La chiave del Socialismo, per Marx e Engels, era la regolazione razionale del rapporto metabolico uomo-natura in modo tale da promuovere il massimo potenziale umano possibile, salvaguardando i bisogni delle generazioni future. Noi pensiamo che questo valga ancora, oggi più che mai.


 

Il presente intervento intende approfondire alcuni temi di un articolo di qualche tempo fa: “Fine partita. Ha vinto la barbarie [1], nel quale argomentavo che il carattere ecologicamente insostenibile dell’attuale organizzazione economica e sociale sta portando il mondo verso l’esplosione concomitante di numerose, diversificate e pericolose crisi, il cui peso il mondo attuale non potrà reggere. L’argomentazione dello scritto citato portava quindi ad una prognosi di prossimo collasso dell’attuale società.


1. Introduzione

Nell’analisi svolta in [1], l’elenco (peraltro incompleto) dei vari fattori di crisi, generati dalla dinamica dell’espansione economica illimitata, era desunto dalla letteratura internazionale su tali argomenti, ormai piuttosto ampia (si veda la bibliografia dello stesso articolo). A questo si aggiungevano una serie di argomenti per sostenere che l’attuale società mondializzata non ha al proprio interno le risorse politiche e culturali per affrontare le crisi in arrivo: era questo il fulcro della diagnosi di collasso prossimo dell’attuale civiltà. Per la sua importanza all’interno della mia argomentazione, mi è sembrato che valesse la pena di dedicare un intervento all’approfondimento specifico di quest’ultimo tema, che nello scritto citato era mescolato con altri. Nel presente articolo non ripeterò quindi l’elenco delle crisi ecologiche che minacciano l’attuale società, per le quali rimando a [1] e alla sua bibliografia. Mi concentrerò invece sull’assenza delle condizioni sociali e politiche che sarebbero indispensabili per contrastare l’incombente crollo della nostra civiltà.

Il concetto di base è stato già enunciato in “Fine partita”: per salvare la civiltà occorre una forza sociale che intenda farlo ed esprima un ceto politico adeguato. La domanda è quindi se esista una tale forza sociale. Per analizzare la situazione distingueremo fra ceti dominanti e ceti subalterni. Si tratta certo di un approccio a grana grossa, che, a mio parere, permette però di svolgere qualche riflessione interessante. Per evitare incomprensioni, è però necessaria qualche precisazione preliminare. In primo luogo, parlando di “ceti dominanti” non faccio grandi distinzioni fra le varie zone del mondo: i ceti dominanti dei vari paesi sono ovviamente divisi da forti conflittualità (e ad esse è dedicata una sezione specifica di questo articolo) ma sono funzionalmente assai simili, in quanto il loro dominio si basa in ogni caso su un’organizzazione economica di tipo capitalistico. Questo fa sì che i vari gruppi di dominanti siano soggetti ai vincoli e alle dinamiche della logica capitalistica, e in questo senso possiamo appunto parlare in generale di “ceti dominanti”. Per quanto riguarda i ceti subalterni, invece, in questo articolo mi riferisco in modo specifico ai paesi occidentali, perché mi sembra che vi siano differenze importanti rispetto ai paesi non occidentali. In particolare, è probabile che in vari paesi del Sud i ceti subalterni conservino strutture sociali e culturali di tipo comunitario, non ancora del tutto erose dal capitalismo. Queste strutture potrebbero rappresentare la base oggettiva di una capacità di resistenza rispetto al collasso dell’attuale civiltà, che ritengo invece assai improbabile nei paesi occidentali. In altri termini, non credo che dai ceti subalterni dei paesi del Sud possa venire la forza per fermare il collasso del nostro mondo, ma forse le loro comunità potrebbero riuscire ad attraversare tale collasso senza esserne distrutte.

Osservo infine che la distinzione fra dominanti e subalterni può non piacere ai marxisti, che preferirebbero probabilmente un’analisi che metta al centro non i generici ceti subalterni ma il proletariato o, meglio ancora, la classe operaia. Il punto è che in questa fase storica, nei paesi occidentali, proletariato e classe operaia non sembrano in grado di elaborare una propria autonoma soggettività politica, e il loro essere confusi nei generici ceti subalterni è un dato di fatto. La situazione potrebbe certo cambiare, ma difficilmente lo farà nel breve tempo (qualche decennio) che abbiamo a disposizione per tentare il salvataggio della civiltà. Rispetto a questo tema, parlare genericamente di ceti subalterni è oggettivamente inevitabile.

Il punto fondamentale dal quale deve partire la riflessione è il seguente: salvare la nostra civiltà comporta un ristrutturazione profonda e radicale dell’intera organizzazione economica, in particolare nei settori dell’energia e dei trasporti, ma più in generale in tutti i comparti industriali, e di conseguenza in tutta intera l’organizzazione sociale. Il nostro impatto distruttivo sull’ambiente dipende da tutto quello che facciamo: il modo in cui lavoriamo e in cui trascorriamo il tempo libero, il modo in cui mangiamo e ci vestiamo, il modo in cui riscaldiamo e raffreddiamo le nostre case, e così via. D’altra parte l’attuale sistema sociale ed economico è esattamente quello che ha permesso a larghe masse di popolazione, nei paesi occidentali, di fuoriuscire da una millenaria condizione di povertà, ed appunto per questo, ovviamente, è esattamente il modello che perseguono i paesi poveri o in via di fuoriuscita dalla povertà. E nel perseguire questo modello essi stanno naturalmente spingendo sull’acceleratore del collasso. Se questa è la situazione, appare evidente che il radicale cambiamento necessario, la fuoriuscita dall’attuale sistema produttivo, comporta grandi rischi di destrutturazione sociale, e implica dei prezzi da pagare [2]. È pensabile che si avventurino in questa impresa rischiosa i ceti sociali la cui vita quotidiana, in tutti i suoi aspetti, dipende dal buon funzionamento del sistema stesso? Sembra naturale rispondere di no, ma cerchiamo di svolgere un’analisi più approfondita. Come abbiamo spiegato sopra, distinguiamo fra ceti dominanti e ceti subalterni.

2. I ceti dominanti

Evitare il collasso dell’attuale civiltà richiede, come abbiamo appena detto, un superamento radicale dell’attuale logica economica capitalistica, e la costruzione di rapporti sociali alternativi. È proprio il principio logico fondamentale del capitalismo, il principio della crescita senza fine e senza fini, a portare la nostra civiltà al collasso. Questo punto è approfondito da quelle correnti del pensiero contemporaneo che coniugano marxismo ed ecologia, alle quali spesso si fa riferimento parlando di “ecosocialismo” o “ecomarxismo” [3]. Lo sfondo teorico delle nostre argomentazioni, nel presente scritto ed in altri precedenti, è questo tipo di analisi marxista della dinamica capitalistica e delle sue interazioni con società e natura.

