine (in particolare la B12), delle fibre sintetiche, e la loro produzione industriale a partire dalla fine del secolo scorso hanno permesso all’umanità di fare a meno degli animali non umani, ponendo le premesse di un cambiamento radicale. La scienza, senza volerlo, va oltre l’angusto e nauseabondo mondo del capitale. Come la rivoluzione neolitica condusse allo sviluppo di forme alternative di geni del cromosoma umano (dette alleli) che portarono alla formazione dell’enzima lattasi necessario alla digestione del lattosio nelle popolazioni europee di agricoltori e contadini (circa settemila anni fa), a seguito della diffusione dei prodotti caseari (un caso tipico di coevoluzione geni-cultura), così oggi non solo possediamo quei pochi integratori atti a sostenere un regime alimentare non carnivoro-onnivoro, ma a seguito di variazioni nel nostro modo di vivere e nutrirci (fenotipo) possiamo far sì che il fenotipo che così esprimeremmo possa influenzare il nostro genoma senza alterare il DNA. L’epigenoma (ossia la variazione così generata nei nostri geni) potrà poi col tempo assumere un carattere stabile ed ereditabile. Se a ciò aggiungiamo noti aspetti salutistici derivanti dal non consumo di carne, latte e derivati (specie per come oggi prodotti), gli aspetti legati all’inquinamento ed emissione di gas serra derivante dalla filiera industriale della produzione di carne e dal suo costo economico, abbiamo una serie di elementi che possono dare fondamento all’aspetto più importante che guida una scelta vegana: quello etico, che non può darsi solo a priori. [3]

Il documento seguente, in proposito, distingue tra morale e moralismo borghese, rilevando il ruolo conservatore svolto dagli approcci "protezionistici" che caratterizzano le associazioni animaliste, cosa che gli stessi Marx ed Engels biasimavano, vedendone ipocrisia e riformismo. «In altre parole», osserva il documento, «le norme esistenti sul benessere degli animali garantiscono piuttosto che impedire lo sfruttamento e l'oppressione degli animali». Ove incatenati, gli animali vanno liberati, non protetti. Una loro protezione suppone che si mantenga intatta la condizione sociale che la supporta. Vanno liberati da quello sfruttamento abominevole in cui «il tempo di lavoro dell’animale e il prodotto finale del lavoro (nell’allevamento e nel mattatoio) è lo stesso corpo dell’animale» [4], al punto che lo sfruttamento a cui sono sottoposti potrebbe far intendere qualcosa di analogo a quello proprio dei lavoratori salariati produttivi di plusvalore (Marx), nella misura in cui gli animali si distinguono dalle macchine poiché queste, come è stato rilevato, sono lavoro oggettivato ma non lavorano, ossia la natura di tali "valori d’uso" (gli animali) nel processo produttivo capitalistico, quella cioè di essere organismi, è identica a quella umana e nella misura in cui sono sottoposti ad un analogo processo di separazione dalle loro condizioni di riproduzione e di sottomissione al capitale, resi «castrati, drogati e docili» nei centri di produzione e nelle catene di smontaggio della carne.

Tuttavia, nel documento si fa notare, a proposito dei limiti che a loro volta presentano gli approcci liberazionisti, come sia lo stesso «attuale livello di sviluppo delle forze produttive [che] ci consente… di pensare di risolvere la sofferenza degli animali socialmente prodotta e di porre la questione di includerli nella lotta per la liberazione». L’abolizione del sistema economico capitalistico è conditio sine qua non per la liberazione degli animali. Potremmo infatti anche arrivare - dati i devastanti impatti ambientali della filiera industriale della produzione della carne - a un suo ridimensionamento, ma non verrebbe compromessa la produzione casearia né si escluderebbero altre forme di allevamento (insetti), e tantomeno recupereremmo un rapporto disalienato con la natura. In tal senso, l’«abolizionismo» tanto punta in alto e meritevolmente sul piano della critica del diritto, quanto poggia "sul nulla" nella misura in cui recide «la connessione tra l'economia capitalistica da un lato, la forma borghese di stato e la sua forma giuridica dall'altro»