Per sviluppare la nostra argomentazione, dobbiamo allora chiederci se è pensabile che siano gli attuali ceti dominanti a gestire il superamento dell’attuale organizzazione economica e sociale, ormai autodistruttiva, cioè in sostanza il superamento del capitalismo. Ora, non facciamo certo un’osservazione molto profonda se notiamo che difficilmente i ceti dominanti, in qualsiasi sistema sociale, sono ben disposti verso l’idea di rivoluzionare il sistema economico e sociale dal quale ricavano potere e ricchezza.

Ma anche ammettendo che i ceti dominanti si rendano conto dei pericoli che sovrastano l’attuale civiltà e della necessità di cambiamenti radicali per farvi fronte, si può realisticamente dubitare che possano intraprendere le azioni necessarie. I ceti dominanti sono assolutamente convinti della superiorità del capitalismo (che loro chiamano “economia di mercato”), e sono anche selezionati in base alla loro capacità di perseguire lo scopo del profitto come fine in sé. Quest’ultimo aspetto spesso si traduce sul piano psicologico come “avidità”. Si tratta di componenti psicologiche e ideologiche che derivano da un ruolo sociale e ne sono l’espressione, sui loro piani specifici. Gli attuali ceti dominanti sono nati e cresciuti all’interno di un mondo in cui la finalità assoluta del profitto è un aspetto necessario per la sopravvivenza nel mercato. Questo modo di vedere il mondo è innervato nella struttura socioeconomica della fase neoliberista, nella quale la concorrenza aperta dei capitali alla ricerca del profitto non subisce più le limitazioni politiche della fase precedente. In una situazione di concorrenza globale, ogni impresa deve badare esclusivamente alla massimizzazione dei profitti, senza farsi distogliere da altre finalità e senza troppo pensare a cosa succederà sul periodo medio o lungo. I ceti dirigenti di queste imprese devono essere spinti a investire tutto il proprio tempo e le proprie energie in questa attività di crescita dei profitti, a scadenza non troppo lunga. Si tratta di una crescita senza fine (nel momento in cui ci si ferma si viene superati dai concorrenti) e senza fini (il profitto è fine a se stesso). Difficilmente una simile attività può trovare motivazioni nelle ideologie religiose o morali della tradizione, e di conseguenza, fatte salve s’intende le possibili eccezioni individuali, l’unica motivazione che può spingere una persona ad accettare questo tipo di vita non può che essere l’avidità, che verrà giustificata con la strumentazione ideologica liberista della superiorità del mercato su ogni forma di regolazione sociale o politica. Si tratta quindi di componenti psicologiche e ideologiche indispensabili alla complessa macchina dell’economia globalizzata contemporanea.

Se tutto questo è chiaro, proviamo ora a pensare se sia possibile che questo tipo di ceti dominanti possa guidare un radicale cambiamento nell’organizzazione economica e sociale, come è necessario per evitare il collasso della civiltà. Per farlo, si dovrebbero affrontare difficoltà enormi, su tutti i piani: economico, sociale, ideologico. Mi interessa qui sottolineare solo un punto: per ottenere il consenso sociale necessario a un’operazione così drastica, si dovrebbe poter offrire ai ceti subalterni un compromesso ragionevole, analogo a quello che ha segnato la fase keynesiano-socialdemocratica (il “trentennio dorato”) delle società occidentali. Un compromesso nel quale i ceti subalterni accettano la propria subalternità in cambio della sicurezza di un livello di vita decente e sostenibile. Ora, gli attuali ceti dominanti sono i ceti emersi proprio dalla crisi del precedente compromesso socialdemocratico, e sono arrivati ad ottenere potere e privilegi gestendo la fase storica nella quale i ceti subalterni si sono visti sottrarre le conquiste della fase keynesiano-socialdemocratica. Il risultato di questa dinamica, come sappiamo, è quello di una divisione sempre più accentuata fra le minoranze che riescono a trarre vantaggi dalla fase attuale, e la maggioranza che vede peggiorare le proprie condizioni di vita e le prospettive per il proprio futuro e quello dei propri figli. È questa situazione di profonda divisione a rendere arduo pensare che vi possa essere una discussione ragionevole sul prezzo da pagare per evitare il collasso dell’attuale società. I ceti subalterni hanno subito una perdita netta di diritti e qualità della vita, in seguito alle dinamiche della globalizzazione, e sembra difficile che possano accettare di pagare il prezzo ulteriore che si rende necessario, se si resta all’interno dell’attuale struttura sociale, per provare a rimediare ai disastri che tale capitalismo sta incubando. D’altra parte, sembra del tutto ragionevole pensare che a pagare un prezzo debbano essere per primi coloro che hanno tratto i maggiori vantaggi dall’attuale organizzazione economica e sociale. Solo una decisa e importante rinuncia ai privilegi e alle ricchezze accumulate nei decenni rampanti del neoliberismo, da parte dei ceti dominanti, potrebbe fornire loro l’autorità morale per chiedere ai ceti subalterni di pagare anch’essi una parte del prezzo. Detto altrimenti, solo una radicale redistribuzione della ricchezza, e dei privilegi ad essa associati, può creare la solidarietà sociale necessaria per affrontare le crisi che ci aspettano. Ma basta enunciare questa ipotesi per capirne l’assurdità, viste le caratteristiche ideologiche e psicologiche degli attuali ceti dominanti, che abbiamo sopra analizzato. Le riassumo: gli attuali ceti dominanti sono ideologicamente imbevuti della dottrina della superiorità del mercato, sono in buona parte spinti dall’avidità, sono arrivati al potere e ai privilegi nella fase storica di distruzione di diritti e redditi dei ceti subalterni, non si sono mai interessati agli effetti laceranti delle dinamiche neoliberiste sulla coesione sociale [4]: come si può pensare che proprio questi ceti propongano una redistribuzione delle proprie ricchezze e privilegi per ottenere la coesione sociale necessaria ad affrontare il difficilissimo passaggio ad una organizzazione economica e sociale radicalmente nuova?

Sembra inevitabile concludere che gli attuali ceti dominanti non potranno essere gli attori del cambiamento necessario ad evitare il collasso della civiltà.

Queste considerazioni possono essere esemplificate dalla storia di come importanti settori dei ceti dominanti abbiano, negli scorsi decenni, fatto esattamente il contrario di quanto sarebbe necessario: abbiano cioè investito tempo, energie e risorse per contrastare ogni tentativo di mettere qualche limite all’espansione della logica capitalistica.

È ben noto come, nel dopoguerra, la creazione di numerosi, prestigiosi e ben finanziati “think tank” di ispirazione liberista abbia contribuito alla vittoria globale del neoliberismo, a partire dagli anni ‘80. Una storia di queste dinamiche si può trovare nel testo ad esse dedicato da Marco D’Eramo [5]. Ovviamente in questo non c’è nulla di sorprendente: ogni ceto dominante diffonde nella società la propria visione del mondo. Il punto è che la difesa ideologica del neoliberismo globalizzato è continuata anche quando crisi economica e crisi ecologica hanno cominciato a mostrare gli aspetti nefasti e autodistruttivi di questa forma di organizzazione del capitalismo. Una tale difesa ideologica non è un’astrazione ma una realtà molto concreta fatta di azioni lobbistiche, finanziamenti, interventi sui media. Questo tipo di azioni è ricostruito in dettaglio da Naomi Oreskes e Erik M.Conway, due storici della scienza, nel loro libro sui “mercanti di dubbi” [6], e dalla giornalista Stella Levantesi nel suo “I bugiardi del clima” [7]. Questi libri mostrano con chiarezza l’organizzazione della campagna di rifiuto delle elaborazioni scientifiche relative al cambiamento climatico, che ha visto in azione molte grandi aziende e molti think tank neoconservatori. Il testo di Nathaniel Rich [8] fa poi vedere gli effetti pratici di tali azioni: il fatto cioè di aver ritardato di decenni la necessaria presa d’atto del problema del cambiamento climatico. Un dato di grande interesse, messo in evidenza da Oreskes e Conway, è come tale azione non faccia che ripetere modalità già efficacemente usate in passato dalle lobby legate a grandi aziende: per esempio per seminare dubbi sugli effetti negativi del fumo sulla salute (e qui ovviamente in primo piano è l’industria del tabacco) o sul problema delle piogge acide.

Un’altra osservazione significativa, per il tema che stiamo discutendo, che si ricava dai testi citati, è la seguente: in alcuni casi le grandi imprese erano informate per tempo, grazie a proprie ricerche interne, dei problemi legati alle proprie attività, e hanno taciuto quanto era a loro conoscenza per non danneggiare il “business as usual”.

Le dinamiche documentate dai libri di Oreskes, Conway, Levantesi e Rich ci mostrano con estrema chiarezza come la logica dell’impresa capitalistica porti inevitabilmente (con la mediazione di psicologie individuali votate all’avidità, come si è detto) a contrastare ogni forma di controllo o di limitazione al profitto come fine in sé. Una limitazione “ecologica” della logica del profitto si traduce alla fine in una limitazione del profitto, e questa a sua volta in una perdita di terreno nei confronti dei competitori. All’interno di tale logica, le retoriche ambientaliste dei ceti dominanti non possono essere altro che ipocrisia (o “green washing”, come si dice).

Un altro esempio significativo di ciò che sono gli attuali ceti dominanti è il modo in cui le élite europee hanno gestito la crisi finanziaria greca, descritto in modo analitico da uno dei protagonisti della vicenda, Yanis Varoufakis, economista greco che è stato ministro delle finanze del governo greco di sinistra che ha trattato con le istituzioni internazionali [9]. La crisi finanziaria greca non è tra i temi principali del presente articolo, quindi non mi soffermerò a lungo su di essa e sul libro citato. Ciò che ci racconta Varoufakis è però rilevante, per la nostra discussione, perché mostra l’incapacità delle élite internazionali ad uscire dai limiti ideologici e psicologici che abbiamo sopra descritto, anche di fronte a crisi serie e a sofferenze di massa. Nel suo libro Varoufakis riporta le sue discussioni con i principali protagonisti della crisi. Da esse emerge come anche gli esponenti migliori del potere siano completamente interni alle logiche che producono le crisi, e siano quindi incapaci di andare alla radice dei problemi. Se questo è vero per una crisi come quella greca, che in fondo rientra in un ambito di tematiche già affrontate in passato, possiamo facilmente capire che gli attuali ceti dirigenti internazionali risulteranno del tutto incapaci di affrontare i problemi completamente nuovi legati alla distruzione ecologica in corso.

Il complesso di questi argomenti ci porta a concludere che non possiamo aspettarci dai ceti dominanti la radicale trasformazione economica e sociale che appare necessaria per salvare la civiltà dal collasso prossimo.


3. Contrasti fra i dominanti

L’argomentazione svolta nella sezione precedente riguarda i rapporti fra dominanti e subalterni, cioè i rapporti di classe (intendendo l’espressione in senso lato) interni alle singole società. Vi è un altro ordine di argomentazioni che portano a conclusioni simili, e riguardano invece i rapporti fra i ceti dominanti dei vari paesi. In tutta la storia umana, infatti, i conflitti si svolgono sia su un asse verticale (classi dominanti contro classi subalterne) sia su un asse orizzontale (diverse sezioni territoriali delle classi dominanti in lotta fra loro). La realtà attuale è segnata, da questo punto di vista, dal contrasto fra l’egemonia mondiale USA, probabilmente declinante, e la crescita della potenza cinese, che inevitabilmente appare come lo sfidante degli USA nella lotta per l’egemonia. È all’interno di questa dinamica che si manifesteranno le diverse crisi verso le quali ci sta portando l’attuale organizzazione economica e sociale. Appare difficile pensare che lo scontro egemonico possa essere messo da parte di fronte ai futuri sconvolgimenti. Sembra più realistico pensare che tali sconvolgimenti accentueranno la conflittualità geopolitica. Il punto fondamentale è che il collasso generalizzato dell’attuale società diventerà una prospettiva concreta per il concorrere di tipi diversi di crisi: da una parte sconvolgimenti ecologici generalizzati (il cambiamento climatico in corso è quello attualmente più evidente), dall’altra difficoltà sempre maggiori a reperire risorse economicamente convenienti (e questo non esaurisce la lista delle criticità future). È facilmente prevedibile che la difficile reperibilità delle risorse, o il loro costo elevato, porteranno a tensioni e scontri per il loro controllo. Facciamo qui solo due esempi, fra i molti possibili.