Su un piano più generale, sui temi cruciali della "crisi ecologica" e della condizione degli animali nella nostra società, siamo in presenza di una sorta di "lotta di classe nella teoria", e questo documento ne rappresenta uno strumento importante. Non è certo il "pensiero riduzionistico" o l’esistenza di un generico "modello di sviluppo economico" che ci impediscono di compiere il salto verso una post-civiltà, verso una civiltà ecologica; entrambi caratterizzano semmai l’ideologia del nostro tempo, entrambi sono aspetti della coscienza che questa epoca ha di se stessa e sostengono una prassi socio-economica acquisita, solo una ripugnante forma di "adattamento" fattasi globale. Occorrono, poi, tanto poco una "transizione ecologica" quanto poco una cura per il "benessere animale". Entrambe puntellano, lo sappiano o meno i loro sostenitori, lo status quo. Sul palcoscenico dell’immane tragedia che stiamo vivendo, entrambe si presentano come una grande operazione di maquillage in cui rispettivi ruoli sociali e pesi politici vengono conservati. La prima richiede, invece, una rivoluzione sociale (ecosocialista) mentre la seconda si deve tradurre in una liberazione totale di animali (e piante). O è totale o non lo è per definizione. Totale non vuol dire immediata. Non sarà un problema tecnico ed etico da poco, ad es., gestire in forma "non violenta" un'eventuale riduzione del numero delle decine di miliardi di animali d’allevamento prodotti a nostro uso e consumo.

Questo immenso campo di concentramento (e sterminio) per piante e animali che si distribuisce sulla superficie del pianeta - e ove gli uomini subiscono una artificiosa lotta per l’esistenza -, questo capitalismo fossile che ne fagocita dove può le viscere, non è il risultato di una necessità naturale ma storica. Che essa abbia assunto, nel frattempo, la forza di una necessità naturale, caratterizza ciò che si chiama Antropocene.

A trent'anni dal crollo di uno degli "anelli deboli" del capitalismo (il capitalismo di stato sovietico), sembra di assistere ad una "tempesta perfetta": un sistema economico in via di disfacimento e che ha già compromesso gli ecosistemi. L’alternativa che sembra riproporsi è tra «(eco)socialismo o barbarie», ma è una alternativa dai toni decisamente drammatici, giacché la seconda è già in corso e il primo si presenta solamente come una eventualità derivabile dallo stato delle cose.

«La lotta di classe per la liberazione degli animali è la lotta per la liberazione del proletariato», così conclude il documento. Ovviamente, la prima liberazione può pensarsi solo come successiva nel tempo alla seconda, e quest’ultima solo come una condizione necessaria per la prima, in quanto gli animali, come si osserva, «possono essere solo oggetti di liberazione». La liberazione del proletariato è la liberazione dal regime del lavoro salariato, dalla funzione ecocida svolta dal lavoro nel capitalismo, poiché le stesse condizioni tecniche, come si è detto, sono diventate condizione necessaria per dare fondamento a quella empatia verso la mostruosa sofferenza non umana che questo sistema ha generato. Tanto più, si dice ancora, che la necessità della liberazione animale «non può essere derivata immediatamente da un’analisi del capitale». Insomma, punti di congiunzione in un abisso. Per questa ragione il documento introduce la dimensione morale a fondamento dell’auspicata azione politica: «Anche la politica, intesa nel miglior senso marxiano, è inizialmente motivata dalla morale». E tuttavia l’empatia, la morale sembrano doversi dare ex post, non ex ante (come si osserva per la «morale veramente umana»); sembrano porsi come possibile conseguenza, appunto, di una "società liberata" che riesca "a guardare" oltre la nostra specie. In fondo sono milioni i lavoratori impiegati nella catena industriale della carne che l’empatia l’hanno rimossa e non si prevede nessuna spontanea reazione di massa a quanto facciamo ad animali e piante (ad eccezione dei recenti considerevoli Animal ed Extinction Rebellion).

Abbiamo cercato di fornire alcuni spunti per puntellare su basi storiche e naturali l’antispecismo e il veganismo. Di certo, un antispecismo conseguente, non ingenuo o astrattamente sociologico, non può prescindere dall’anticapitalismo. I vari anti-antropocentrismi - biocentrismo, ecocentrismo, ecosofia, antispecismo - risultano troppo spesso astratti poiché mancano di una precisa analisi storico-materialistica della civiltà, del capitalismo e del suo funzionamento, che hanno condotto Marx ed Engels ad una descrizione di quello che è stato definito «specismo alienato». Un possibile percorso comune, dunque, è nell’ordine delle cose, tanto più urgente a fronte di questa orda di umani "imbestialiti" che la Storia ci ha consegnato. Queste 18 Tesi intelligentemente vanno in questa direzione.

Il nostro pensiero va a tutti coloro che ogni giorno combattono e muoiono in difesa della natura e degli animali. A quanti non si dà voce in difesa di chi “non ha voce”.