In primo luogo, è prevedibile che il cambiamento climatico in corso porterà ad uno sconvolgimento del ciclo planetario dell’acqua. La media globale delle precipitazioni potrebbe aumentare (perché l’aumento della temperatura fa aumentare l’evaporazione), ma le situazioni locali saranno diversissime. In molte zone, per esempio nell’area mediterranea, si prevede una tendenziale diminuzione della disponibilità di acqua dolce. La fusione dei ghiacciai montani diminuirà la possibilità di attingere acqua dai fiumi alimentati dai ghiacciai stessi. In particolare la fusione dei ghiacciai himalayani renderà problematico l’utilizzo dei grandi fiumi asiatici, danneggiando l’agricoltura in una zona dove di agricoltura vivono masse sterminate di esseri umani. A questo proposito, in quella zona, vi sono già tensioni fra India e Cina relativamente alla gestione della acque del fiume Brahmaputra. Si può prevedere che le tensioni aumenteranno con l’accentuarsi dell’emergenza climatica, e non è facile immaginare una soluzione pacifica [10].

Il secondo esempio è quello relativo ai metalli rari [11]. I metalli rari sono metalli poco noti al pubblico, con nomi esotici come gallio, selenio, tantalio, germanio (e altri); essi hanno un ruolo cruciale nelle tecnologie che dovrebbero permettere la transizione ad un modello produttivo non basato sul fossile: pale eoliche, pannelli fotovoltaici, automobili elettriche, ma anche smartphone e computer, hanno bisogno in modo essenziale della presenza di qualcuno almeno di questi metalli. Non è però chiaro se sarà possibile portare la produzione di questi elementi al livello quantitativo richiesto per sostenere la transizione ecologica nel mondo intero. È in ogni caso evidente che sulla distribuzione geografica della loro produzione si giocheranno importanti partite geopolitiche. Nel momento attuale, per molti di questi elementi, il mondo dipende largamente dalla produzione cinese, mentre altri vengono estratti nel Congo o negli altopiani sudamericani. È evidente che da tale situazione possono nascere tensioni geopolitiche molto forti: il quasi-monopolio cinese nella produzione di molti metalli rari fornisce alla Cina stessa un’arma in più nella sua lotta per l’egemonia con gli USA, e questi ultimi difficilmente lasceranno nelle mani dell’avversario strategico un tale strumento di pressione senza prevedere contromisure. D’altra parte, la presenza di importanti fonti di metalli rari in paesi del Sud fa prevedere che le zone coinvolte diventeranno terra di scontro fra interessi geopolitici contrapposti: come è stato, nel dopoguerra, per il Medio Oriente in relazione al petrolio.

Questi dati produttivi potrebbero cambiare in futuro, perché anche i paesi occidentali hanno la possibilità di produrre almeno alcuni di questi elementi (e lo facevano in passato), ma si tratta di produzioni molto inquinanti che potrebbero incontrare forti opposizioni.

Nel complesso, si è portati a prevedere che lo sviluppo degli strumenti tecnologici della transizione ecologica potrebbe portare ad acuire le tensioni geopolitiche già ben presenti nella realtà attuale.

Possiamo infine ricordare, fra gli altri elementi di crisi, il fatto che lo sconvolgimento climatico ormai iniziato porterà prevedibilmente ad un notevole aumento delle correnti di profughi, con effetti destabilizzanti per tutti i paesi coinvolti. E di nuovo, non sembra ragionevole pensare che una crisi migratoria generalizzata possa portare a un miglioramento della collaborazione fra gli Stati. Basti pensare agli attriti fra i paesi dell’Unione Europea in relazione al tema dell’immigrazione [12].

Questi esempi possono essere sufficienti a chiarire il punto che mi preme, che è il seguente: le crisi future che porteranno l’attuale organizzazione sociale sull’orlo del collasso avranno effetti laceranti sui rapporti fra i vari Stati, cioè fra le diverse frazioni dei ceti dominanti. Ciascuno cercherà di usare il proprio potere per resistere al collasso, per sopravvivere come ceto dominante, se necessario a scapito degli altri paesi. In questa situazione, è ragionevole pensare ad uno sforzo internazionale per la fuoriuscita concordata dall’economia del fossile? Mi sembra che la risposta non possa che essere negativa. Il punto fondamentale è che i combustibili fossili sono la base essenziale del funzionamento delle nostre società, e in particolare sono la base delle forme fondamentali del potere: il potere economico e ovviamente il potere militare. Rinunciare ad essi significa accettare la diminuzione del proprio potere. Può certo talvolta succedere nella storia che sezioni contrapposte e concorrenziali dei ceti dominanti accettino compromessi che implicano una diminuzione del proprio potere, in situazioni in cui questo è necessario per prevenire sviluppi pericolosi. Si potrebbe allora pensare che la situazione attuale sia appunto di questo tipo, e che quindi i ceti dominanti siano spinti a cercare compromessi che fermino il collasso ecologico e sociale incipiente. Il problema è che l’accettazione di compromessi e di limitazioni del proprio potere è possibile solo quando le conseguenze di tali limitazioni siano prevedibili e non cambino le gerarchie di potere: in [1] facevo l’esempio delle trattative fra USA e URSS sulla limitazione delle armi nucleari, e di quelle relative alla proibizione dei gas che danneggiano lo strato di ozono che ci protegge dai raggi ultravioletti. In questi casi la limitazione riguarda ambiti delimitati, ha conseguenze prevedibili, non altera le gerarchie del potere mondiale.

La rinuncia ai combustibili fossili è cosa ben diversa. L’uso dei combustibili fossili è la base imprescindibile di ogni aspetto della produzione industriale attuale, ma anche di agricoltura e servizi. Inoltre, è ovviamente un elemento indispensabile del funzionamento di quei complessi apparati tecnologici che sono gli eserciti contemporanei. Rinunciare ad essi implica un rivoluzionamento totale dell’economia, e anche, appunto, dell’organizzazione militare. Il punto è nessuno può predire quali potrebbero essere le conseguenze di un tale profondo rivolgimento, nei termini delle gerarchie del potere mondiale. Si possono certamente fare molte ipotesi sui possibili scenari, ma il punto che voglio sottolineare è che, nell’estrema incertezza rispetto agli esiti, sembra altamente improbabile che le potenze contrapposte possano arrivare a un compromesso.

Si può certo fare l’ipotesi che si arriverà a un compromesso quando i colpi che subirà la società attuale renderanno evidente la prossimità del collasso. Si può cioè pensare che, di fronte ai primi autentici disastri su vasta scala, le potenze mondiali saranno costrette a prendere atto che perseverare negli schemi economici e produttivi attuali mette in pericolo il loro potere e financo la loro esistenza, e capiranno che i rischi legati ai compromessi dagli esiti non ben prevedibili sono comunque minori di quelli legati al “business as usual”. Questo è quanto ritiene un valido studioso come Andreas Malm, che fa un’ipotesi di questo tipo in un suo recente libro [13]. Ritengo che tale opinione sia, purtroppo, ancora troppo ottimistica. Infatti, quando cominceranno a prodursi ripetuti disastri su vasta scala, si scatenerà la lotta di tutti contro tutti: come abbiamo sopra osservato, ci saranno drammatici problemi relativi all’acqua e ad altre risorse, ci saranno migrazioni di massa, ci potranno essere nuove pandemie. In questa situazione, ogni Stato farà il possibile per proteggere la propria esistenza. Ma questo significa, ovviamente, che ciascuno Stato dovrà usare tutto il suo potere per evitare di restare schiacciato dalle crisi. E potere qui significa potere militare, in primo luogo, e naturalmente potere economico e produttivo, che del primo è supporto indispensabile. Mi sembra del tutto evidente che nessuno Stato potrà tirarsi indietro dal consumo dei combustibili fossili, indispensabili per mandare avanti la macchina militare. Per essere esplicito, personalmente mi aspetto, nella situazione descritta, lo scatenarsi di varie forme di conflitti (guerre vere e proprie fra Stati, guerre asimmetriche, conflitti a bassa intensità, terrorismi e così via): in questa situazione si sfrutterà il più possibile tutto il petrolio su cui si potranno mettere le mani, per ovvi motivi. Ritengo dunque che lo scenario più probabile sia quello di una crisi generalizzata dell’attuale organizzazione economica e sociale, che porterà al diffondersi di conflitti di vario tipo, durante i quali ciascuno Stato penserà a salvarsi in qualsiasi modo, e nessuno penserà alla riduzione dei gas serra. Questa situazione precipiterà infine nel collasso generalizzato dell’attuale civiltà mondiale, e solo dopo tale collasso i sopravvissuti penseranno seriamente a ricostruire una società ecologicamente sostenibile, in riferimento ovviamente alle condizioni ecologiche che si avranno in quel momento, e che saranno presumibilmente assai diverse dalle attuali.

4. I ceti subalterni

Abbiamo fin qui sostenuto che non c’è da aspettarsi nulla dai ceti dominanti: non possiamo ragionevolmente pensare che essi siano in grado di operare i drastici mutamenti nell’organizzazione economica e sociale del nostro mondo, necessari a prevenire il crollo dell’attuale civiltà.

La domanda da porsi è allora se sia possibile sperare in una azione politica efficace, nel senso del mutamento necessario, da parte dei ceti subalterni. Dopotutto, sono essi ad essere maggiormente interessati, perché il crollo colpirà in primo luogo e soprattutto le fasce sociali medie e basse, mentre i ceti dominanti avranno maggiori possibilità di sottrarsi, almeno per qualche tempo, agli effetti peggiori delle crisi.

Ritengo questa speranza mal fondata, e cercherò di fornire qui ulteriori argomenti, oltre a quelli già esposte in [1].

Abbiamo già osservato che gli ultimi tre o quattro decenni, il periodo storico del capitalismo neoliberista e globalizzato, hanno rappresentato, per i ceti subalterni dei paesi occidentali, una fase storica di continuo arretramento sul piano dei diritti e dei redditi [14]. I ceti dominanti hanno attaccato tutte le conquiste che i ceti subalterni avevano ottenuto nel “trentennio dorato” seguito alla Seconda Guerra Mondiale: sono stati erosi i diritti dei lavoratori, le pensioni, l’assistenza sanitaria, mentre la scuola pubblica è stata svuotata di contenuto. Ora, colpisce il fatto che, se guardiamo l’essenza di ciò che è avvenuto in questa fase, i ceti subalterni non sono minimamente riusciti a difendersi. Dicendo questo non intendo ovviamente negare che ci siano state lotte e resistenze. Ci sono state, in molti luoghi e in molte situazioni, e d’altra parte in altri luoghi e situazioni i ceti subalterni hanno assistito passivamente ai fenomeni di cui erano le vittime. Ma se alziamo lo sguardo dalle minute oscillazioni della storia, e guardiamo alla tendenza di fondo, non si può che ribadire quanto detto sopra: i ceti subalterni del capitalismo neoliberista e globalizzato hanno perso la loro battaglia, non sono riusciti a difendere le loro conquiste, i loro diritti, i loro redditi.

Queste osservazioni ci portano alla seguente, poco ottimistica, conclusione: se i ceti subalterni non sono riusciti, nei decenni passati, a difendere i loro diritti e i loro redditi contro l’attacco portato dalle classi dominanti, è difficile pensare che possano oggi mobilitarsi per fermare la spirale autodistruttiva nella quale la nostra civiltà si è avviata. Varie considerazioni fanno ritenere molto più difficile una mobilitazione popolare per fermare il collasso rispetto a quella per la difesa di diritti e redditi (e quest’ultima, come si è detto, o non c’è stata o è stata rapidamente sconfitta): in primo luogo, il collasso della nostra civiltà non è ancora immediatamente percepibile a chi non abbia fatto un opportuno percorso di letture e di riflessioni. Sicuramente nei prossimi decenni i disastri causati dall’attuale sistema economico diventeranno sempre più concreti e tragici, e si diffonderà nelle masse la coscienza della necessità del cambiamento: ma sarà allora probabilmente troppo tardi per fermare il collasso. Fenomeni come il cambiamento climatico agiscono con ritardo rispetto alle cause che li generano (l’accumulo di gas serra nell’atmosfera), per cui quando gli effetti diventano facilmente percepibili per tutti, significa che certe soglie di pericolosità sono state superate e che, inoltre, possono essere intervenuti meccanismi di retroazione positiva tali da rendere il cambiamento climatico non più controllabile dall’azione umana e in sostanza irreversibile [15].