Note

[1]   Sorprende sentire compagni che giustificano un primato dell’uomo chiamando in causa "il senso di appartenenza alla nostra specie" o che usano l’utile tautologia per la quale tutto ciò che è umano è per ciò stesso "antropocentrico". Una volta colta la limitazione mondana, storica di tali considerazioni, nelle forme dianoetiche della nostra stessa specie, è possibile liberarsene.

[2]   Cfr. Mancuso, in Fonti

[3]   Occorre fare qui una precisazione cruciale. Perché mai dovremmo modificare la nostra posizione nella catena alimentare e nella forma che ci siamo data negli ultimi cento anni? Perché mai dovremmo smetterla di trasformare animali e piante in cavie nelle più diverse forme? Semplicemente perché possiamo farlo e, se vogliamo, è ciò che il nostro essere in divenire ci consegna come atto distintivo dalle altre specie. I tempi lunghi della nostra specie, in cui non è esistita né proprietà privata né statale, non ci hanno visti attori di questa tragedia, ed al contrario, anche quando cacciando ci si procurava quel poco di carne che a seconda delle latitudini componeva la nostra dieta, si possedeva un rapporto di appartenenza alla Natura. Possiamo recuperare quel passato ad un diverso stadio della nostra trasformazione sociale, quello d’un mondo disalienato, ove sentiremmo, con le nostre grida, quelle di piante ed animali. D’altronde, come la prenderemmo se una specie aliena ci considerasse carne da macello, da divertimento (zoo e acquari) e cavie sperimentali? Alla fine, la letteratura popolare (libri, documentari) ci consegna una natura trasfigurata a sostegno delle efferatezze contro la vita ed il pianeta compiute dal capitalismo, sicché è d’uopo ricordare che «la vita non prese il sopravvento del globo con la lotta, ma istituendo interrelazioni» (Margulis, Sagan).

[4]   Cfr. Wadiwell, in Fonti

 

Fonti

Antagonist Press, «Bestie da soma - Capitalismo · Animali · Comunismo», 1999, in www.contraversus.jimdo.com/storica

Ian Angus, Anthropocene, Asterios, 2020

Yinon M. Bar-On et al, «The biomass distribution on Earth», 2018, in www.pnas.org

Steven Best, Liberazione totale, Ortica editrice, 2017

Andrew Curry, «Gli uomini preistorici apprezzavano pane, birra e altri carboidrati», 2021, in www.antropocene.org

Emily Elhacham et al, «Global human-made mass exceeds all living biomass», Nature, 2020

John Bellamy Foster, Paul Burkett, «Value Isn't Everything», 2018, in www.monthlyreview.org

John Bellamy Foster et al, The Ecological Rift, Monthly Review Press, 2010

Enrico Giannetto, Note per una metamorfosi, Ortica, 2011. Di questo autore condividiamo anche i rilievi critici che lo portano a considerare più pertinente l’uso dell’espressione “anti-umanismo”, piuttosto che specismo/antispecismo, che in qualche modo naturalizzerebbe un fenomeno che ha specificità storiche. Si veda «Il cristianesimo non è un umanismo», in Uomini & animali, Gabrielli editori, 2016

Paolo Giussani, «Capitalism is dead», 2010, in www.countdownnet.net

Ryan Gunderson, «Marx's Comments on Animal Welfare», Rethinking Marxism, 2011

Warren Martin Hern, «How Many Times Has the Human Population Doubled? Comparisons with Cancer», ResearchGate, 1999

Stefano Mancuso, La nazione delle piante, Laterza, 2019

Brendan Montague, «Il capitalismo è il virus», 2020, in www.antropocene.org

Su Marx e lo specismo si veda Monthly Review, vol. 70, n. 7, dicembre 2018

J. Poore, T. Nemecek, «Reducing food’s environmental impacts through producers and consumers», Science, 2018

Will Steffen et al, «The Trajectory of the Anthropocene: The Great Acceleration», The Anthropocene Review, 2015

Aldo Sottofattori, «Zoécomunismo», 2018, in www.zoecomunismo.it

Massimo Terrile, Notiziario del Movimento Antispecista, 2016

Dinesh Wadiwel, «Chicken Harvesting Machine: Animal Labor, Resistance, and the Time of Production», The South Atlantic Quarterly, 2018



Cura del documento e traduzione delle 18 TESI della Redazione di Antropocene.org
Introduzione di Giuseppe Sottile
della Redazione di Antropocene.org

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