In secondo luogo, proprio i fenomeni di distruzione di diritti e redditi, tipici della fase neoliberista, hanno reso più difficile la mobilitazione popolare: oggi la vita è sempre più difficile, per i ceti subalterni, costretti a una vita faticosa, fatta di lotte quotidiane, piccole e grandi, per mantenere una vita dignitosa, e magari far crescere dei figli. Pretendere che gli uomini e le donne di queste fasce sociali aggiungano un altro impegno, un’altra fatica, un’altra cura, alle tante di cui devono farsi carico, e questo in nome di un problema che al momento non è ancora chiaramente percepibile, è davvero chiedere troppo.

L’esempio concreto di queste dinamiche lo si è visto con le proteste dei “gilet gialli” francesi, che come è noto nascevano come rifiuto di una forma di tassazione sui carburanti motivata con argomentazioni ecologiche (la protesta si è poi allargata ad altre tematiche). Spero che, da quanto fin qui detto, appaia evidente come le proteste dei “gilet gialli” fossero pienamente motivate: la misura proposta lasciava indisturbato il capitalismo, cioè l’organizzazione economica che produce i disastri ecologici, e si limitava a far pagare un prezzo ai ceti socialmente più deboli, cioè a quelli che meno sono in grado di farlo. In questo modo il meccanismo capitalistico di distruzione prosegue indisturbato ma si lacera ulteriormente la coesione sociale, che è un valore fondamentale per sperare di non venire travolti dalle crisi incipienti.

I ceti subalterni potrebbero impegnarsi in una mobilitazione sulle problematiche ecologiche se il problema fosse impostato non esclusivamente come la richiesta di rinunce e sacrifici, ma come il modo per ottenere una vita e una società più sensate: per esempio abbattendo le mostruose disuguaglianze sociali che hanno caratterizzato i decenni neoliberisti, e restituendo al lavoro quei diritti e quella dignità che sono stati cancellati [16].

Ma poiché, come è noto, nessun pasto è gratis, per migliorare la vita dei ceti subalterni, almeno su alcuni piani, nel contesto di cambiamenti economici e sociali drastici e inevitabili, sono necessarie risorse che possono essere prese solo ai ceti dominanti: e abbiamo già discusso come questi ultimi non accetteranno mai una diminuzione significativa dei loro livelli di vita.

Il ragionamento ci porta a concludere che una mobilitazione politica dei ceti subalterni, che miri alla salvezza della civiltà dal collasso incipiente, avrebbe senso solo in una prospettiva di radicale cambiamento dell’attuale organizzazione sociale ed economica, e che un tale radicale cambiamento dovrebbe necessariamente concretizzarsi in una lotta contro gli attuali ceti dominanti, per ottenere una redistribuzione del potere e della ricchezza altrettanto radicale, a favore dei ceti subalterni. In parole povere, solo una rivoluzione ci può salvare [17]. Ma la possibilità di una rivoluzione anticapitalista dei ceti subalterni si scontra contro una triste evidenza: i ceti subalterni non vogliono abbattere il capitalismo. Oggi la vita di ciascuno di noi è completamente immersa nei meccanismi economici di tipo capitalistico, da essi dipendiamo per il cibo, l’acqua, il riscaldamento e qualsiasi altra necessità della vita. Nessuno sa come potrebbe essere organizzata una società su criteri economici diversi dagli attuali, e soprattutto nessuno sa se una simile società saprebbe garantire un livello di vita accettabile agli attuali ceti subalterni. Certo, di questi tempi le proposte di mondi alternativi riempiono i libri degli intellettuali “critici”. Ma si tratta di parole che restano nei libri e nelle riviste, perché, come s’è detto, nessuno sa come metterle in pratica, e quali esiti possano avere una volta messe in pratica [18]. È questo, a mio parere, il motivo profondo che spiega anche il fatto che i ceti subalterni non siano riusciti contrastare l’attacco alle loro conquiste, che ha segnato il passaggio dal “compromesso socialdemocratico” al capitalismo neoliberista e globalizzato. Alla fine, l’attuale organizzazione sociale assicura ancora ai ceti subalterni un livello di vita superiore a quello del passato, e a quello di tante persone nel Sud del mondo. E nessuno, nel mondo dei “critici del sistema”, ha la credibilità per poter garantire che le proprie proposte “alternative” non portino a un drastico peggioramento della vita dei ceti subalterni. È del tutto naturale allora che tali ceti si tengano ben stretta questa vita e quindi anche questo mondo, il mondo del capitale arrivato ad una fase decadente e mortifera. È anche chiaro che tutto questo necessariamente cambierà, quando il collasso dell’attuale società arriverà al punto in cui sarà semplicemente impossibile continuare una vita come l’attuale, per quanto impoverita. Allora certo si produrrà qualche tipo di cambiamento. Ma in quel momento non si potrà evitare il collasso, perché quello sarà appunto il momento del collasso.

 

5. Le ideologie

L’analisi fin qui svolta ci porta a concludere che non esistono nella realtà contemporanea le forze sociali e politiche in grado di indirizzare la società nella direzione dei radicali cambiamenti necessari per evitare il collasso prossimo venturo. Questa realtà di fatto si esprime sul piano intellettuale nel dato di fatto che non esiste oggi una elaborazione teorica adeguata alla drammatica realtà che ci aspetta, e che possa fare da fondamento appunto teorico ad un’azione politica rivolta al superamento della logica sociale capitalistica, ormai folle e suicida.

Una analisi seria della realtà culturale del nostro tempo è ovviamente al di là delle intenzioni di questo articolo. Mi limito qui a qualche rapida riflessione sulle culture che sembrano dominanti nella sfera politica, almeno nei paesi occidentali. È abbastanza evidente che le lotte politiche nel mondo attuale sono ancora interpretate con le categorie tradizionali di destra e sinistra. La tesi che intendo sostenere è che queste categorie sono del tutto inadatte a comprendere la realtà attuale e a indirizzarla al cambiamento.

Ho discusso a lungo di questi temi in passato, e mi limito quindi a riassumere qui le tesi principali che si possono trovare esposte in un testo scritto assieme al compianto Massimo Bontempelli [19]. Per quanto riguarda la sinistra, il punto di partenza è la definizione di sinistra come quella parte politica e culturale che nella modernità ha lottato per l’emancipazione dei gruppi sociali subalterni attraverso lo sviluppo e la modernizzazione. Il secondo passaggio fondamentale sta nella tesi che le dinamiche sociali degli ultimi decenni mostrano come modernizzazione e sviluppo siano diventati fattori non di emancipazione ma di cancellazione di diritti e redditi dei ceti subalterni, di erosione del legame sociale, di distruzione dell’ambiente. Tutti elementi di quel crollo di civiltà prossimo venturo del quale stiamo discutendo. Se si accettano queste due premesse, la conclusione è inevitabile: la sinistra semplicemente non può più esistere, perché non è più possibile quella strategia di emancipazione attraverso modernizzazione e sviluppo che ne è la definizione. Non essendo più possibile conciliare emancipazione e sviluppo, la sinistra ha dovuto scegliere, e nella sostanza ha scelto lo sviluppo contro l’emancipazione. Ha scelto cioè il capitalismo, nella forma neoliberista degli ultimi decenni, e ne ha accettato le conseguenze distruttive, nascondendo tutto questo dietro i riti e i simboli di un passato irrecuperabile, in cui la sinistra aveva avuto un ruolo realmente emancipativo. La sinistra attuale appare quindi dominata da una stupefacente falsa coscienza: si accetta in tutto e per tutto il meccanismo distruttivo del capitale, lo si favorisce quando si è al governo, e poi ci si stupisce che esso produca appunto distruzione, sia nella società sia nella natura.

Il lato opposto dello schieramento politico, la destra, non offre uno spettacolo molto diverso: anch’essa da una parte pretende di collegarsi ai valori del proprio passato (la nazione, le istituzioni tradizionali e i doveri ad esse collegati), e dall’altra si fa promotrice dell’estensione della logica sociale capitalistica, che di tali valori rappresenta la distruzione. La destra attacca il progressismo della sinistra, dei suoi intellettuali e della sua cultura, e magari si spinge a criticare le “élite mondialiste”: ma non capisce che le forze contro le quali protesta sono espressione della fase attuale di quel capitalismo, che la destra stessa difende e promuove.

Destra e sinistra nel mondo contemporaneo sono quindi entrambe manifestazioni di una falsa coscienza che evita di porre al centro della discussione la dinamica distruttrice della logica capitalistica. In questo modo entrambe svolgono la funzione loro assegnata, quella di proteggere tale logica deviando la discussione su falsi obiettivi, problemi inessenziali, scontri spettacolari e futili.

Queste considerazioni teoriche possono suonare un po’ astratte. Per renderle più concrete, possiamo esaminare due eventi che hanno avuto la strana sorte di accadere molto vicini l’uno all’altro, nel tempo e nello spazio: entrambi a Washington D.C., entrambi nei primi giorni di quest’anno.

Il primo è il caso del reverendo Emanuel Cleaver. Pastore metodista e membro della Camera dei Rappresentanti, uno dei due rami del Parlamento USA, Cleaver ha il compito di enunciare una preghiera per l’inizio dei lavori della Camera, il 3 gennaio. La preghiera si concluderebbe con "Amen", ma evidentemente gli è sembrata una conclusione sessista (gli anglofoni pronunciano "Eimen", e alle loro orecchie può suonare come "Ehi, uomo"), e così ha aggiunto un "Awoman". Si noti che Cleaver non è uno sprovveduto o un fanatico. Eletto più volte alla Camera, è quello che in Italia chiameremmo un “politico di lungo corso”, evidentemente esperto nella lotta politica e nelle astuzie e malizie che essa implica. Se un personaggio di questo tipo decide di correre il rischio esporsi al ridicolo in questo modo, è perché ritiene di poter comunque ottenere un guadagno politico da quello stupefacente “Awoman”. E un tale guadagno non lo ricaverà certamente dalle persone di destra (è stato infatti subito attaccato da esponenti della destra americana), quindi chiaramente ritiene di ricavarlo dalla sinistra. E questo ci dice molto bene cosa è diventata la sinistra, negli USA e in tutto il mondo occidentale.

Pochi giorni dopo, il 6 gennaio, abbiamo invece un chiaro esempio di cosa stia diventando la destra, negli USA e probabilmente, anche in questo caso, in tutto il mondo occidentale. Mi riferisco naturalmente all’assalto al Campidoglio USA da parte di qualche migliaio di manifestanti pro-Trump, che protestavano per l’insediamento di Joe Biden come nuovo Presidente. Il simbolo di questo evento è stata l’immagine di Jake Angeli, il cosiddetto “sciamano”, col corpo dipinto e corna di bisonte. C’è già una voce wikipedia su di lui [20], che permette almeno di intravedere lo stranissimo miscuglio di culture dalle quali può emergere un tale personaggio; mentre un’analisi più approfondita la si può trovare in un post di Miguel Martinez, che nel suo blog da molto tempo cerca di rendere comprensibili le stranezze USA ai suoi lettori italiani [21]. Come mostra Martinez, la vicenda di questo personaggio mette in luce molti aspetti interessanti dello “spirito del tempo”, ma adesso voglio sottolineare soprattutto come essa fornisca un’immagine inquietante della cultura diffusa nelle masse del nostro tempo, una cultura che consiste in sostanza in una babele sconclusionata, incoerente e arbitraria di contenuti del tutto eterogenei, mescolati fra loro senza nessuna preoccupazione di organicità e coerenza.

Se vogliamo passare da questi due episodi simbolici alla sostanza politica e culturale della questione che stiamo discutendo, possiamo concludere che destra e sinistra rappresentano oggi due modi diversi di eludere i problemi fondamentali del nostro tempo, che consistono nel carattere ormai totalmente distruttivo assunto dall’attuale organizzazione economica e sociale (il capitalismo), e nella mancanza di forze capaci di opporsi efficacemente ad essa. Questa elusione ovviamente è uno dei modi in cui il capitalismo anestetizza ogni possibile opposizione, e di conseguenza destra e sinistra appaiono come strumenti ideologici per la conservazione del potere degli attuali ceti dominanti. Destra e sinistra differiscono solo per le modalità in cui pongono in essere tale elusione. La sinistra, di fronte ai tanti segnali di crisi del sistema attuale, e alle reazioni popolari che essi generano, evita di mettere in questione la dinamica ormai folle del modo di produzione capitalistico e si concentra sulla creazione di elaborati rituali linguistici e culturali che fra non molti anni appariranno, io credo, totalmente assurdi, e analoghi a quelli che dovevano essere i rituali nel Senato romano del 468 d.C., o quelli della corte imperiale Qing nel 1908. Nei settori della destra, spesso meno preparati sul piano intellettuale, tendono invece a diffondersi strani miscugli di elaborazioni culturali bislacche e contraddittorie. In ogni caso il capitalismo non è mai posto in questione, e ciascuna delle due parti tende attribuisce all’altra la responsabilità del continuo peggioramento delle condizioni sociali.

In questo gioco delle parti succede come nelle sale da gioco: l’unico ad essere sicuro di vincere è il banco, cioè il capitalismo e i suoi attuali ceti dominanti. Ma questa vittoria è la vittoria di un sistema sociale ormai votato all’autodistruzione.


Marino Badiale - Genova primavera-estate 2021

Fonte: Badiale & Tringali - 08.07.2021


Note

[1] http://www.badiale-tringali.it/2021/03/fine-partita.html

[2] Ne è cosciente il Ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, che ha parlato esplicitamente di “bagno di sangue”:
https://www.huffingtonpost.it/entry/roberto-cingolani-la-transizione-ecologica-potrebbe-essere-un-bagno-di-sangue_it_60dd5be9e4b070f97b395e99

[3] Alcuni testi della produzione ecomarxista contemporanea sono i seguenti: I. Angus, Anthropocene, Asterios 2020; D. Tanuro. È troppo tardi per essere pessimisti, Alegre 2020; F. Magdoff, J. Bellamy Foster, What every environmentalist needs to know about capitalism, Monthly Review Press 2011; J. Bellamy Foster, B. Clark, R. York, The ecological rift, Monthly Review Press 2010; F. Magdoff, C. Williams, Creating an ecological society, Monthly Review Press 2017. Un testo forse non strettamente “ecomarxista”, ma in sintonia con l’impostazione del presente lavoro, è J. Hickel, Siamo ancora in tempo!, Il Saggiatore 2021.

[4] Una delle espressioni simboliche più significative dell’ideologia neoliberista è la celebre affermazione di M. Thatcher sul fatto che “la società non esiste”.

[5] M.D’Eramo, Dominio, Feltrinelli 2020.

[6] N. Oreskes, E. M. Conway, Mercanti di dubbi, Edizioni Ambiente 2019.

[7] S. Levantesi, I bugiardi del clima, Laterza 2021.

[8] N. Rich, Perdere la Terra, Mondadori 2019.

[9] Y. Varoufakis, Adulti nella stanza, La Nave di Teseo 2018.

[10] Sui possibili conflitti legati all’acqua si veda E. Bompan, M. Iannelli, Water grabbing, EMI 2018. Sul tema della gestione dell’acqua nella realtà contemporanea si possono consultare anche E. Borgomeo, Oro blu, Laterza 2020, e C. Fishman, La grande sete, Egea 2015.

[11] Faccio qui riferimento a G. Pitron, La guerra dei metalli rari, LUISS 2019. Si veda anche la relativa voce di wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Terre_rare e l’articolo di Davide Michielin: https://www.iltascabile.com/scienze/metalli-rari/

[12] Sul tema delle migrazioni legate al cambiamento climatico si può vedere F. Santolini, Profughi del clima, Rubbettino 2019. Sulle nuove forme di violenza tipiche del XXI secolo, e i loro legami coi cambiamenti climatici, si veda H. Welzer, Guerre climatiche, Asterios 2011.

[13] A. Malm, Clima corona capitalismo, Ponte alle Grazie 2021.

[14] È sottinteso che chi scrive aderisce ad una visione critica dell’attuale fase, neoliberista e globalizzata, del capitalismo. Senza entrare in una discussione ormai sterminata, i punti fondamentali di tale visione critica si possono trovare riassunti, per esempio, nei seguenti testi: D. Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore 2007; A. Glyn, Capitalismo scatenato, Francesco Brioschi Editore 2007; S. Halimi, Il grande balzo all'indietro, Fazi 2009; N. Klein, Shock economy, Rizzoli 2009, oltre al testo di D’Eramo citato in precedenza.

[15] Nella discussione scientifica si parla a questo proposito di “tipping points”, cioè punti di svolta o punti di non ritorno. Per avere un’idea di questa nozione si veda il capitolo 8 di L. Marques, Capitalism and environmental collapse, Springer 2020.

I due articoli seguenti possono dare un’idea di come tale nozione venga usata nelle discussioni attuali:

(i) S.G. Stafford, D. M. Bartels, S. Begay-Campbell, J. L. Bubier, J. C. Crittenden, S. L. Cutter, J. R. Delaney, T. E. Jordan, A. C. Kay, G. D. Libecap, J. C. Moore, N. N.Rabalais, D. Rejeski, O. E. Sala, J. Marshall Shepherd, J. Travis, Now is the Time for Action: Transitions and Tipping Points in Complex Environmental Systems Environment: Science and Policy for Sustainable Development, 52:1, 38-45, (2010) DOI: 10.1080/00139150903481882

(ii) https://climateandcapitalism.com/2021/06/26/interacting-climate-tipping-points-may-fall-like-dominoes/

 La nozione di “tipping point” non è univocamente accettata dalla comunità scientifica. Si può vedere una discussione in proposito alle pagine 23-35 di M. Hulme (ed.), Contemporary Climate Change Debates, Routledge 2020.

[16] Era questo il senso più autentico, a mio parere, della proposta della decrescita “felice” o “serena”: una diminuzione di certi aspetti della produzione materiale per ottenere una vita migliore, per esempio attraverso la diminuzione dell’orario di lavoro, dell’insicurezza, della disuguaglianza. Si tratta di idee che nei decenni scorsi sono circolate in vari ambienti, senza necessariamente assumere l’etichetta della decrescita.

Ritengo che una proposta culturale e politica come la decrescita, se adottata, avrebbe rappresentato l’ultima possibilità di evitare il collasso dell’attuale civiltà. Mi sono però convinto che oggi, 2021, sia troppo tardi: nel collasso di civiltà ormai incipiente, non vi potrà essere nessuna “serenità”.

Per una prima introduzione alle tematiche della decrescita, si vedano: M. Pallante, La decrescita felice, Editori Riuniti 2006; S. Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli 2007; M. Badiale, M. Bontempelli, La sfida politica della decrescita, Aracne 2014.

[17]Una rivoluzione ci salverà” è il titolo italiano del libro dedicato al problema del cambiamento climatico da parte della famosa giornalista Naomi Klein (Rizzoli 2015). Si tratta di un testo molto efficace nello spiegare l’insostenibilità ecologica del capitalismo. Anche il titolo originale inglese “This changes everything” è molto espressivo.

[18] È questo il limite principale delle contemporanee teorizzazioni ecosocialiste, che sono comunque molto utili come analisi critica dell’esistente.

[19] M.Badiale, M.Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari 2007.

[20] https://en.wikipedia.org/wiki/Jake_Angeli

[21] http://kelebeklerblog.com/2021/01/08/showman-shaman-yeoman/


 

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